Le visite dei pontefici
Il viaggio di Francesco
Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo (2Test 1-3: FF 110).
Con queste parole, Francesco inizia il suo (secondo) testamento, compendiando quella che per lui era stata la fonte della sua conversione: il contatto con i lebbrosi. Il futuro santo, rileggendo la sua esperienza terrena, fa memoria dell’importanza dell’incontro con i lebbrosi, cristallizzando in qualche frase un periodo abbastanza lungo in cui egli comincia a verificare la sua vita, dopo le prime esperienze così scottanti e debilitanti della sua gioventù – penso alla guerra e al suo desiderio frustrato di diventare cavaliere.
È curioso che la prima cosa che Francesco riporta alla mente sia la sua esperienza con i lebbrosi. Lui sa di essere ormai alle battute finali della sinfonia della sua vita, ne è consapevole. E la cosa che ritiene più importante è proprio il ricordo di un incontro che aveva rappresentato una situazione alquanto difficile – amara, come la descrive lui. Perché Francesco decide di essere così puntuale nella descrizione di ciò che questo incontro aveva smosso nelle viscere del suo cuore? Il motivo è, credo, che questa possibilità ha significato per lui un cambio di rotta, un catalizzatore interiore di una tempesta benedetta, proprio quella che gli ha fatto accogliere la grazia e che lo ha messo in moto lungo un arduo cammino di conversione. In una delle sue agiografie, la Legenda dei 3 Compagni, leggiamo, a proposito, che è proprio a partire dal suo incontro con i lebbrosi che Francesco «cominciò progressivamente a non fare più alcun conto di se stesso, fino a giungere alla perfetta vittoria su di sé, con la grazia di Dio» (3Comp IV,11: FF1407).
Questo brano del testamento mi fa sempre pensare a quanto sia importante l’incontro con la fragilità, col dolore e con l’amarezza. Francesco ce ne dona la descrizione minuziosa, pur nella sua fugacità (come si può veramente descrivere a parole una conversione così profonda?): la sua paura, il suo sdegno, il suo ribrezzo nei confronti dei lebbrosi sono stati proprio il fondamento di una nuova visione del mondo – una visione umana, umanizzante ed energicamente divina. Francesco ha avuto il coraggio di guardare, toccare e amare il lebbroso, proprio così come farebbe (e fa) Dio. Sarà poi molto più tardi – probabilmente all’epoca in cui il poverello di Assisi scrive questo testamento – che egli stesso si renderà conto che quello sguardo era rivolto proprio a lui. Già, perché è sempre dopo che ci si rende conto della grazia passata attraverso l’incontro con chi non riesci neanche a guardare in faccia. Io ho fatto questa esperienza diverse volte, quella di non riuscire nemmeno a guardare negli occhi qualcuno che piangeva per la sua condizione, qualcuno che mi scrutava nel profondo cercando di carpire solo un mio sorriso. È sempre troppo facile guardare altrove, mentre Francesco insegna la strada più dura, quella del guardare oltre. Quella che ti fa incontrare Dio proprio oltre il ribrezzo di un occhio umettato di lacrime, o di un sorriso impaurito.
Ma questo incontro con la fragilità, con l’altro-da-me (e, perché no, anche con me stesso – in qualche modo), è possibile solo se si parte da Dio, e non da noi stessi. E questo, Francesco, al tramonto della sua vita (dopo anni di lotte e di relazioni scarnificanti) ce l’ha ben impresso nella mente e nel cuore, ce l’ha vergato nel corpo. Talmente tanto che comincia il testamento con due parole inequivocabili: Dominus dedit, il Signore diede. Tutto quello che segue sembra essere ben compaginato attorno alla consapevolezza assoluta di avere ricevuto in dono anche ciò che gli sembrava amaro. Solo così Francesco può farsi portatore di un abbraccio che ha il sapore dell’impossibile, solo così ha scoperto 1 Consiglio la lettura di Giovanni Salonia ofmcap, In nuda e santa terra. L’incontro con sorella morte, Edizioni San Paolo 2023, da cui ho attinto per alcune idee qui contenute. – e anche noi possiamo farlo – che la conversione non copre una necessità intellettuale, ma è una strada che si può intraprendere solo con il coraggio della vulnerabilità – e non con la forza suadente della rabbia. In fondo, Francesco sembra donarci la certezza che la vita può essere trasfigurata in una dolcezza che converte il cuore aprendolo all’impossibile. A noi è chiesta solo una cosa: accettare il fatto di essere fragili. Già, perché, in fondo, ciò di cui forse abbiamo più paura non è la fragilità di chi ci sta di fronte, ma il renderci conto di star guardando uno specchio di noi stessi.
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