PAROLA POVERA: Alzarsi

Alzarsi è crescere, l’etimologia sembra parlare chiaro. All’origine della parola c’è altius, comparativo di altus, alto, che origina da alere cioè ‘far crescere’, ‘nutrire’. Alzarsi ha dunque a che fare con l’altezza, con la crescita, con l’aumento di qualcosa, col sollevarsi, e quindi con l’ottenere una visione più completa, ma anche con l’elevarsi, con lo stare sopra.

Ed è il graduale slittamento del significato a mettere anche questa parola, come tante altre, su un confine, un crinale dove basta poco per far pendere rovinosamente (almeno dal punto di vista psicologico, delle relazioni), il piatto della bilancia semantica verso un abisso di superbia o addirittura di arroganza. E’ il rischio che si corre, nelle parole e nella vita, nel fare il passo giusto, un piccolo passo che può portarci in una direzione piuttosto che in un’altra. E’ il rischio di ‘alzare la cresta’, ‘alzare le corna’ (meno usato ma con lo steso significato), ‘alzare la voce’, così come ‘alzare il volume’ (in senso letterale ma anche figurato) e perfino ‘alzare l’asticella’ e stressare dunque la competizione, con altri ma anche solo con se stessi. A cui però si contrappone l’‘alzata di ingegno’ (che, a riprova del delicato equilibrio del senso delle parole e delle cose ha anche la sua versione ironica: ‘che bella alzata d’ingegno’), che sembra appartenere in modo specifico al mondo dell’arte, almeno secondo la celebre definizione di un artista come Gino De Dominicis: “L’arte riguarda il genio, e il suo spazio è quello della verticalità: non si sposta orizzontalmente da destra a sinistra, o viceversa, ma si muove, immobile, dall’alto verso l’alto”. Cui De Dominicis, noto per l’ironia paradossale e spiazzante delle sue opere, aggiungeva immediatamente una chiusa, a proposito dell’ironia che abbiamo appena citato: “Come giustamente pensava anche mia zia”.

In una simile area di positività dell’espressione c’è l’’alzata di scudi’ (a difesa di..) e perfino l’onesta e a volta neutrale ‘alzata di mano’ (per proporsi o anche solo per indicare la propria presenza o la propria adesione a qualcosa o a qualcuno). Ma basta ‘alzare i tacchi’ per ritrovarsi in un territorio di fuga, codardia, deresponsabilizzazione.

Alzarsi può essere, come sappiamo dalla tradizione cristiana, un miracolo (‘Alzati e cammina’), un richiamo a tornare nel ‘giro’ senza esitazioni (‘Alzati spia’, come nel film Yves Boisset con Lino Ventura e Michel Piccoli), una ambigua minaccia (‘Alzati, là tuo figlio a te concedo riveder’, come nel terzo atto del ‘Ballo in maschera’ di Verdi), un invito, per lo più amichevole, a riprendere in mano il proprio destino (come in ‘Alzati Giuseppe’ di Claudio Baglioni (Alzati, Giuseppe / Troppo tempo hai perso già / Alzati, Giuseppe /

Verso la tua libertà / Alzati, Giuseppe / Mille secoli tu hai / Alzati, Giuseppe/ Se tu vuoi tu volerai). È quest’ultima dimensione del senso di alzarsi che ci porta verso il suo significato più positivo che proviamo a sperimentare nella vita di tutti giorni. È quel significato legato ad un’espressione oggi tanto usata soprattutto in relazione alla pandemia e alle azioni messe in campo dai singoli e dalla società: resilienza. Alzarsi è infatti anche ri-alzarsi, tornare a vivere: dopo un incidente, dopo una malattia, dopo una sconfitta, dopo una delusione, dopo un inciampo della vita. Rialzarsi è quindi riacquistare la giusta altezza, quella proporzionata agli uomini, imperfetti ma dotati di un tesoro interiore che spesso non sanno neanche di possedere. Mantenere alta l’attenzione (o la forza, o lo spirito o la fede, a seconda delle inclinazioni) anche di fronte agli ostacoli.