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Quando i diversi si chiamavano Catari

Carlo Grande cuneodice.it

Un docufilm sul massacro degli eretici

Li chiamavano bogomili, albigesi, manichei, catari e anche bogre, bulgari (dal latino «bulgarus»), termine dispregiativo che oggi in francese (bougre) significa zotico, poveraccio, ottuso. Bogre si intitola il nuovo film-documentario del regista Fredo Valla (autore anche delle sceneggiature di Giorgio Diritti), dedicato alla riscoperta dell' eresia catara, che sarà presentato oggi al Sofia International Film Festival.

«Bogre è parola usata anche nelle nostre valli - dice il regista - la pronunciava mio padre e non la capivo, significa babbeo, poco di buono, persona che vale poco. Ho voluto dar voce ai bogre di oggi, a chiunque venga perseguitato». Valla mescola così la tragedia catara con quelle più recenti della Shoah e delle guerre balcaniche, al bombardamento di Sarajevo. Il film è ricerca storica, tanto più quest' anno, settimo centenario del rogo di Belibaste, il cosiddetto «ultimo cataro» che ultimo non fu - qualcuno dice che abbracciò la fede un po' per convinzione e un po' per opportunismo - ma si sa, intorno ai Perfetti (un libro, serio, fra i tanti: La cena segreta. Trattati e rituali catari di Francesco Zambon) sono fioriti abbondanti stupidaggini new age e nazi-esoteriche. Bogre percorre l' Europa, la Storia con la maiuscola, parla di filosofia e delle nostre radici culturali. Il documentario - tre ore, non un cortometraggio qualsiasi - batte i luoghi dell' eresia arrivata dall' Est: «I catari d' Occidente - spiega Valla - erano un' affiliazione dei bulgari bogomili, a loro volta affiliazione dei pauliciani, a loro volta filiazione delle idee gnostiche del primo cristianesimo, anzi del giudeo-cristianesimo». Idee arrivate dalle truppe di Goti che attraversarono il centro dell' Asia, ipotizza il docufilm.

Nell' universo cataro Bene e Male si fronteggiano, si scontrano un Dio fatto di puro spirito e un demiurgo satanico: i catari, avanguardia di purezza, combattono la materia e si fanno chiesa alternativa: «I bogomili-catari furono perseguitati - spiega Valla, regista della scuola di Ermanno Olmi che vive in valle Po, a Ostana ma è originario di Sampeyre, valle Varaita - perché a differenza di altre eresie, quella valdese ad esempio, che si proponeva la riforma della Chiesa e il ritorno al Vangelo, si posero come alternativa. Erano loro la vera chiesa di Dio, la Chiesa degli agnelli contro la chiesa dei lupi, quella di Roma e di Costantinopoli». L' eresia attraversò l' Europa e giunse in Italia (sostenuta dai ghibellini), in Francia, nel Midi-Occitania, si diffuse in modo capillare: secondo alcuni storici nella Firenze di Farinata un 30% della popolazione fu cataro-patarina, e Sirmione fu sinodo permanente dei catari giunti dalla diaspora occitana dopo la crociata e la resa di Montségur. Colpivano il suo drastico rifiuto dell' autorità costituita, l' integrità evangelica. Ebbe proseliti nelle élites e nel popolo, tra gli stessi ecclesiastici, chierici, monaci, prelati. Finirà male, parecchio. La storia raccontata da Fredo Valla, sulla scia naturalmente di Simone Weil, non ha happy end: saranno stragi e roghi (uno all' interno dell' arena di Verona, nel 1278), sarà crociata contro gli Albigesi, catari d' Occitania, a partire dal 1209, sarà massacro a Béziers (l' abate Amaury avrebbe pronunciato, di fronte alla strage indiscriminata di cattolici e catari, la frase: «Dio riconoscerà i suoi»), e assedio e rogo a Montségur. Un sogno spezzato con il ferro dalla mano di Simone di Montfort, armata dalla Chiesa cattolica e dal regno di Francia.

Parliamo naturalmente di civiltà gentile, di trovatori - fra l' XI e il XIV secolo, in qualche modo poesia trobadorica e catarismo coincidono - di lingua d' Oc, che Dante pone alla base dell' italiano, unica lingua «straniera» contenuta nella Divina Commedia. Il Poeta considerava quella civiltà più nobile di quella espressa in lingua d' Oïl, parlata al Nord, imposta con la forza. Film sulla prepotenza, dunque, sul diritto di scegliere e professare il proprio credo; condanna l' intolleranza alla base della civiltà europea, dal Medioevo a oggi, cioè «l' impero della forza» descritto da Simone Weil in splendide pagine sulla civiltà occitana, scritte a Marsiglia nel 1942, in piena guerra. Il saggio era intitolato L' agonia di una civiltà nelle immagini di un poema epico ed era basato sulla Chanson de la croisade albigeoise, poema composto nel medioevo e in lingua d' Oc, che come l' Iliade descrive «gli ultimi palpiti» di una civiltà "annientata per sempre", dalle armi, che viveva nelle contrade di Beaucaire, di Tolosa e di Avignone, nelle regioni della Provenza e della Linguadoca, dell' Aragona e della Catalogna. Jovent, jòi, paratge, pretz e larguessa: gioventù, gioia di vivere, lealtà, valore e generosità, erano le parole simbolo dei trovatori. «Questo paese - scrive la Weil - che è morto e che merita di essere pianto, non era la Francia». La sua vocazione si rifaceva alla vocazione spirituale della Grecia antica, dell' Oriente.

«La civiltà di cui narra il poema - dice Simone Weil - non ha lasciato altre tracce oltre il poema stesso, a qualche canto di trovatori, a rari testi sui catari, e a qualche splendida chiesa. Il resto è scomparso; possiamo solo tentare d' intuire cosa fu questa civiltà uccisa dalle armi, di cui le armi hanno distrutto le opere». "La civiltà di cui narra il poema - dice Simone Weil - non ha lasciato altre tracce oltre il poema stesso, a qualche canto di trovatori, a rari testi sui catari, e a qualche splendida chiesa. Il resto è scomparso; possiamo solo tentare d' intuire cosa fu questa civiltà uccisa dalle armi, di cui le armi hanno distrutto le opere". Il film, prodotto da Chambra d' oc, Incandenza film (produttore onorario «Lontane Province Film» del mitico Tonino De Bernardi, sostegno della Film Commission Torino Piemonte), muove i primi passi da Oriente, dove tutto cominciò. (La Stampa)

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