Le visite dei pontefici
Proponiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal cardinale Dominique Mathieu, OFMConv, Arcivescovo di Teheran-Ispahan dei Latini (Iran), nella celebrazione presieduta in Basilica in occasione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco.
Cari fratelli e sorelle in Cristo, immaginate di camminare in un antico cimitero. I vostri occhi si fermano su quelle tombe incise con una formula semplice e struggente: Riposa in pace, o in latino requiescat in pace.
Questa frase, che vediamo ancora oggi su tanti monumenti funebri, non è un augurio banale, ma un grido del cuore cristiano, una preghiera affinché l’anima del defunto trovi, al di là dei tumulti della terra, il riposo divino. Quella pace profonda che solo Dio può dare.
E oggi, in questo luogo benedetto o nei nostri cuori di pellegrini, volgiamo lo sguardo a San Francesco d’Assisi, l’uomo di pace per eccellenza, la cui vita ci insegna che questa pace non è solo una promessa dell’aldilà, ma è una realtà da vivere, da donare e da ritrovare quaggiù, fino alla soglia della morte, vista come una sorella amatissima. Fratelli e sorelle, esploriamo insieme questa pace nel cuore della nostra fede. L’espressione riposare in pace affonda le sue radici nella liturgia cristiana per i defunti.
Fin dalla tarda antichità, tra il IV e il VII secolo, questa formula, incisa sulle tombe delle catacombe, sgorga dalla nostra preghiera per i morti come una speranza di serenità eterna, lontana dalla sofferenza, dai peccati e dai conflitti del mondo. È, in qualche modo, la pace dell’anima purificata, giudicata e accolta da Dio nell’attesa della risurrezione dei corpi. Come annuncia il profeta Isaia: Dio affina il suo popolo nella avversità. Ecco, ti ho purificato, ma non come l’argento; ti ho provato nel crogiolo della sofferenza, per il mio nome e la mia gloria.
Lui, che è il primo e l’ultimo, creatore del cielo e della terra, dona questa pace divina, attiva ed eterna, che culmina nel giudizio misericordioso del Figlio, il quale darà la vita a coloro che lo ascoltano: Tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quelli che hanno fatto il bene per una risurrezione di vita, quelli che hanno fatto il male per una risurrezione di condanna. Che egli o ella riposi in pace.
Questa pace non è un sonno vuoto, ma è viva, frutto della regola di San Francesco stesso, confermata nel 1223 da Papa Onorio, dove esorta i suoi fratelli: Il Signore ti dia la pace. Ad ogni casa visitata, devono dire: Pace a questa casa. Francesco, nato verso il 1181 ad Assisi, visse in un mondo in fiamme: guerre tra città, crociate sanguinose, divisioni familiari e sociali.
Il giovane nobile, viziato dal lusso, conobbe la guerra. Catturato a Perugia nel 1202, subì le carceri atroci, quel crogiolo di avversità dove, come Israele, Dio lo affinò, nonostante la sua passata ribellione: Per amore del mio nome io differirò la mia collera, per non sterminarti.
Ma lì, nell’ombra, Dio lo toccò. Si allontanò dalle armi per abbracciare il Vangelo: obbedienza alla Chiesa, povertà radicale, castità gioiosa.
E, venuto al servizio del Re dei Re, predicò la riconciliazione, ristabilendo la pace ad Assisi, ad Arezzo, lacerata dalle fazioni, e persino a Bologna. Pacificato interiormente, la donò a tutti: ai lebbrosi, con tenerezza, al creato, che chiamò sorella nel suo Cantico delle Creature, e anche ai suoi fratelli, che unì nella fraternità minore. Quale illustrazione vivente della vita di Francesco, come riportato da Tommaso da Celano e da Bonaventura!
Ad Agubbio, Francesco, parlandogli come a un fratello, placò il lupo, simbolo delle divisioni selvagge, riconducendolo docile e pacificato al villaggio. Una parola di pace sociale ed ecologica, dove uomo e bestia vivono in armonia fraterna. E la Legenda Maior, al capitolo XIV, narra che ad Arezzo, nel 1221, placò gli odi fratricidi con la sua semplice presenza e con la sua preghiera, riportando la concordia laddove scorreva il sangue.
