religione

Segno di contraddizione

Antonio Tarallo

Le meditazioni quaresimali dell’allora cardinal Wojtyła

Marzo 1976. L’allora cardinale Wojtyła, alla presenza di Paolo VI, tiene gli Esercizi Spirituali alla Curia romana. Un futuro pontefice davanti a un altro pontefice. Un legame - sottotesto che potrebbe definirsi “sottopapato”, seppur l’espressione non esista - che, a distanza di anni, fa ancora riflettere. Tutti noi, specialmente a vigilia del Triduo pasquale. Era marzo, dunque. Era il 1976. Il mondo viveva conflitti ed esperienze sicuramente assai tormentate. La Curia romana ( come consuetudine dal 1929 per il periodo dell’Avvento, volute da Pio XI e dal 1964, in Quaresima, da Paolo VI proprio) si trovava nel silenzio vaticano a riflettere sul periodo quaresimale e sulla Crocifissione di Dio. Sullo scandalo della croce, come scriverebbe san Paolo. Quella particolare meditazione dell’allora arcivescovo di Cracovia, nasce in una maniera assai strana. E’ lo stesso Wojtyła a raccontarcelo nel suo libro “Alzatevi! Andiamo”, edito nel 2004. Scrive Giovanni Paolo II: “Nella fase preparatoria c’era stato un problema. All’inizio di febbraio mi telefonò monsignor Władysław Rubin, comunicandomi che il pontefice mi pregava di predicare gli esercizi spirituali in marzo. Avevo a disposizione appena venti giorni per preparare i testi e per tradurli. Il titolo che poi diedi a quelle meditazioni fu Segno di contraddizione”. Soli venti giorni per scrivere quello che poi sarebbe divenuto un libro nel 1977, dal titolo - appunto - “Segno di contraddizione”

La sera del 7 marzo, nella cappella Matilde, cominciarono gli Esercizi spirituali alla Curia romana. Da una stanza adiacente che il cardinale Wojtyła poteva intravvedere, Paolo VI partecipò alle meditazioni.  “La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Era questa la domanda centrale delle meditazioni. E il cardinale polacco, riflette così su questa cruciale domanda che ogni fedele, soprattutto nel periodo di Quaresima, di Pasqua non può non chiedersi: «La sua domanda ritorna sempre ed è sempre viva nel suo contenuto essenziale. La pongono gli uomini e le generazioni, perché in questa domanda e nella risposta che viene data è incluso proprio questo mistero, che “svela pienamente l’uomo all’uomo stesso””. 

Se si proclama la “morte di Dio”, si prepara al tempo stesso la “morte dell’uomo". Questa, in estrema sintesi, la meditazione-nucleo degli esercizi spirituali del 1976. L’uomo sulla Croce è il Figlio di Dio e ci permette di poter portare dentro ognuno parole di speranza e di amore. Dopo la Croce c’è la sicurezza della Resurrezione. Dopo le tenebre c’è la speranza della luce. Il sepolcro rimane vuoto. E, dentro noi, già possiamo assaporare il gusto dell’essere cristiani: vivere immersi nella luce del Cristo risorto.  Ma questa luce, questa speranza passa per quella Croce. Passiamo, così, alla ventiduesima meditazione, intitolata semplicemente “Via Crucis”. Il cardinale di Cracovia riesce, con profondità spirituale inaudita, a mostrarci - oltre ai principali momenti dell’ascesa di Cristo al Calvario - nel velo della Veronica, in quell’immagine del volto di Cristo, “la somiglianza su ogni atto di carità”. 

Quel bambino che - per Simeone -  entrerà nell’umanità come un “segno di contraddizione” è cresciuto. E’ uomo. E’ uomo che rivela all’uomo la propria umanità. Sta a noi stare dalla parte delle tenebre e della Croce, o - almeno cercare - di essere immersi nella luce della Resurrezione. 

 

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