Lettere al direttore

Il dolore sospeso

Redazione Pixabay

Carissimo padre Enzo,
sono in difficoltà. Lo scorso mese mio marito, dopo una malattia durata 5 anni, ci ha lasciato. Il Covid ci ha subito bloc- cato in casa, e anche il dolore è rimasto sospeso. Un brutto anno per tutti, per me e mia figlia legatissimi tra di noi, un dolore forte, come potrà immaginare. Vengo al dunque...mia figlia si è laure- ata ed è partita nuovamente per conti- nuare gli studi. Mi sono trovata sola e la tristezza mi blocca. Sono stata sempre super attiva, lavoro, volontariato, amici, ecc. Adesso sono una nuova persona in cerca di motivazione per continuare, ma non la trovo. Ho ancora rabbia...dolo- re! Grazie a Lei mi sono riavvicinata alla fede, che non ho mai perso, ma com- batto tra difficoltà ad accettare rituali che non sento. Non lo so perchè le dico questo, ma so che una sua preghiera e parola potrà farmi ritrovare il cammino. Forse pretendo troppo da me devo solo stare in silenzio, più ferma, più paziente. Vorrei tanto tornare ad Assisi, dove io e mio marito venivamo ogni anno, ma ora non si può. L’ultimo giorno felice lo abbiamo trascorso lì, ho una bellissi- ma foto con lo sfondo della casa di San Francesco. Perciò vorrei ripartire da lì. Vi ringrazio per l’ascolto e prego per lei, perchè è un canale con cui Dio ci sta vi- cino. Isabella (@) 

 

Carissima Isabella,

due parole, che colgo come piccoli semi, hai voluto condividere con me ”ripartire da lì” e “accettare rituali che non sento”. Ogni cammino ha la sue cadute, i suoi dolori e per far sì che essi non siano ostacoli insormontabili necessitano di essere fecondati dal- la ripartenza. Ed è proprio forse gra- zie al dolore di questi momenti che si sente più forte il bisogno della luce e della serenità. Una ripartenza che non cancella il dolore, né le ferite della sto- ria come Cristo risorto con i discepoli. Grazie alle ferite della croce viene ri- conosciuta la risurrezione, il Maestro. Il desiderio di ripartire, diventerà cam- mino, incontro. Penso alle donne che si recarono al sepolcro, tutto era avvolto come in una luce crepuscolare, come se, attraverso il velo delle lacrime di- ventasse visibile per la prima volta qualcosa di nuovo senza che gli occhi, che piangono, sappiano distinguerlo veramente.

Eppure è vero: è possibile tornare sul luogo della morte, del do- lore, entrare nella camera sepolcrale e prendere coscienza di tutto il dolore senza impedimenti. Soltanto così si arriva a questa esperienza del mattino di Pasqua, di poter considerare nuova tutta la vita. Laddove non sappiamo vedere che distruzione e putrefazione, proprio là, dall’abisso, si leva la figura di luce. Così annota Drewermann: “con quali occhi è dato di vedere un angelo? È il miracolo della fiducia e dell’amo- re, quello di acquisire questo reciproco modo di vedersi già in questa vita, non nei cimiteri, ma proprio qui, in questa vita”. L’altra espressione che citi è “ac- cettare rituali che non sento”. Vorrei dirti: per fortuna. Il rituale è la morte della liturgia, è imbrigliare le persone nelle gabbie, ecco perché credo che nel tuo cuore c’è una grande possibi- lità: far diventare la vita, la liturgia, le relazioni non dei rituali sterili e stantii, ma espressione del battito del cuore. Solo quando la vita, la liturgia, le rela- zioni diventano espressione della fre- schezza evangelica e della bellezza del Vangelo allora tutto diventa primavera. Vite che tornano a sbocciare e a fiorire. Un caro saluto di pace e bene

 

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