E, in piena crociata, nel 1219 attraversò le linee nemiche per dialogare con il sultano al-Malik al-Kamil. Lo fece non con la spada in pugno, ma con rispetto e pace, diremmo oggi interreligiosa. Un gesto profetico che disarmò i cuori.
Il sultano lo ascoltò, lo rispettò e gli permise di ripartire in pace. Si può dire che Francesco incarna tutte le paci: quella interiore, trovata in Dio; quella comunitaria, condivisa con i fratelli; quella sociale, con gli esclusi; quella umanitaria, nella cura dei malati; quella ecologica, nella fraternità cosmica; e quella non violenta, nel dialogo con il nemico. Anche la pace spirituale, con la sua obbedienza gioiosa. La sua regola del 1223 ne è la carta: I fratelli non devono litigare né contendere a parole, ma essere miti, pacifici e modesti.
Egli stesso visse la pace come missione attiva sotto lo sguardo della Chiesa, fino alla sua morte alla Porziuncola, il 3 ottobre 1226. Gesù stesso modella questa pace laboriosa: Il Padre mio opera fino ad ora, ed anch’io opero, unendo Padre e Figlio nell’opera di redenzione che conduce al riposo eterno. Possiamo ora applicare questo alla nostra vita quotidiana, cari pellegrini.
Nel nostro mondo di oggi, tra guerre lontane, divisioni familiari, ansie personali, crisi ecologiche, la pace del riposare in pace non è un orizzonte lontano, perché Gesù ci dice: Il Regno di Dio è in mezzo a voi. È dunque una presenza attiva di Dio nella comunità e nel cuore del credente, come il Padre e il Figlio che operano insieme per la nostra salvezza. Come Francesco, costruiamola nei nostri cuori con la preghiera, nella nostra relazione con il perdono, nella società con la giustizia. Pensate alle vostre case: quanti lupi di dubbio si aggirano nelle dispute coniugali o fraterne, quanti Arezzo nei nostri quartieri divisi. Ma la pace si semina con una presenza, con un sorriso, un gesto di riconciliazione, un rifiuto della violenza verbale, anche sui social.
Francesco ci mostra che la pace interiore trasforma la morte in sorella. Nel suo Cantico delle Creature egli loda sorella morte corporale, non come fine, ma come passaggio glorioso verso la pace eterna. E noi, pellegrini, in questi giorni giubilari dell’ottocentesimo anniversario della sua morte, veneriamo le sue spoglie ad Assisi non come una fine, ma come testimone di resurrezione. Le sue ossa, esposte in questa basilica, sono quel corpo che ha portato Cristo, tempio dello Spirito Santo. La Chiesa ci insegna a onorarle con rispetto, autenticate dall’autorità, per ravvivare la nostra fede nella vita eterna promessa da colui che giudica con giustizia.
Ecco la mia esortazione completa, fratelli e sorelle: impegniamoci da oggi in un cammino di pace. Diciamo alla francescana, ogni mattina: Signore, dammi la tua pace interiore. Ad ogni incontro, salutate: Il Signore ti dia la pace. Come Francesco ai suoi fratelli, riconciliatevi, confessatevi in questa Quaresima, perdonate un caro, sostenete un emarginato. Fate anche un pellegrinaggio interiore, visitate un cimitero, pregate per il riposo eterno dei defunti e impegnatevi per la pace ecologica con un gesto concreto. Ricordatevi che, nel 2015, Papa Francesco ha insistito sulla pace ecologica e sociale, in legame con la spiritualità francescana. E poi, in famiglia, condividete un pasto fraterno, celebrando il creato.
Sono passi semplici, ispirati alla regola del 1223 e al Cantico delle Creature, che disarmano i nostri cuori e preparano il nostro riposo in pace. Perché, come sottolinea il Concilio Vaticano II nella Gaudium et Spes, la pace non è solo assenza di guerra, ma è soprattutto un’opera di giustizia.
Conclusione: cari fratelli e sorelle, San Francesco ci rivela che la pace è vissuta nella povertà evangelica, donata nella missione riconciliatrice, ritrovata nella risurrezione promessa dal Figlio che lavora con il Padre. Le sue reliquie ad Assisi, luogo di memoria vivente, ci proiettino verso quel Regno. Andiamo dunque, portatori di pace, ad annunciare: Pace a questa casa. E che Dio vi benedica tutti e vi custodisca nella sua pace. Amen.
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