fede

Il tempo degli abbracci

Antonio Tarallo Pixabay

Il 27 marzo 2020 e le scoperte-riscoperte che ci ha donato papa Francesco

Un marinaio, un nocchiero nella barca. Il silenzio attorno, rotto solo dallo scrosciare della pioggia. Il crocifisso della chiesa romana di San Marcello, intriso di pioggia, di lacrime per le migliaia di vittime di un “qualcosa” che non si comprende bene. È l’uomo smarrito davanti al dolore, alla sofferenza. “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Queste, le parole che quel 27 marzo di un anno fa, sembrano riecheggiare da un silenzioso crocifisso, simbolo non solo del Cristo sofferente, ma di ogni uomo sulla terra. Si ferma, in quel giorno, il mondo e - attraverso le parole del pontefice - cerca di riflettere sulla propria condizione umana. La fede aiuta, la fede viene in soccorso a tanti. Donne e uomini, “fratelli tutti”, cercano in quel respiro affannoso del Santo Padre di ritrovarsi. Giorni particolari, quelli. Non hanno rumore, se non quelle delle ambulanze che girano in una Roma deserta.

“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!»”. Le parole dell'evangelista Matteo ben si addicono a questo momento che - sotto l'aspetto mediatico, sotto l’aspetto religioso - rimarrà consegnato alla storia, per sempre. Un momento da raccontare ai propri nipoti: così si dice, usualmente. Il pensiero, allora, con ancora le parole dello Stabat Mater, corre alle madri, alle infermiere, alle donne che nel periodo del lockdown sono state la forza per molte famiglie, Madri dolorose al capezzale di qualche parente. Uno stare vicino a loro, questa volta, del tutto particolare: il covid non permette la vicinanza umana, ma solo spirituale. Atroce sofferenza. Atroce - anche - è la domanda: Perché? E’ Giobbe che parla in quel “perché?”.

Nelle parole di Papa Francesco, in quel giorno, ci viene fornita una sorta di spiegazione: “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità”.

Non conta più nulla del “prima”. In quel 27 marzo 2020, conta solo il giorno “27 marzo 2020”. C’è un futuro? C’è un presente? In quella data cosa è accaduto? E’ accaduto che abbiamo compreso - in silenzio - che la vita non è mai scontata. La vita è un ramo in preda al sole, alla pioggia, all’inverno e alla primavera. E’ un dato di fatto, questo. Eppure, forse, lo avevamo dimenticato prima di quella data. Scrive il Qoelet al capitolo terzo: “Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci”. Ora, aspettiamo di tornare al tempo degli abbracci, perché ci mancano.

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