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Le donne, vittime invisibili della pena di morte nel mondo

Francesca Sabatinelli Unsplash

I dati nella Giornata mondiale contro la pena capitale

Sono poche le esecuzioni femminili nel mondo, ma è una realtà che esiste, anche se resta invisibile, ed è enorme la preoccupazione per le donne condannate a morte e, prima ancora, violentate e discriminate. Nonostante il 99% dei condannati siano uomini, la Giornata di quest’anno è dedicata alle donne, perché prima di essere carnefici sono state vittime, molte volte di violenza domestica, fisica e sessuale, senza distinzioni di età, perché spesso, nei Paesi dove si condanna alla pena capitale, le mogli sono bambine che tentano di difendersi. Il pensiero va subito alle afghane oggi, dopo il ritorno dei talebani, per questo è stato scelto il tema, spiega Amnesty International, perché non si può dimenticare cosa accadde loro tra il 1996 ed il 2001 e non si può non aver paura di cosa oggi si rischia che accada di nuovo.

Per le donne nessuna attenuante

Quando le donne finiscono sul patibolo spesso è perché dietro di loro hanno una scia di violenze domestiche e il crimine nasce dalla legittima difesa. Ma le donne subiscono diverse forme di pregiudizi che possono gravare sulla condanna a morte, spiega ancora Amnesty International, per loro inoltre, l’aver subito, anche per anni, violenze ed abusi, non costituisce attenuante. 

Il traguardo della Sierra Leone

Il cammino verso l’abolizione della pena capitale prosegue, lento, ma prosegue, ne è un segnale la firma, due giorni fa, del capo dello Stato della Sierra Leone, Julius Maada Bio, sulla fine definitiva delle esecuzioni in quel Paese. “Secondo dati aggiornati ad aprile del 2021 – informa Amnesty – 144 Stati hanno abolito la pena di morte nelle leggi o nella prassi, 108 dei quali per tutti i reati”, e 28 sono in pratica abolizionisti, una tendenza che deve proseguire per arrivare a quei 55 Paesi dove la pena capitale è ancora in vigore, come la Cina, che guida la classifica delle esecuzioni, seguita da Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita. La stima è che, in tutto il mondo, ci siano almeno 800 donne nel braccio della morte e sono 7 i Paesi che hanno confermato di averne condannata una alla pena capitale nel 2020: Ghana, Giappone, Maldive, Taiwan, Thailandia, USA, Zambia. Ma il numero è in realtà molto più alto. Mentre sempre nel 2020, tra le 483 messe a morte, 16 erano donne tra Egitto, Iran, Oman e Arabia Saudita.

Le esecuzioni negli Usa 

Nella grande democrazia degli Stati Uniti, la passata amministrazione Trump, nel 2020, dopo aver reintrodotto le esecuzioni federali, in meno di sei mesi ha messo a morte 10 persone. Ora, l’attuale presidente Biden ha di nuovo ripristinato la moratoria, che però non impedisce ai singoli Stati di andare avanti, come il Missouri che, pochi giorni fa, nonostante la richiesta di clemenza del Papa, ha messo a morte Ernst Johnson, un uomo con una certificata disabilità mentale. Francesco, attraverso il nunzio negli Usa, monsignor Cristophe Pierre, si era rivolto con una lettera al governatore, affinché l’esecuzione venisse fermata, chiedendo di mettere al centro “l'umanità del signor Johnson e la sacralità di tutta la vita umana”. 

Francesco: la pena di morte è inammissibile 

 

I Papi e la Chiesa tutta hanno sempre esortato i governanti a “compiere i passi necessari verso la totale abolizione della pena di morte”, e ad “offrire anche al colpevole la possibilità di pentimento” che “non può essere mai abbandonata” perché, spiega Francesco, “nessuno può essere ucciso e privato dell'opportunità di abbracciare nuovamente la comunità che ha ferito e fatto soffrire” e perché “la pena di morte è inammissibile”.

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