Le visite dei pontefici
La storia dietro il restauro di san Francesco
La chiesa di San Damiano ad Assisi è universalmente nota per il celebre crocifisso che parlò a San Francesco, spingendolo a ricostruirne le mura, ma dietro questa narrazione spirituale si nasconde una complessa vicenda storica fatta di mutamenti urbanistici e passaggi di proprietà. Originariamente il santuario era dedicato ai santi medici Cosma e Damiano. Il cui culto, nato subito dopo la loro morte, era particolarmente diffuso sia in Oriente sia in Occidente.
La fondazione della chiesa è antichissima, una pergamena dell'Archivio della cattedrale di San Rufino, datata marzo 1030, riporta un atto di affrancazione di un servo in cui si cita espressamente «l'altare beatum sancto Damiani qui est in comitatum Asisinatum». Tuttavia, al tempo di Francesco, la devozione locale era in netto declino e l'antico santuario non era più frequentato. Questo isolamento giustifica lo stato di totale abbandono in cui versava la struttura e il successivo impiego di denaro da parte del giovane mercante per ripararla.
Nei primi anni del XII secolo, l'edificio aveva subito una svolta giuridica fondamentale: fu donato da alcuni privati a don Letone, priore di San Rufino, insieme a una dote: libri liturgici, paramenti e campane. L'atto inserì ufficialmente la chiesa tra i beni del Capitolo della cattedrale, trasformandola in "terra dell'Episcopio", che le garantiva l'immunità ecclesiastica. La struttura visse inizialmente una fase prospera in cui fu persino ampliata, ma venne poi progressivamente trascurata a causa dei profondi cambiamenti sociali dell'epoca; il degrado materiale era infatti la diretta conseguenza di un nuovo urbanesimo che stava riconfigurando il Comune di Assisi. Lo spostamento in massa della popolazione dalle campagne verso l'interno delle mura cittadine spinse la Chiesa a concentrare l'attenzione pastorale nei centri urbani, provocando l'abbandono delle strutture rurali del contado.
Quando Francesco vi giunse, San Damiano appariva cadente, desolata, senza devoti e nessuna lampada ardeva davanti all'altare. Il paesaggio interno presentava muri decrepiti, pareti fendute, mattoni sgretolati, travi tarlate e pitture sbiadite. Tommaso da Celano conferma questo stato di imminente rovina, raccontando che il Santo vi trovò soltanto un povero e anziano sacerdote a cui offrì il proprio denaro dopo avergli baciato le mani in segno di profonda fede. Constatate le gravissime condizioni strutturali e interpretando l'ispirazione ricevuta come un mandato concreto, Francesco decise di mettersi all'opera in prima persona come un vero e proprio muratore. Non avendo risorse, iniziò a mendicare i materiali necessari per le vie di Assisi. Con quelle stesse pietre di recupero, cemento, chiodi e legname ottenuti con fatica, rialzò manualmente le pareti pericolanti. La successiva morte del vecchio parroco, avvenuta poco dopo la partenza del Santo, causò un nuovo abbandono del sito, che venne poi concesso a Chiara d'Assisi e alle sue consorelle, le quali si fecero carico della manutenzione futura.
Il legame originario con la diocesi si ricompose l'11 marzo 1255 quando, tramite la bolla Cum a nobis petitur, venne stipulato un contratto di permuta in vista della costruzione della nuova basilica di Santa Chiara. Le monache ricevettero la chiesa di San Giorgio e San Damiano ritornò definitivamente sotto il controllo dell'ordinario diocesano, riassumendo lo status giuridico che deteneva secoli prima.
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