francescanesimo

Festa della Dedicazione della Basilica

Redazione
Pubblicato il 25-05-2026

L'omelia di fra Ignacio Ceja Jiménez

Proponiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata questa mattina da fra Ignacio Ceja Jiménez, Vicario generale dell'Ordine dei frati minori, nella celebrazione presieduta in occasione della festa della Dedicazione della Basilica.

 

Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace. Prima di tutto, vorrei esprimere la mia gioia nel poter presiedere l'Eucaristia per la prima volta presso la tomba di San Francesco, nel giorno della festa della dedicazione di questa Basilica. Ringrazio il custode Fra Marco Moroni per il suo invito.

Essere qui oggi è per me, e credo per tutti noi, motivo di gratitudine e di grazia. Un dono che accogliamo con gioia, ma anche una chiamata e una responsabilità: vivere la nostra sequela del Signore Gesù con gioia e fedeltà, come ha fatto San Francesco. Quest'anno, inoltre, la festa della dedicazione della Basilica che custodisce il corpo di San Francesco ricorre nell'ottavo centenario della sua Pasqua.

Questa coincidenza ci ricorda che la nostra celebrazione odierna non è semplicemente un anniversario storico. Celebriamo il mistero dell'opera di Dio compiuta in un uomo e il mistero dell'opera che il Signore continua a compiere nella sua Chiesa. Questa Basilica è nata da un gesto di amore e di fede.

Dopo aver proclamato Santo Francesco, Papa Gregorio IX volle che sorgesse qui una speciale ecclesia, una casa degna di custodire il suo corpo. In pochi anni, grazie alla fede di un popolo intero, l'Europa venne ad Assisi con la sua devozione e il suo stupore, perché aveva intuito che in Francesco era accaduto qualcosa di grande. Un uomo era diventato trasparenza del Vangelo.

Per questo, oggi la liturgia ci ricorda che la vera Basilica, la vera Chiesa, non è fatta di pietre, ma di persone trasformate dalla grazia. L'abbiamo ascoltato nella seconda lettura: "Anche voi, come pietre vive, entrate nella costruzione di un edificio spirituale".

Le pietre di questa Basilica sono magnifiche. Raccontano fede, arte, storia e bellezza. Ma la gloria più grande di questo luogo non sono Giotto, Cimabue e Simone Martini, né la sua architettura incomparabile.

La sua vera gloria è un uomo che si lasciò costruire da Dio. Francesco divenne una pietra viva. San Bonaventura, nel descrivere la meraviglia delle stimmate, dice che Francesco, come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme Celeste, era stato squadrato dai colpi della prova.

Non una pietra già perfetta, ma una pietra lavorata, ferita, levigata, colpita. Dio non ha costruito Francesco senza fatica. Lo ha plasmato attraverso esperienze mistiche, crisi, domande, malattie, delusioni e notti interiori.

Prima di restaurare San Damiano, Dio ha restaurato il cuore di Francesco. E qui comprendiamo meglio quell'episodio che segna tutta la sua vita. Davanti al crocifisso di San Damiano, ascolta: "Va' e ripara la mia casa".

Francesco inizialmente pensa a muri da costruire e comincia davvero a trasportare pietre, ma lentamente comprende. Cristo non gli chiedeva anzitutto di restaurare l’edificio, gli chiedeva di lasciarsi ricostruire. Prima il suo cuore, poi la Chiesa.

E forse questa parola oggi risuona anche per noi, perché è facile amare la Chiesa come istituzione, discutere dei problemi, vedere le sue fragilità e decidere di dare il rinnovamento. Ma Francesco ci insegna una via diversa.

La Chiesa si ripara lasciando anzitutto che Cristo ripari noi. Quante volte vorremmo correggere gli altri, cambiare il mondo, riformare strutture. Francesco, invece, cominciò da sé stesso.

E proprio per questo divenne strumento di una trasformazione immensa. Dio non costruisce con la forza dei potenti, ma con la disponibilità dei piccoli. E forse questa Basilica lo proclama silenziosamente da otto secoli.

Qui si innalza uno degli edifici sacri più grandiosi della cristianità sopra la tomba di un uomo che voleva essere soltanto il piccolo araldo del Gran Re. Che paradosso meraviglioso! La maestosità del Tempio custodisce la memoria di uno che desiderava essere minore. Ma questo è il Vangelo.

Dio innalza e si abbassa. La seconda lettura ci ha detto: "Anche voi, quali pietre vive, siete costruiti come edifici spirituali". Anche voi.

Non solo Francesco, anche noi. Questa parola cambia tutto, perché significa che questa festa non riguarda semplicemente il passato, ma la nostra vocazione oggi. Cari fratelli, care sorelle, mentre celebriamo la dedicazione di questa Basilica nell'ottavo centenario della Pasqua di San Francesco, comprendiamo che la vera dedicazione che il Signore attende è un'altra: quella della nostra vita.

Tra poco, sull'altare, sarà offerto il Sacrificio di Cristo e la liturgia lo esprime nella preghiera sull'offerta: "Fa' di noi un'offerta spirituale a te gradita". Ogni giorno il Signore ci domanda: "Puoi appartenere a me? Puoi diventare spazio della mia presenza? Puoi permettermi di abitare la tua povertà, le tue ferite e i tuoi limiti?" Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù durante la festa della dedicazione del Tempio di Gerusalemme.

E proprio lì Gesù compie un passaggio decisivo. Porta l'attenzione dall'edificio alla relazione: "Ascoltano la mia voce, io le conosco". Questo è il segno.

Il vero Tempio non è un luogo dove Dio viene visitato occasionalmente. È una vita che ascolta, una vita che segue, una vita costruita nelle mani del Padre. È consolante l'ultima promessa: "Nessuno le strapperà dalla mia mano".

L'Apocalisse, infine, ci ha mostrato la meta ordinata: la Gerusalemme nuova che scende dal cielo, la dimora di Dio fra gli uomini. È lì che siamo diretti.

Ogni chiesa sulla terra è solo un'anticipazione, ogni Tempio è una profezia, ogni Eucaristia è un frammento del cielo. E allora oggi, davanti alla tomba di Francesco, forse la preghiera più bella è questa: "Signore, non permettere che ammiriamo soltanto questa Basilica, fa' che diventiamo noi quella Basilica che Tu desideri".

Costruisci in noi il Tuo Tempio. Squadraci, levigaci, purificaci, anche attraverso il lebbroso. E, come Francesco, rendi anche la nostra vita una casa dove Tu possa abitare e dove molti possano incontrare la Tua pace.

Amen.

 

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