francescanesimo

L’epifania di Francesco

Andrea Gatto Giotto
Pubblicato il 14-01-2026

I doni dell’amicizia con frate Jacopa dei Settesoli

Con gli amici possiamo permetterci di stare nella nostra nuda verità, o se vogliamo usare una parola che è risuonata all’inizio di questo anno, nella nostra epifania, dove non dobbiamo dimostrare niente, ma dove possiamo mostrare il nostro volto autentico.


È quello che accade a Francesco, poco prima di morire, con donna Jacopa dei Settesoli (che lui e i suoi frati consideravano una di loro, chiamandola “frate” Jacopa): mostrarsi nella nudità estrema, nel momento di massima fragilità e verità della vita, dinanzi a un’amica.


La storia dell’amicizia di Francesco con questa ricca e nobile vedova di Roma ci è ormai familiare, e il corpo mortale di Jacopa - lo sappiamo - riposa davanti e insieme a quello di Francesco nella cripta della Basilica Patriarcale di Assisi. Gli amici di Cristo, anche se muoiono, vivranno, e li vedremo insieme, come già li vediamo insieme in questo scrigno di pietre.
A proposito di epifania, è interessante che l’unica volta in cui nelle fonti francescane si parla dei re Magi è in un passaggio che racconta l’ultima visita di frate Jacopa a Francesco.


Mancano poche ore alla sua pasqua: frate Francesco chiede ai fratelli di scriverle una lettera per convocarla al più presto. Le manifestava, con questa, il desiderio di incontrarla, per riceverne consolazione e per donarne anche a lei: aveva necessità di un «panno monacale color cenere» e l’umanissima nostalgia di assaggiare i suoi celebri mostaccioli.


Non si fa in tempo a spedire la lettera che Jacopa è già sulla soglia della porta di Santa Maria degli Angeli. Lo spiegherà lei stessa ai fratelli, presi dallo stupore: mentre stava pregando, era stata ispirata a visitare il padre e amico suo Francesco, fintanto che fosse vivo. L’amicizia previene, trova il tempo, si affretta.


Lo Specchio di perfezione (e così anche la Compilazione di Assisi) sigillano l’episodio con queste parole:


«E così avvenne che Colui, il quale ispirò ai re magi di andare con doni a onorare il Figlio suo nel giorno della sua nascita, ispirò anche a quella nobile e santa signora di recarsi con doni a onorare il suo dilettissimo servo nei giorni della sua morte, anzi della sua vera nascita». (FF 1548; 1812)


Così Francesco diventava lui, nel giorno della sua morte, il bambino nascente che aveva desiderato contemplare a Greccio. Il mistero della nascita di Gesù e quello della morte di Francesco, uniti nello stesso racconto.


Quali doni, da parte sua, Jacopa offre al suo amico, quell’amico in cui si era rivelato Cristo?
Un panno cenerino, che sarebbe servito ai frati per confezionare l’abito della sepoltura di Francesco, come un tempo la mirra, il dono profetico dei Magi, serviva a ungere i corpi dei morti. Quante volte gli amici rivestono le nostre inconsistenze e ci rivolgono quelle parole balsamiche di vera pietà: dai, che non è la fine (del mondo)!


L’incenso, che non era annotato nella lettera, ma era un di più che Jacopa aveva voluto donare, il di più dell’amicizia che intercede e vuole strappare l’amico alla morte, e che insieme alla cera delle candele accese significa la nostra fede nei corpi risorti, i corpi che si sono consumati nel dono di sé, i corpi indimenticabili.


I mostaccioli, di mandorle, zucchero o miele e mosto, il succo dell’uva pigiata. Quelli veramente erano l’oro di Jacopa, il tesoro dell’amico, un forziere di umili biscotti che schiudeva a Francesco la bontà del suo Signore. Francesco ne mangia pochi, per le residue energie di cui disponeva: ma non era la fame che lo motivava, quanto piuttosto la memoria del dono che Jacopa era per lui.


Natale e Pasqua, insieme. Anzi, come dice il teologo ortodosso Olivier Clément, «Natale è Pasqua». Si nasce per dare la vita; si muore per nascere. Santa Maria della Porziuncola diviene Betlemme e Betania. Le case in cui si impara l’arte di nascere e di morire, la casa del pane e la casa dell’afflizione, secondo l’etimologia ebraica. E ad essere testimoni di questi passaggi, tanto per Gesù quanto per Francesco, sono stati i loro amici, a volte amici di lontani sentieri, coloro che ci accolgono e riconoscono come siamo: nella nudità in cui nasciamo, rischiarata dalla promettente luce di una stella, e nella nudità in cui moriamo, raggiunta dalla luce promessa della Pasqua.


A dirla tutta, infatti, è proprio nella liturgia dell’Epifania che ascoltiamo l’annuncio del triduo pasquale, l’unico mistero che salva: Dio che, come ci ricordano i padri, si manifesta come uomo affinché l’uomo possa imparare a vivere al modo di Dio, ed essere parte del suo corpo glorioso, ferito e condiviso.


Fra Giulio, nell’ep. 20 del podcast "Parole Povere", invita ad accostarsi all’ormai prossima ostensione del corpo di Francesco con l’atteggiamento di chi, a ottocento anni dalla sua «vera nascita», desidera ancora un incontro con lui. Forse da Jacopa e Francesco si impara proprio questo. Quando Francesco stava per essere trovato da sorella morte, Jacopa era venuta alla “mangiatoia” del suo amico da lontano, come i re Magi, per incontrarlo e riaccoglierlo, questa volta per sempre. Vede il suo amico Francesco davvero come un bambino appena nato - Elia dice che appariva come «un tenero fanciullo» - ma ne poteva vedere adesso anche i segni inconfondibili della passione, un uomo che, come dice Paolo di Cristo, ha eliminato in se stesso l’inimicizia (Ef 2,16), un uomo a cui non è rimasto altro da dare che amicizia.


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