religione

Mons. Di Donna: 'Terra dei fuochi è fenomeno vasto'

Mario Scelzo Archivio Ansa
Pubblicato il 21-04-2021

'La Fratelli tutti ha accresciuto la sensibilità di tutti'

In occasione della Giornata mondiale della terra abbiamo intervistato Monsignor Di Donna, Vescovo di Acerra

A breve saranno sei anni dalla pubblicazione dell’enciclica “Laudato si’”, a suo parere quanto il messaggio del Papa è stato recepito dalla Chiesa italiana e cosa sarebbe necessario fare per dare concretezza alle esortazioni del Santo Padre?

«Indubbiamente l’enciclica ha accresciuto la sensibilità di tutti verso la salvaguardia del creato. Per noi che viviamo nei territori tra Napoli e Caserta – sorvolando i quali lo stesso Papa Francesco ha rivelato di aver ricevuto l’ispirazione definitiva per scrivere quel profetico documento – è stata una conferma che il nostro impegno andava nella direzione giusta e una spinta a proseguire su quella strada con fiducia. Certo, almeno nei primi tempi, quel pronunciamento del Pontefice ha avuto quasi maggiore presa sul mondo laico piuttosto che su quello ecclesiale. Eppure, il Convegno celebrato dalla Chiesa italiana lo scorso 17 aprile ad Acerra ha segnato una svolta: la custodia della nostra Casa comune è compito dell’intero Paese, e in particolare di tutta la comunità ecclesiale nazionale. Davanti a noi pastori c’è adesso la sfida di veicolare questa sensibilità attraverso il tessuto della vita ordinaria delle parrocchie, perché la profezia della “Laudato si’” e la custodia del creato non siano appannaggio di elite ecclesiali ma un impegno del “popolo” dei credenti».  

Come educare i più piccoli al tema della sostenibilità ambientale? Quali le iniziative, le “buone pratiche” da proporre alle famiglie ed alle realtà parrocchiali che quotidianamente lavorano con i più piccoli?

«Come Conferenza episcopale campana, in particolare le 10 diocesi comprese tra Napoli e Caserta, abbiamo ascoltato il grido del popolo ferito dall’inquinamento ambientale, specialmente delle famiglie dei giovani morti per cancro. Da qui è partito un cammino di educazione alla custodia del creato che ha segnato diverse tappe sull’intero territorio regionale. Uno dei momenti più significativi di questo percorso è stato l’incontro svoltosi il 14 gennaio a Teano, in provincia di Caserta, con quasi 500 sacerdoti e diaconi di tutte le diocesi campane. E’ tempo che questo tema diventi una delle priorità pastorali, e passi nella predicazione. Un altro obiettivo del nostro cammino è l’elaborazione di un sussidio di catechesi ad hoc per bambini e ragazzi, ma anche gli adulti e le famiglie vanno formati in questo senso. Ad Acerra è ormai tradizione coinvolgere i nostri ragazzi sul tema della custodia del creato durante il tradizionale Convegno annuale ecclesiale con attività laboratoriali e catechetiche, e visite alle imprese agricole del territorio. 

Monsignor Di Donna, lei ha recentemente affermato che la “Terra dei fuochi non è un luogo ma un fenomeno vasto e diffuso nel Paese”, può spiegarci meglio il senso di queste sue parole?

«Dal Convegno nazionale ad Acerra, di cui la Conferenza episcopale campana è stata promotrice insieme alla Cei, è nata la necessità di un coordinamento delle 78 diocesi italiane nei cui territori insistono i Siti di interesse nazionale censiti dal ministero della Transizione ecologica per inquinamento dell’ambiente. Noi delle terre comprese tra Napoli e Caserta abbiamo fatto in un certo senso da apripista, ma si pensi alle mamme coraggio di Vicenza e alle acque contaminate che avvelenano il sangue dei loro figli o ai territori inquinanti di Brescia. Al Convegno del 17 aprile sono state proposte testimonianze in tal senso da tutte le diverse zone d’Italia, perché l’inquinamento è, ahimè, diffuso in maniera uniforme tra Nord, Centro e Sud, e tutti dobbiamo rispondere a quella chiamata “nominale” di cui ha parlato il cardinale Gualtiero Bassetti in apertura dei lavori. E poi c’è da dire che lo stesso inquinamento della nostra tanto vituperata “Terra dei fuochi” è dovuto all’interramento dei rifiuti tossici provenienti dalle grandi aziende del Nord, con la complicità della malavita e di qualche politico locale».

Nello specifico della sua diocesi, quale è la situazione attuale? La ribalta mediatica (penso ad esempio alla fiction Rai “Io non mi arrendo” interpretata da Beppe Fiorello) ha aiutato a far conoscere all’opinione pubblica la realtà della Terra dei Fuochi.

«Uno dei frutti più importanti del cammino compiuto in questi anni è la sensibilità cresciuta in tutta la popolazione. Nelle nostre diocesi e città sono nati tanti comitati e associazioni. A noi è toccato l’onere di scoprire la pentola dentro la quale ribolliva lo scempio delle nostre terre per l’incuria e la criminale irresponsabilità di chi le saccheggiava. Adesso è il momento di fare un salto di qualità. Sono convinto che dal dramma dell’inquinamento ambientale non si esce se non insieme: Cittadini, Comitati, Associazioni, Chiesa e Istituzioni. Dobbiamo imparare ad andare oltre i protagonismi e remare tutti nella stessa direzione, collaborando, e magari continuando a denunciare laddove è necessario. E’ nostro auspicio proseguire sul terreno di quel grande momento pubblico del settembre 2015, quando proprio ad Acerra i Cittadini e le Associazioni, aiutati dalla Chiesa, hanno dialogato con le Istituzioni sul tema della salute, dell’ambiente e dell’agricoltura».

Recentemente Legambiente ha proposto di investire alcune delle risorse del Recovery Plan in 10 opere-faro per la Transizione ecologica. Lei è d’accordo con questa proposta? In generale, si sente di dare dei suggerimenti in tema ambientale ai nostri governanti?

«Indubbiamente, con le risorse in arrivo non si può più pensare di rinviare all’infinito le bonifiche dei territori inquinati del Paese e la riconversione di impianti e siti. In questo senso è stato illuminante l’intervento al Convegno di Acerra del vescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro. Non possiamo più aspettare, i soldi vanno investiti per progetti che siano di vero sviluppo del nostro territorio, che sappiano conciliare il principio inderogabile del rispetto della vita e della dignità della persona con il diritto al lavoro. Bisogna tenere conto delle vocazioni autentiche dei territori e investire in quella direzione. Da noi in particolare non si può pensare di custodire l’ambiente e il creato senza un rilancio effettivo e concreto della nostra agricoltura, perché solo blindando il territorio intorno alla sua naturale vocazione, favorendo la nascita di imprese agricole e aiutando i giovani ad investire e ad innamorarsi di nuovo del lavoro della terra, possiamo sperare in un futuro dove regni armonia tra Dio, l’uomo e la natura».  

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