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I nostri sogni in mascherina

Vittorio Lingiardi Pixabay

Di tutti i tipi, sono il simbolo della pandemia

Appese vicino all'ingresso, spesso più d'una e più d'un tipo, colorate nella speranza di sdrammatizzare, nere per cercare la sobrietà o esibire fosche inclinazioni politiche, inequivocabilmente azzurre da ospedale o piccole versioni Ffp2 di seicentesche protesi antipeste con il becco, le mascherine sono l'oggetto simbolicamente più forte di questa pandemia. Ci accompagnano ovunque come un secondo semi-volto che per difenderci oblitera il sorriso (e non tutti sanno concentrarlo nello sguardo) o addirittura ci priva dell'altro, se consideriamo l'altro come una rivelazione concessa dal volto. Cancellazioni necessarie, porte murate al viavai dei respiri vitali ingannati da quelli virali, le mascherine ci rendono tutti simili, ma anche raccontano come siamo diversi: per come le pensiamo, le trattiamo, le sogniamo. Gli oggetti reali abitano il mondo onirico in modi geniali e misteriosi. Li assorbiamo nei sogni per la loro valenza familiare e per la loro potenza mitica. Come fossimo degli Hitchcock o dei Fellini li reinventiamo piegandoli alle esigenze del nostro inconscio. Freud diceva che in ogni sogno c'è un "residuo diurno": a volte lo considerava un elemento marginale o di copertura, altre volte un indizio significativo. A fine giornata, finita la loro funzione, le mascherine assomigliano a "residui diurni" già prima di essere sognate. Le buttiamo nella pattumiera ma sappiamo che torneranno, come il rimosso. Per esempio torneranno a minacciare l'ecologia del pianeta: su WhatsApp gira un appello che ci chiede di tagliarne l'elastico prima di gettarle via, così da evitare che, nel loro infinito transito residuale, finiscano impigliate tra le zampe di un gabbiano o le corna di un cervo. E nei nostri sogni, come si impigliano? Possono dirci qualcosa di come viviamo questi giorni malati? Il virus e i suoi comprimari (mascherine, vaccino, baci vietati e quarantene) sono le star oniriche del momento, già celebrate nel libro di una ricercatrice di Harvard (a prima vista piuttosto incline al pop) intitolato Pandemic Dreams

Attingendo invece al più limitato repertorio di sogni che ho direttamente ascoltato, ne riporto due molto semplici ma evocativi. «Torno a casa e faccio per togliermi la mascherina, l'elastico rimane impigliato nei capelli, non riesco a levarmela, aderisce al viso, mi soffoca. Mi sveglio di soprassalto, come dopo un'apnea notturna ». «Cammino per strada e mi rendo conto di non avere la mascherina. Tutti mi guardano male, mi vergogno. Scappo via». Sogni come quest' ultimo, in America, manco a dirlo, hanno già un nome: "maskless nightmare", cioè l'incubo di essere senza mascherina. Che sarebbe un po' come sognare di ritrovarsi in mutande a teatro, ma questa volta con la vergogna che cede il passo all'angoscia di ammalarsi o al senso di colpa per aver violato un contratto sociale. Il sogno senza mascherina può declinarsi in storie dove prevale la paura di contagiarmi o quella di contagiare, oppure che una terza persona (figlio, partner, amico, genitore) o una comunità intera siano a rischio di contagio. Racconti onirici diversi che ci posizionano sull'asse io-tu-noi. Ci sono teorie neurobiologiche che considerano i sogni l'esito casuale di impulsi cerebrali e teorie psicoanalitiche che li considerano finestre sul mondo interno. Nel primo caso le mascherine oniriche non sarebbero altro che immagini captate di giorno e scaricate random la notte, nel secondo sarebbero oggetti ad alta pressione simbolica che entrano a far parte di una narrazione psichica. Altre teorie, a ponte tra l'approccio cognitivo e quello dinamico, annoverano tra le funzioni del sogno quella di "elaborare" eventi e conflitti della vita diurna. Secondo la (ottimistica) "teoria della simulazione della minaccia", il sogno proporrebbe "finte" minacce con cui allenarsi così da promuovere risposte più adattive nella vita diurna "vera". 

Che il sogno sia un laboratorio mentale ne sono convinto, un po' meno che sia sempre finalizzato a esperimenti facilitanti; a volte, infatti, è anche il cantiere immaginale che fabbrica le visioni del nostro collasso psichico. I sogni post-traumatici, sempre particolarmente vividi, possono comprendere, per esempio, la condanna a ripetizioni di temi e immagini angoscianti di cui non ci si riesce a liberare. Molto comunque dipende da come è organizzata la psiche del sognatore, da quanto è capace di integrazione emotiva e di evoluzione trasformativa. Ciò non significa che, anche in questi mesi difficili, le nostre notti non possano essere accompagnate da sogni immemori, liberi da mascherine, senza pipistrelli o vaccini velenosi. Sogni delicati e ristoratori oppure anche inquieti e preoccupati, ma comunque covid-free. Del tempo e dello spazio il sogno fa ciò che vuole: a volte subisce l'urgenza del contesto, altre volte non se ne cura. Comunque vada, che sia un ballo in maschera o un incubo smascherato, non è forse "fascinosum et tremendum", come direbbe Jung, che anche nei mesi di questa storia infame, ciascuno possa ospitare dentro di sé una scrittrice o un regista che, abili nella metafora, arditi nell'immaginario o implacabili nel montaggio, passino le notti a scrivere per noi, intingendo le nostre sinapsi negli inchiostri della memoria, storie d'orrore o d'amore, poliziesche o di fantascienza, storie che parlando di noi soli finiscono per parlare di noi tutti?  (Repubblica)

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