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Fra teologia e filosofia una nuova alleanza

Antonio Staglianò Unsplash
Pubblicato il 18-01-2021

Le due scienze insieme per un approccio al 'problema' Dio

Quando Antonio Rosmini studiava teologia, nella Facoltà di teologia all' Università di Padova c' erano pochissimi alunni, appena quattro. Agli inizi dell' 800 la condizione in cui versava la teologia era "pietosa", a giudizio del grande Roveretano, che nel libro Delle Cinque Piaghe della santa Chiesa, affrontando la questione della piaga della mano destra ( Dell' Insufficiente istruzione del clero, spesso tradotta con Dell' ignoranza del clero) ne denunciava il carattere «esangue», «astratto», con manuali «senza spirito, senza principj, senza eloquenza e senza metodo» che avevano abbandonato «tutto ciò che spettava al cuore e alle altre facoltà umane, curandosi solo della mente».

Oggi, in teologia è tutt' altra cosa, in particolare grazie al Concilio Vaticano II, che ha acquisito il carattere storico della Rivelazione e la dimensione antropologica della fede: la Rivelazione è l' autocomunicazione di Dio nelle vicende degli uomini e non è un insieme di proposizioni dottrinali a cui aderire con un assenso intellettuale, perché la fede è atto pienamente umano che coinvolge coscienza, cuore, sentimento, emozione, aspirazioni per il futuro e intelligenza, e sicuramente la ragione critica. La teologia è la forma critica di ciò che si viene a sapere credendo in Gesù Cristo, la verità di Dio in persona. Il metodo storico-critico è la via per l' elaborazione della teologia dogmatica: via inscindibilmente "positiva" (relativa alla Rivelazione che si autocomunica e si compie nella storia, avanzando nella Tradizione della fede) e "speculativa" (riferita alla necessità di rendere criticamente "ragione" della speranza cristiana in contesti culturali cangianti e spesso avversi).

Le grandi svolte della teologia contemporanea sono state però preparate e propiziate, come sostiene Giancarlo Vergano nella sua opera Fede e ragione, dalla distinzione all' armonia, grazie ai progressi nel metodo teologico di alcuni autori dell' 800 che, pur nella diversità, possono essere accomunati nella cosiddetta Scuola romana, troppo superficialmente liquidata dalla storiografia come una scuola autarchica e autoreferenziale, arida e troppo specu-lativa, non agganciata al vissuto della fede e alla Rivelazione storica di Dio, ma soltanto a proposizioni dottrinali: ricavate dai dogmi del Magistero, esse venivano poi "comprovate" dalla Scrittura, di cui si selezionavano alcune frasi ( dicta probantia) e sviluppate teoreticamente attraverso l' esercizio della ragione, in prevalenza nella versione della filosofia di Aristotele, riletta da Tommaso d' Aquino.

L' originalità del volume di Vergano sta nel documentare una diversa prospettiva di lettura: la decadenza di quella teologia è ascrivibile al primo trentennio di quel secolo (dal 1800 al 1830), dopo si assisterebbe a una rinascita fino al Concilio Vaticano I che avrebbe aperto alle nuove prospettive, di cui la teologia contemporanea ha potuto beneficiare. A livello diacronico, Vergano può così mostrare come la Scuola romana di un Perrone, quale figura dominante, e degli altri - Passaglia, Franzelin, Scheeben, Kleutgen e Schrader - rinnovò il metodo teologico, aprendo la teologia alle istanze dei saperi contestuali, quelli scientifici soprattutto, per un corretto confronto e un attento ascolto, ma anche per una doverosa controversia. A livello sincronico, questi teologi avviarono un ripensamento radicale del rapporto tra fede e ragione, come costretti dall' interno, per il necessario contrasto al razionalismo e al fideismo, al semirazionalismo e all' ontologismo, al tradizionalismo.

Tutt' altro che conservatrice, questa teologia risulta di necessità aperta ai nuovi fermenti della cultura corrente e soprattutto della filosofia. Nell' utilizzo della filosofia stava, infatti, lo snodo principale del rinnovamento del metodo teologico. Si sa, opertet philosophari in Theologia (è necessario filosofare in teologia). E allora l' interrogativo che attende sempre una risposta a venire: quale filosofia, quale ragione critica potrà essere esercitata perché la teologia esegua il suo compito? Tanto più che proprio dall' utilizzo della filosofia deriverebbe alla teologia la sua scientificità. Domande di allora, ma anche di oggi: la teologia è una scienza? E come potrebbe esserlo se il suo oggetto è la Rivelazione di Dio, che essendo di Dio è di ordine soprannaturale.

Per dimostrare la sua tesi di fondo, Vergano dedica metà del suo studio alla teologia di Billot, in particolare al De gratia, mostrando come - nonostante il carattere indiscutibilmente speculativo - la sua teologia sia "biblica", perché assegna al dato positivo della Rivelazione un posto rilevante, più di quanto non facesse Tommaso che rischia un uso strumentale della Scrittura, estrapolando citazioni lapidarie col riportare frasi prive del loro contesto e del loro sviluppo. In Billot, il passo biblico (con contestualizzazione e commento) fonda in modo adeguato la tesi teologica, essendo l' attestazione della verità, non una delle tante "autorità" (benché la più significativa, insieme ai Padri). La stessa cosa e in modo anche più originale vale per l' utilizzo della filosofia. Poiché la fede non è solo teologale, ma anche "teologante", non si può credere e testimoniare la verità creduta senza pensare. Tuttavia ciò che c' è da pensare è proprio la verità di fede che non può essere incapsulata dalla teoresi filosofica, per la sua eccedenza soprannaturale. La nozione filosofica deve pertanto "adattarsi" a quel sapere della coscienza credente, la cui certezza non è la conclusione di un sillogismo, ma è dono della verità creduta e dunque viene prima di ogni sua concettualizzazione e pensabilità. Da qui l' urgenza per Billot di indebolire il carattere scientifico della teologia, proprio perché l' affer-mazione teologica non può guadagnare quella evidenza propria delle scienze matematiche o fisiche o, anche, "delle scienze dello Spirito" ( W. Dilthey). La teologia lavora con l' analogia (= la similitudine nella dissimilitudine sempre maggiore) che consente l' utilizzo delle categorie filosofiche con ampi margini di approssimazione per far conoscere Dio.

Così, lo studio di Vergano raggiunge i livelli dell' attualità, quando annota come alcuni autori della Scuola romana pretendano addirittura di «trasformare, elevare, trasfigurare» l' analogia filosofica per dire in qualche modo il Dio indicibile in teologia. D' altra parte, dopo la Fides et ratio di san Giovanni Paolo II, il rapporto di fede e ragione è svincolato dal modello (prima esclusivo) proposto da san Tommaso e perpetuato dalla neoscolastica. Tant' è che vengono citati altri autori, anche dalla tradizione russa come Pavel Florienskij. La duplice menzione di Antonio Rosmini in Fides et ratioorienta alla possibile novità accennata da Vergano col suo lavoro: se in teologia occorre filosofare, sarà necessario rifondare la filosofia (dalla gnoseologia alla metafisica) e lo si dovrà fare «alla luce del Vangelo», nell' orizzonte epistemico della fede cattolica, come fece appunto Rosmini, sviluppando filosoficamente la ragione interiore dell' atto di fede e della sua dogmatica. Una filosofia del genere resterebbe però davvero filosofia? È la questione che vale la pena ritornare sempre a indagare. (Avvenire)

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