religione

Accrocca: Dante e San Francesco come altro Cristo

Felice Accrocca Archivio Ansa

Le parole del Sommo Poeta nella Divina Commedia

Francesco d’Assisi è, per il poeta fiorentino, un altro Cristo, come rivelano alcuni versi del canto XI del Paradiso: “Di questa costa, là dov’ella frange / più sua rattezza, nacque al mondo un sole, / come fa questo talvolta di Gange” (vv. 49-51). Alle falde del Subasio, quindi, “nacque al mondo un sole”; ma l’evangelista Luca afferma che è Cristo il sole che sorge (Lc 1,78). In tal modo Dante istituisce – neppure in modo troppo velato – un legame diretto Francesco-Cristo, tema, questo, dominante agli inizi del Trecento, che finirà per dilagare sullo scorcio di quel secolo, come testimonia l’opera – che eserciterà nei secoli successivi un’influenza profonda – di Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Jesu (La conformità della vita del beato Francesco alla vita del Signore Gesù).

Perché Francesco è un altro Cristo? Anzitutto perché, come Cristo, ha amato quella povertà da tutti disprezzata: “Questa, privata del primo marito, / millecent’anni e più dispetta e scura / fino a costui si stette sanza invito” (Paradiso XI, vv. 64-66). Fu davvero così? No, non fu così, perché tanti movimenti di riforma, tanti Ordini religiosi, ancor prima di Francesco, avevano fatto della povertà la propria bandiera, ma Dante parla per iperbole, esagerando i toni, per sottolineare la novità del Santo di Assisi, che della povertà fece la sua sposa: “Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso” (vv. 73-75).

Cristo aveva sposato la povertà e quella gli era stata fedele “sì che, dove Maria rimase giuso, /ella con Cristo pianse in su la croce” (vv. 71-72). Se Maria era rimasta sotto la croce, la povertà era invece salita con Lui sul legno della vita. Nel secondo decennio del Trecento, quando scrisse questi versi mirabili, Dante aveva sotto gli occhi un Ordine ormai molto diverso da quello che esso era stato agli inizi. Il canto XI del Paradiso perciò, mentre esalta Francesco, lamenta pure il distacco che era venuto ormai a crearsi tra il fondatore e i suoi frati, come rivelano i versi finali del canto XII, dove all’esaltazione di san Domenico segue la reprimenda dei francescani degeneri, accusati da Bonaventura da Bagnoregio di aver tradito la Regola del fondatore, di essersi divisi tra loro, con l’obiettivo di inasprire la Regola o di allargarla, cioè di attenuarne il rigore: “ma non fia da Casal né d’Acquasparta, / là onde vegnon tali a la scrittura, / ch’uno la fugge e altro la coarta” (Paradiso XII, vv. 124-126).

Un espediente geniale, da parte sua: egli prese in tal modo le distanze da Ubertino, un autore a quei tempi ‘sospetto’, plagiandone allo stesso tempo il pensiero. È vero, infatti, che la fonte principale di cui egli si serve per comporre l’elogio di Francesco è proprio Ubertino da Casale e la sua opera più famosa, appunto l’Arbor vitae crucifixae Jesu (L’albero della vita crocifissa di Gesù). Secondo Dante, la Provvidenza “due principi ordinò in suo favore, / che quinci e quindi le fosser per guida” (XI, vv. 35-36). Due guide, Francesco e Domenico, diverse e complementari: “L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapienza in terra fue / di cherubica luce uno splendore” (XI, 37-39).

L’uno, Francesco, fu ardore serafico, puro amore, l’altro, Domenico, splendore di sapienza cherubica. Una terzina famosa, ripresa però letteralmente da Ubertino; scrisse infatti il leader degli Spirituali: “Tra questi, a similitudine di Elia e di Enoch, splendettero specialmente Francesco e Domenico. Il primo, purificato con il carbone serafico e infiammato d’ardore celeste, sembrava incendiare tutto il mondo. L’altro invece, come cherubino disteso e proteggente, luminoso per luce di sapienza e fecondo per la parola della predicazione, risplendette luminosissimo sopra le tenebre del mondo (Arbor vitae V, 3, in Fonti Francescane, num. 2046). Anche l’altra terzina famosa, prima citata, dove si afferma che la povertà salì con Cristo sulla croce, costituisce una ripresa testuale da Ubertino. Il debito di Dante nei confronti del Casalese, dunque, è grande, anche se non sempre i commentatori l’hanno evidenziato nel debito modo. Ma è evidente pure la sua dipendenza da Bonaventura, soprattutto quando si parla delle stimmate di Francesco: “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo, / che le sue membra due anni portarno” (XI, 106-108). L’ultimo sigillo rese dunque l’Assisiate in tutto conforme al Maestro divino.

Dipendenza di Dante da Ubertino e dagli Spirituali, ma non pieno appiattimento sulle loro posizioni. Per i francescani Spirituali (e per Bonaventura), infatti, Francesco aveva rappresentato una svolta epocale nella storia della Chiesa: era l’angelo del sesto sigillo, un altro Cristo venuto in terra per insegnare agli uomini la via di Dio. Essi tendono perciò ad assegnare al santo di Assisi un ruolo di importanza fondamentale, a vederlo come l’iniziatore di una nuova epoca. Da questo punto di vista è chiara la distanza che li separa da Dante: nella Commedia, infatti, la celebrazione di Francesco appare in stretto parallelo con quella di Domenico; entrambi i santi avevano assolto a una funzione provvidenziale (cf. Paradiso XI, 28-42; XII, 31-45), entrambi i loro Ordini vengono criticati perché ripieni di figli degeneri (cf. XI, 118-139; XII, 106-126). I due santi erano stati congiuntamente eletti dal Signore a difendere la Chiesa: “la provedenza che governa il mondo [...] due prìncipi ordinò in favore” (Paradiso XI, 28.35) della Sposa del Figlio di Dio. Per questo, “degno è che, dov’è l’un, l’altro s’induca, / sì che, com’elli ad una militaro, / così la gloria loro insieme luca” (Paradiso XII, 34-36).

Per gli Spirituali, invece, “sebbene ciascuno di questi due santi” avesse “calpestato pienamente e perfettamente il mondo e comandato ai propri figli di calpestarlo”, l’attenzione doveva concentrarsi “unicamente” su Francesco, e perché la sua “forma di vita” era stata “più fortemente impugnata dai subdoli maestri che screditavano l’altissima povertà”, e perché di lui si poteva “affermare in maniera tutta speciale che fu segno di somiglianza della vita di Cristo” (Arbor vitae V, 3, in Fonti Francescane, num. 2047). Allo stesso modo – a differenza di Jacopone, Ubertino e Clareno –, affidando a Tommaso d’Aquino il compito di tessere l’elogio di Francesco, Dante risolve “in superiore unità” la “risorgente polemica Assisi-Parigi, semplicità-cultura, in nome di quella sapienza evangelica che affratella Francesco e Agostino, Egidio e Bonaventura” (C. Paolazzi). Versi mirabili e un pensiero tuttora attuale, quello del poeta fiorentino, che tanto ha ancora da dire al nostro mondo, soprattutto giovanile. Siamo disposti ad ascoltarlo?

 

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