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Lo chef che dona il cibo ai nuovi poveri

Ilaria Betti Alessandro Dal Degan - Facebook

Alessandro Dal Degan: "Venite, vi darò quel che posso"

Abbiamo magazzini pieni di pane, pasta, riso e farina che possono diventare un piatto caldo; molti dei quali non possiamo vendere ed andrebbero buttati via. Rimarrà un segreto tra noi e te, nessuno lo verrà mai a sapere”: sono queste le parole di Alessandro Dal Degan, chef de “La Tana Gourmet” sull’altopiano di Asiago, che su Facebook ha lanciato un appello affinché chi “non riesce a portare un pezzo di pane a tavola” gli chieda aiuto, senza vergogna alcuna. “In questo momento storico così difficile per tutti nessuno può mettersi sul piedistallo e dire: ‘A me questa cosa non accadrà mai’ - spiega ad HuffPost -. Non siamo solo chef, non siamo il lavoro che svolgiamo, siamo persone. E sono convinto è in periodi come questo che la parte umana debba venire fuori. Dobbiamo ricordarci che anche noi potremmo un giorno trovarci in difficoltà e aiutare gli altri, come possiamo”.

Classe 1981 e proprietario del ristorante che dal 2015 ha ottenuto e sempre confermato la stella Michelin, Dal Degan spiega che l’ispirazione per il lancio dell’iniziativa gli è venuta dopo un episodio che lo ha fatto riflettere: “Un nostro cliente abituale, un cliente storico, un giorno è venuto a prendere il cibo da asporto e ne ha preso un po’ di più del normale. Mi ha confidato che lo avrebbe portato ad un suo vicino di casa in difficoltà. E mi ha raccontato la storia di questo padre di famiglia che lavorava come dipendente di un’azienda e che l’inverno implementava il salario facendo il maestro di sci nei fine settimana e durante le feste: la sua azienda ha chiuso e gli impianti sciistici, come sappiamo, non sono mai partiti. Ho pensato: ‘Chissà quante altre persone sono nelle sue stesse condizioni e faticano a chiedere aiuto’ e così mi sono detto: cosa mi costa donare i prodotti in eccesso che ho in magazzino?”.

Nel suo post su Facebook, Dal Degan parla di quel sentimento di “vergogna” che attanaglia chi non si è mai trovato nelle condizioni di chiedere una mano: “Abbiamo ricevuto testimonianze di molte persone che non riescono a portare un pezzo di pane in tavola. E molte di queste persone non lo vogliono far sapere per vergogna. La vergogna, a nostro avviso, è tutt’altra cosa. Quindi, senza vergogna alcuna, se qualcuno ad Asiago o zone limitrofe, si trovasse in questa situazione ci scriva in privato. Non importa che sia conosciuto o meno, non importa che sia o sia stato mai nostro cliente, non importano razza, età, colore della pelle, religione, sesso o orientamento politico”.

Lo chef precisa: “Non siamo ricchi, mai stati e mai lo saremo probabilmente, non abbiamo grandi possedimenti, ma abbiamo il modo di donare un sorriso”. La pandemia, in effetti, ha portato via tanto alla Tana così come molto ha tolto ai ristoratori italiani. “Questo tira e molla, questo passaggio continuo da zona gialla a zona arancione a zona rossa, è ciò che ci distrugge psicologicamente ed economicamente. Parliamo, banalmente, delle provviste: è ovvio che sapendo di dover aprire devo riempire la dispensa, ma se poi vengo chiuso subito dopo, quelle cose non riesco a smaltirle”. E gli aiuti? “Meglio non far commenti - ci dice -. Gli aiuti non ci sono, punto”.

Ristoratori e chef si stanno inventando mille cose per stare in piedi - prosegue - Noi ora siamo riusciti a radicarci nel mondo del delivery, ma lo stiamo facendo non tanto per guadagnare, quanto per mantenere i contatti. Credo che per tantissime attività sia arrivato il momento di tirare una riga e ricominciare. Stiamo facendo tanti sforzi per preservare la salute fisica delle persone e non ci stiamo rendendo conto che non stiamo facendo abbastanza per preservare quella mentale. Che senso ha non poter andare a trovare mia mamma che abita a 200 metri da casa mia, ma in un altro comune, quando un mio cliente siciliano può tornare ad Asiago dove ha la seconda casa? Che senso ha non consentire ai ristoranti di aprire anche a cena quando possono aprire a pranzo? Si tiene conto che la maggior parte dei locali si trovi in città, dove potrebbero crearsi assembramenti, ma non è sempre così. Che senso ha non fare controlli e non consentire ai locali che rispettano le regole di stare aperti? Ci siamo adattati, siamo stati iper ligi al dovere, ma ora siamo stanchi”.

La pandemia, secondo Dal Degan, ci ha insegnato anche qualcosa, come, ad esempio, a dare più valore ai soldi e alle esperienze che scegliamo di fare: “Sono convinto che la gente voglia tornare a sedersi a tavola al ristorante. Bisognerà ricostruire il tessuto sociale ed economico, ma la voglia c’è, non manca. Saremo più bravi a gestire i nostri soldi: invece di comprare, ad esempio, due magliette da dieci euro, ne compreremo una da venti e ce ne prenderemo cura. Così come al ristorante, immagino che ci sarà chi deciderà di spendere i soldi per una cena fuori, ma ‘fatta bene’”.

Discorsi sul futuro a parte, lo chef è sul presente che vuole concentrarsi. Confrontarsi col presente significa prendere atto della situazione difficile e fare quello che si può per aiutare gli altri. Confrontarsi col presente significa anche scoprire un tipo di solidarietà che dà speranza: “Sappiamo che non siamo i primi a proporre questo tipo di iniziativa, e per fortuna. Ci sono tanti piccoli e grandi ristoratori che in tutta Italia lo stanno facendo, senza neanche pubblicizzarlo. E tanti proprietari di locali di Asiago e dintorni ci hanno scritto per dirci che ci sono anche loro e che - se vogliamo - possono contribuire. Questa è l’umanità ‘bella’ che si scopre in tempi duri”. (Huffington Post)

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