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Francescanesimo, Paoletti: L'accoglienza, stile della minorità

Domenico Paoletti

Siamo al terzo anno della Rubrica sulla Minorità forma di Francesco. Forma nel senso di ‘cifra’, di chiave di lettura per capire un po’ il mistero-Francesco, che rende bello e affascinante, sempre nuovo, sorprendentemente attuale. È la bellezza del “vivere secondo la forma del santo Vangelo”. Siamo convinti che ciò che più rende credibile, coinvolgente e attuale Francesco sia proprio lo stile di “frate minore”. Per noi, oggi, frate è termine largamente istituzionalizzato, ma ai tempi di Francesco significa solo ‘fratello’.


La minorità è l’elemento specifico e costitutivo del carisma di Francesco che continuamente ci provoca per il paradosso della sua attualità inattuale; anzi, inattuale proprio perché è attuale. Non per niente Francesco è il più ammirato e il meno imitato dei cristiani! Francesco impara la minorità alla scuola del Vangelo, dove l’amore ‘kenotico’ di Dio risplende in Gesù Cristo. Come parlare del valore della minorità nel nostro contesto culturale, che pone la soggettività al centro dei propri paradigmi di vita? Come vedere nella minorità una peculiare e paradossale espressione della libertà di Francesco che interessa (esse-in = ‘essere dentro’) tutti?


L’anno scorso (2020) abbiamo declinato la minorità secondo la prossimità. È la dinamica propria della minorità: un cammino verso l’altro, accolto e considerato “più importante”. La minorità come codice relazionale dà la precedenza al movimento verso l’altro, e la prossimità è il punto di arrivo della minorità, che si esprime nel farsi prossimo all’altro, a ogni altro, ma specialmente al più bisognoso e privo di difesa. La prossimità, abbiamo considerato nel corso dell’anno passato, è camminare secondo la logica e la dinamica della verità dell’amore che ci ha detto e dato Gesù Cristo, “non il Dio totalmente altro, ma l’assolutamente prossimo”. Il cammino di minorità è sempre un cammino di prossimità, un cammino ‘samaritano’.
Se la prossimità è la dinamica della minorità, l’accoglienza ne è lo stile e il compimento.

L’accoglienza è l’esito del cammino di prossimità. Il termine “accogliere” viene dal latino “colligere” (cum-legere), che significa ‘legare con’, mettere insieme, a cui in epoca tardolatina è stato aggiunto il prefisso ad per indicare direzione, movimento ‘verso’ qualcuno o qualcosa. In questo senso, per accogliere sembra richiesta la capacità di cogliere realtà differenti per metterle insieme portandole l’una verso l’altra, l’uno con l’altro e l’uno nell’altro.


Non c’è accoglienza senza relazione con l’altro e senza apertura all’altro, senza riconoscerlo nella sua particolarità. Realmente, accoglienza dice reciprocità profonda: il profilo agapico dell’amore e quindi la sua vocazione innata a farsi comunione. L’accoglienza è il grembo del nostro humanum: tutti siamo prima ospitati e dopo ospitanti, in una relazione che costruisce la nostra identità. Francesco, nella pratica dell’accoglienza - che significa ascoltare, fare spazio all’altro - ha incontrato la verità che è incontro e comunione; in realtà «non si trova la verità, se non praticando l’ospitalità» (L. Massignon). In queste riflessioni tendiamo a preferire il termine “accoglienza” a “ospitalità”, oggi forse più diffuso. Benché sinonimi, ospitalità e accoglienza hanno sfumature e profondità diverse: l’accoglienza è più dell’ospitalità.


Si può essere ospitali senza tuttavia essere accoglienti. L’accoglienza presuppone l’ospitalità - ovvero la disponibilità a condividere con altri il proprio cibo e la propria abitazione -, ma non vi si riduce. L’accoglienza è più dell’ospitalità in quanto spinge alla reciprocità, a farsi carico dell’altro (cultura, religione, appartenenza, storia) e a farsi accogliere dall’altro con il proprio mondo. L’accoglienza esige che ci si presenti vicendevolmente, che ci si apra reciprocamente e senza paura, ci si conosca lasciando che l’incontro generi un cambiamento reciproco. Accogliere è cogliere la realtà l’uno dell’altro: ciò permette non la semplice convivenza (senza dialogo) di due mondi, ma la nascita di una nuova realtà più ricca che li include entrambi.


Allo stesso tempo, accogliere è un gesto sproporzionato. Chi accoglie esce fuori di sé, precorre il passo e i destini dell’altro per andargli incontro. A maggior ragione, chi esercita accoglienza nella Chiesa (in particolare nelle fraternità francescane) deve uscire fuori, esattamente come fa il pastore che “esce” per cercare e ricondurre al sicuro la sua pecora smarrita. «Il buon pastore si spinge nella più estrema terra perduta, nella terra perduta del tradimento, della morte disperata, del rifiuto di Dio, anche qui per continuare a salvare e a riportare dentro. Per la fede cristiana è questa la missione di Gesù Cristo (…). Ciò rappresenta la sfida estrema della misericordia, in cui il Figlio di Dio e dell’uomo vive la misericordia di Dio e la sopporta fino in fondo, affinché proprio nessuno sia senza Dio e senza speranza» (J. WERBICK ).


In questo senso l’accoglienza è veramente salvifica. L’accoglienza è innanzitutto ascolto, l’ascolto è comprensione, la comprensione è empatia: sono atteggiamenti e attenzioni non richiesti dalla semplice ospitalità, ma propri dell’accoglienza, che accetta il rischio di coinvolgersi e coinvolgere (a cui non necessariamente si espone l’ospitalità). L’accoglienza esige infatti di mettersi in gioco, di mettere in gioco le proprie certezze e comodità, e abbracciare le incertezze e le scomodità dell’altro. Ecco perché è più facile fare ospitalità dell’altro (profugo migrante, anche se questo è oggi da molti contraddetto con la politica dei respingimenti) che accogliere chi condivide con noi lo stesso tetto, la stessa mensa e la stessa preghiera.


L’accoglienza è propria dell’humanum, esprime la dimensione fondamentale della nostra struttura psicologica capace di ‘ricevere’ l’altro nella nostra terra, nella nostra casa, ma soprattutto nelle nostre relazioni, nella nostra vita. Accoglienza di sé, dell’altro, dell’altro in sé, di sé nell’altro, sono le declinazioni della vera accoglienza che ci rende umani. L’accoglienza del tempo presente, tra passato e futuro, è un cammino mai concluso perché è il dinamismo dell’amore nei suoi vari livelli di internalizzazione comunionale. L’accoglienza è lo stile della fede cristiana, dell’amore verso l’altro: mai nemico, sempre fratello.


Allora affermare che l’accoglienza è lo stile della minorità è rilevare in Francesco lo stesso stile di Gesù che continua. Un’accoglienza che si nutre di una disappropriazione di sé a favore di chi si approssima. L’accoglienza è proprio dello stile della fede cristiana che trova il suo apice rivelativo nella pagina del giudizio universale (cf Mt 25, 31-36, che sarà oggetto delle nostre riflessioni finali su l’accoglienza eterna).


Ricentrare la nostra vita cristiana, in particolare nelle comunità francescane, sull’ascolto della Parola, sulla vita fraterna e sull’ospitalità aperta a tutti, che diventa accoglienza comunionale: una sfida rilanciata con necessità e urgenza dal tempo di pandemia che stiamo vivendo oggi.

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