religione

Card. Cantalamessa: Stimmate Francesco, partecipazione a crocifissione Cristo

Redazione Archivio fotografico Sacro Convento

La feroce difesa delle stimmate

Chi ha una sia pur modesta familiarità con le Fonti Francescane, sa della “feroce” difesa che Francesco d’Assisi fece fino alla morte della segretezza delle stimmate. Evitava ogni accenno ad esse. A uno dei suoi compagni che con un santo stratagemma era riuscito, durante la sua vita, a scoprire le piaghe delle due mani, Francesco, accortosi in ritardo della cosa, gli disse: “Il Signore ti perdoni, fratello, della grande sofferenza che mi hai dato” (cf. FF, nr. 721). Pare che la piaga del costato riuscì a mantenerla nascosta a tutti fino al giorno della morte quando essa fu esaminata da Frate Elia. 

Quelli che lo conobbero ed ebbero familiarità con lui sanno che lo stesso atteggiamento mostrava san Pio da Pietrelcina. Con i suoi modi a volte rudi, egli scoraggiava chiunque si spingeva troppo oltre nel tentativo di scoprire le ferite delle sue mani e dei suoi piedi. Se ci chiediamo il perché di tanta gelosa custodia del segreto, non tardiamo a scoprire la risposta. Per gli estranei le stimmate sono oggetto curiosità, per quanto “pia”. Per Francesco era ben altro. Era qualcosa di simile a quello che spinge due sposi a proteggere da sguardi estranei la loro intimità. La preghiera di Francesco che precedette immediatamente l’impressione delle stimmate lo fa capire chiaramente: “Che io muoia – diceva Francesco a Cristo – per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amor mio”. Era un mistero d’amore che si consumava in quel momento nel letto nuziale di nuda roccia della Verna, ma di un amore dello stesso genere di quello del Calvario. È lo stesso riserbo che ha fatto ripetere a tanti santi le parole di Isaia, presenti nella traduzione latina della Volgata: Secretum meum mihi: “Il mio segreto appartiene (solo) a me” (Is 24, 16, Volg.). 

Le stimmate sono due cose molto diverse, dicevo, per chi le riceve e per chi invece le guarda o le studia da estraneo. Io me ne sono reso conto per la prima volta leggendo nel coretto della chiesetta di San Giovanni Rotondo dove Padre Pio ricevette le stimmate, la pagina incorniciata in cui dava relazione dell’evento al suo direttore spirituale. Altro che trofei e segni di predilezione da parte di Dio, come inconsciamente tendiamo a considerarle noi! Esse sono per chi le riceve partecipazione intima all’amore e al dolore di Cristo al momento di ricevere i colpi del martello e della lancia. Padre Pio era convinto addirittura che Dio avesse voluto punirlo per i suoi peccati, perciò terminava la relazione facendo sue le parole del salmo: “Signore, non castigarmi nel tuo sdegno, non punirmi nella tua ira” (Sal 38, 2).

Si tratta di una partecipazione al mistero di espiazione della croce. Nella Gerusalemme celeste le stimmate di Francesco e di altri stimmatizzati dopo di lui saranno anche questo per chi le ha ricevute, e cioè trofei di gloria, come lo sono le piaghe dell’Agnello immolato (Ap 5, 6). Ma solo allora. C’è una lezione sempre attuale che possiamo imparare dal riserbo di Francesco circa le sue stimmate. Il segno migliore dell’autenticità di visioni ed esperienze mistiche è il riserbo che chi li riceve mantiene su di essi. Quante volte succede che la gente si lascia ingannare e va dietro a persone a causa di fenomeni mistici sbandierati ai quattro venti, prima di ogni riconoscimento della Chiesa e prima della loro morte. Anche oggi, la garanzia migliore dell’autenticità di una vita e di un messaggio è il riserbo su di sé della persona, il distogliere l’attenzione da se stessi per orientarla a Dio. 

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