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La sostenibilità non si fa a parole. Francesco d'Assisi precursore di Steve Jobs

Roberto Righetto Pixabay

Le Regole monastiche di Francesco e Benedetto per ridare anima all'economia

Nemmeno cinque anni fa quasi tutte le nazioni del globo si impegnarono ad attuare la cosiddetta Agenda 2030, un programma per lo sviluppo sostenibile in 17 punti da realizzare per la fine di questo decennio, fra cui la sconfitta della fame e della povertà, l'accesso a un'istruzione di qualità, una crescita economica attraverso la creazione di posti di lavoro per uomini e donne, una produzione e un consumo responsabili, un'energia pulita e il rispetto del diritto alla salute.

Detti così, questi Obiettivi del millennio possono sembrare banali e scontati, almeno come desiderata, ma se si entra nel dettaglio delle singole voci si può vedere come si tratti di un programma articolato, non soltanto di sogni campati in aria. Giustamente alla vigilia delle ultime elezioni europee Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, in un editoriale lamentava come pochissimi leader avessero assunto l'Agenda 2030 come proprio programma.

Unica eccezione la Finlandia. Quella che anima gli Obiettivi è la visione di un'economia diversa, che la si voglia chiamare "solidale", "d'impatto" o "civile" come hanno fatto alcuni. Kate Raworth ad esempio, docente a Oxford, ha teorizzato «un'economia della ciambella», una serie di sette mosse per pensare uno sviluppo alternativo. Fra queste una diversa concezione del Pil e della stessa crescita, che non può essere illimitata. Che l'economia, e anche la teoria economica, siano cruciali per disegnare una politica pubblica rispettosa dei diritti degli uomini e delle donne ma anche delle risorse del pianeta lo mette bene in luce Francesco Antonioli nel libro Meno è di più.

Le Regole monastiche di Francesco e Benedetto per ridare anima all'economia, alla finanza, all'impresa e al lavoro (Edizioni Terra Santa, pagine 170, euro 15). Giornalista con molte esperienze, fra cui "Sole 24 Ore" ed "Avvenire", e autore di diversi saggi (compresa un'indagine sugli eremiti in Italia), ora mette a fuoco con occhio disincantato la reale intenzione di tante aziende di fare i conti con la sostenibilità, espressione a dire il vero un poco usurata, talmente tanti sono gli imprenditori che se ne riempiono la bocca dicendo di voler puntare su investimenti sociali.

Ricorda Antonioli come un anno fa la Business Roundtable, pensatoio che riunisce circa 200 amministratori delegati delle più importanti aziende nordamericane, abbia approvato una dichiarazione in cui è scritto che non dev'essere più il profitto il fine ultimo: il benessere dei lavoratori viene prima dei loro guadagni. Fra i firmatari Jeff Bezos di Amazon, Tim Cook di Apple, Mary Barra di General Motors, Ginni Rometty di Ibm e Doug McMillon di Walmart.

Molte volte viene da chiedersi: sarà davvero così? Il modello Adriano Olivetti, che nel dopoguerra diede vita a un'impresa fondata sul concetto di comunità, che coinvolgesse chi vi lavorava e producesse cultura, investendo sul territorio circostante, ha finito per trionfare rispetto a quello di Valletta, il gran patron della Fiat con cui si misurò?

Ricordo che negli anni Ottanta, scrivendo per questo giornale un'inchiesta sul confronto tra efficientismo e solidarismo a proposito del modello di sviluppo da realizzare, oltre a figure come Prodi, Andreatta e Merloni intervistai Felice Mortillaro, allora presidente di Federmeccanica, che molto decisamente mi disse: «Se avesse vinto Adriano Olivetti e non Valletta, la famiglia Agnelli e la Fiat, l'Italia sarebbe fallita». Oggi difficilmente si troverebbe un industriale che non sposerebbe le idee di Olivetti.

Tornando al libro di Antonioli, la sua peculiarità è nel ritrovare nelleRegoledi san Benedetto da Norcia e di san Francesco d'Assisi, che sono anche riprodotte alla fine del volume, codici ancora attuali per i manager. Organizzazione rigorosa, leadership efficace in grado di far lavorare insieme persone motivate, gestione comune di valori e di operatività sono alcune delle caratteristiche dei monasteri benedettini, tanto da farne la vera molla dello sviluppo economico e sociale del Medioevo. Senza dimenticare l'enorme apporto culturale ed artistico alla civiltà europea e mondiale.

«Quanto san Benedetto ha messo nero su bianco è assolutamente efficace per più obiettivi strategici: eliminare la negatività nelle organizzazioni; ottimizzare il lavoro di squadra; servirsi della cooperazione per vincere; integrare lavoro e spiritualità. Il genio di Benedetto è proprio in questo suo approccio totale».

Così, l'abate del monastero può essere paragonato al moderno Ceo. Purché abbia un'anima, viene da aggiungere, perché l'organizzazione non basta. Una predisposizione, se non alla preghiera, alla contemplazione, alla spiritualità, alla lettura. Antonioli poi rammenta un articolo dello storico Alessandro Barbero che sulla Stampa ha definito Francesco d'Assisi precursore di Steve Jobs: «Furono i francescani a inventare il marketing».

Ancora, parlando del santo d'Assisi: «Era a capo di una multinazionale, lui che voleva andare in giro scalzo con un gruppetto di amici, parlando di Gesù alla gente e scaricando casse al mercato per mantenersi». Queste sono anche le linee che animano l'iniziativa Economy of Francesco, un appuntamento che si terrà in autunno ad Assisi per disegnare l'idea di un'economia che include e non esclude, come assai spesso ha richiamato il Papa. (Avvenire)

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