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Quando i santi fanno cambiare le leggi inique

Enzo Fortunato Mauro Berti - Rivista San Francesco

La celebrazione ad Assisi dell'incontro tra Francesco e Antonio.

Dopo aver visto il programma di Alberto Angela da Assisi (per gli appassionati di share: il miglior risultato della stagione; per gli appassionati di qualità: è quello che l’Italia merita) devo dire che, alla fine, i santi vincono sempre. E i santi di cui vorrei parlarvi sono San Francesco e Sant’Antonio che, partendo da visioni diverse, si sono abbracciati nella logica dei valori e della compassione.

Oggi si celebrano ad Assisi gli 800 anni del loro incontro che risale al Capitolo generale delle Stuoie del 30 maggio 1221.

Come è noto i due santi hanno una profonda influenza l’uno sull’altro e, se dovessi trovare il nucleo essenziale della loro comunanza spirituale, direi che per entrambi è centrale la dimensione della povertà, pur nelle forme differenti che essa assume in loro.

Per Antonio povertà significa spogliarsi della propria sapienza e dottrina. In fondo, pur provenendo dal magistero di Sant’Agostino, il suo approdo a San Francesco può essere letto come una specie di kenosi, di abbassamento verso una povertà essenziale.

Le cronache che riguardano Sant’Antonio insistono tutte sul medesimo tratto: sebbene fosse in grado di straordinaria eloquenza e di mirabile sapienza teologica, “tuttavia nell’ufficio di prelato si mostrava cortese in modo mirabile e governava i suoi frati con clemenza e benignità”. Sant’Antonio non voleva essere considerato un superiore, ma un compagno dei frati. Questa era la radice della sua “intima purezza”, la capacità che in effetti è una vera e propria grazia, di abbassarsi senza mai far pesare questo abbassamento. La mitezza che riservava ai frati coincideva con l’assoluto rigore verso se stesso: nessuna ostentazione, nessun possesso che non fosse necessario, nessuna parola che non fosse eco dell’evangelico: sì sì, no no.

Fu per queste ragioni che Francesco lo pregò di continuare a occuparsi di teologia e gli affidò il compito di predicare ai Catari e agli Albigesi: era certo che la carità e la mitezza avrebbero sempre prevalso sulla seduzione teologica, sulla seduzione cioè del pensiero puro e sulla violenza che può scaturirne.

È celebre l’invettiva di Sant’Antonio contro gli usurai, ovvero contro chi non solo non combatte la povertà, ma prospera sulla miseria altrui. Fu proprio grazie a Sant’Antonio se, il 15 marzo 1231, venne abrogata un’odiosa legge sui debiti che, nei fatti, conduceva i poveri o verso gli usurai o verso il carcere e l’esilio: “Su istanza del venerabile fratello il beato Antonio, confessore dell’ordine dei frati minori”, il podestà di Padova decise che l’insolvente, una volta ceduti tutti i propri beni, non finisse più in prigione o in esilio. Ecco come i santi fanno cambiare le leggi inique.

La povertà francescana, quella che riconosce valore assoluto alla creatura, diventa insomma il criterio per difendere gli ultimi.

Come scrisse Francesco nel Testamento, “io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare”: e tutti gli uomini devono avere la possibilità di un lavoro onesto, di non essere costretti ad una povertà che li umili o li metta alla mercé dell’avidità altrui.

padre Enzo Fortunato (da Huffingtonpost.it)

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