Lettere al direttore

Quel bischero di frate

Redazione Pixabay

Gentilissimo padre Enzo,

chi le scrive è un agnostico che forse è peggio dell’ateo, perché almeno lui la scelta l’ha fatta. Devo dire che l’ho vista in TV varie volte e spesso mi sono detto “chi è quel bischero di Frate?”. Devo ricredermi perché nel suo libro “La Tunica e la Tonaca” forse è riuscito a creare in me un interesse che finora non avevo avuto e cioè la ricerca della conoscenza. Ho sempre valutato gli esseri umani per quello che sono e la Chiesa (rappresentata da esseri umani) in questi ultimi anni non ha brillato negli esempi da seguire (escluso papa Francesco). Credo che il suo modo di esistere e di operare sia in chiave con i tempi moderni che viviamo. Un addetto stampa, specie se rappresentante di una merce rara e raffinata come la sua, deve fare proseliti e adoperare tutti i mezzi della tecnica per riuscirci. E non come diceva un prete dell’entroterra maremmano: “Beati voi contadini che andate nei campi a prendere un ravanello, un raspo d’uva o un cespo dell’insalata. Invece noi, poveri preti, dobbiamo cuocere un pollaccio nell’acquaccia”. Quello che ho capito dalla lettura delle sue pagine è l’Amore. Ma non quello in noi stessi, che diventa egoismo, ma quello verso gli altri! Continui così che forse riuscirà a recuperare il figlio che si è allontanato o che non è mai stato vicino. Non le dico di invitarlo ad un banchetto. Basta che dica al suo Principale: “Forse ne abbiamo recuperato un altro”. Con stima,

Antonio

 

Carissimo fratello Antonio,

il Principale mi ha risposto…”ormai è dei nostri, lo puoi chiamare fratello”. Inizio con una battuta per dar forza a quel “bischero” con il quale mi hai descritto. È vero, sono un po’ bischero...Intanto grazie della tua lettera alla quale desidero rispondere con attenzione e familiarità. Parto dalla differenza che tu stesso ponevi tra agnostico e ateo. È verissimo l’ateo fa una scelta, l’agnostico vive in un mondo fluido. Uno dei principali avvenimenti di Assisi, il Cortile di Francesco, porta avanti questo dialogo tra credenti e non. Ma la strada che suscita interesse è la ricerca… parafrasando Socrate, ti dico che solo una vita in ricerca è degna di essere vissuta. Caro Antonio sono convinto che l’Amore è diventato il senso e il significato della tua vita e di questo Amore ne hai colto il centro: la caritas, troppo spesso confusa con l’agape e l’eros. L’eros è l’amore dettato dal bisogno, quello egocentrico. L’agape è l’amore che diventa dono senza nulla pretendere. Caritas è l’amore fraterno, che viene da Dio, ci unisce al Divino e ci trasforma. Ed è su quest’ultimo il confronto più alto e nobile che l’uomo possa maturare. Papa Benedetto XVI nella sua Enciclica Deus Caritas est (Dio è amore) ci dice che desidera: “[...] parlare dell'amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. [...] L'eros ebbro ed indisciplinato non è ascesa, estasi verso il Divino ma caduta, degradazione dell'uomo. Così diventa evidente che l'eros ha bisogno di disciplina, di purificazione per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”. Insieme a te spero che nella nostra società possa nascere questo amore “purificato”, ma anche trasformante, di cui parla papa Benedetto XVI e spero che noi, pastori della Chiesa, saremo in grado di comunicarlo al meglio. 

Fraternamente,

p. Enzo.

 

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