societa

Un 11 settembre per i diritti sul ponte New York Kabul

Barbara Stefanelli Corriere.it

La pandemia e la catastrofe afghana ci hanno costretti a riflettere

Le famiglie di spalle, con il bagaglio ridotto a uno zaino scolastico, in fila per sparire nella bocca di balena degli aerei alleati. Quelle meno fortunate dietro le recinzioni, i bambini sollevati oltre il filo spinato verso i militari stranieri, ultimo atto di una missione che ha visto soldati di decine di nazioni combattere e cadere da eroi per quella “Libertà duratura” (Enduring Freedom) di cui si sono perse le tracce a Ferragosto. E ancora famiglie, allargate e riunite, accampate per giorni intorno all’aeroporto di Kabul in attesa di un lasciapassare. Le loro facce raccolte in un’istantanea dal più anziano al più piccolo, al quale scappa comunque un sorriso per la foto, con la geo localizzazione mandata via WhatsApp: siamo qui, veniteci a prendere…

Poi i kamikaze, gli spari, i corpi martoriati riversi in un canale rosso sangue. E tutti gli altri, gli uomini e le donne – 40 milioni di afghani – che sapevano di non avere vie di fuga. Alcuni tra i più giovani, il 19 agosto, festa dell’Indipendenza, si erano avvolti nella bandiera nazionale per andare a farsi sentire sulla collina della capitale. Vent’anni dopo l’11 settembre 2001, foto e video dall’Afghanistan hanno riempito i nostri schermi di dolore e di sensi di colpa che hanno bucato l’effetto estraniamento. Che cosa ha a che fare tutto questo con me? Mi riguarda? Incredibilmente sì, ci riguarda e ci interroga. Quelle immagini hanno chiuso un’estate già tormentata dalla difficoltà di raggiungere una linea comune attorno alla razionalità dei vaccini: ci siamo ritrovati avviliti per l’impossibilità di condividere un patto minimo di civiltà che incateni sicurezza personale e solidarietà collettiva.

I valori occidentali

La pandemia e la catastrofe afghana ci hanno costretti a riflettere su come viviamo e conviviamo dentro/fuori i sistemi – società, Stati, alleanze, unioni – cui apparteniamo per passaporto e cultura. Tutte le volte che il confronto si è spogliato dalle schermaglie ideologiche, come dall’arroganza degli indifferenti, siamo riusciti a rimetterci in discussione: è stato un effetto collaterale, non negativo, se sapremo continuare a scavare in noi e poi ricostruire. Quali sono i valori essenziali dell’Occidente liberale, quelli “identitari” che se perduti ci destinerebbero a una risacca periferica? Se il progetto di “esportare la democrazia” con la forza degli eserciti è fallito, significa che dobbiamo richiuderci in una bolla e stabilire che ogni

luogo detterà le sue leggi? Ha scritto Sabino Cassese, ragionando di Costituzioni e Carte, che esistono sia un riconoscimento universale del diritto dei popoli alla democrazia (dal 1948) sia un impegno a promuoverla (dalla dichiarazione Onu del settembre 2000). C’è lo spazio, lo vediamo, per un impegno individuale e collettivo più profondo. Una maturità democratica, rifondata su un’etica essenziale della responsabilità, che può aprire a una stagione non riluttante. Un altro posizionamento esistenziale, direbbero i filosofi. Un altro ruolo per l’Europa, potrebbero proporre i diplomatici. Che in questo momento significa accogliere, con quote sensate, i profughi. E poi sostenere, con ogni mezzo politico e finanziario, quell’azione di “costruzione di una nazione” che le ragazze e i ragazzi afghani hanno già preso su di sé. Le democrazie indietreggiano nei Paesi emergenti, dicono i rapporti della Freedom House, sono quelle più vecchie – anche demograficamente – a dover raccogliere una sfida che è civile e morale. Ed è la nostra Storia. L’11 settembre 2021 potrebbe diventare una giornata di mobilitazione sul ponte New York-Kabul. (Corriere della Sera)

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