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Gli inganni del cervello

Simona Regina Unsplash

Sbagliando non sempre si impara

Sbagliando si impara. Così recita il vecchio detto. Lo sottolineava anche il filosofo Karl Popper: nessuno può evitare di fare errori, la cosa più grande, allora, è imparare da questi. Del resto, è stato proprio Popper a ribaltarne l' immagine: nel Novecento l' errore ha smesso di essere il male. Non più l' assenza di conoscenza ma un modo per acquisirla. Sbagliare, tuttavia, è utile quando stimola il senso critico, sebbene non sempre ci riesca. Basti pensare a tutte le volte che ci ritroviamo a sbagliare allo stesso modo. A ripetere lo stesso errore. In amore, al lavoro, facendo shopping. Perché succede? Perché «incappiamo quotidianamente in alcune trappole del pensiero, tranelli nei quali la mente scivola inconsapevolmente», spiega Sara Garofalo, neuroscienziata dell' Università di Bologna. Un esempio? Sono tanti quelli che la ricercatrice colleziona nel libro Sbagliando non si impara (Il Saggiatore): «Si tratta di bias cognitivi, distorsioni sistematiche del pensiero che abbiamo acquisito, millennio dopo millennio, lungo i sentieri dell' evoluzione».

Pensiamo ai vaccini contro il Covid 19. Sono stati sviluppati in una corsa contro il tempo e ora molti, ma non tutti, li considerano l' arma perfetta per uscire da questa crisi globale. Eppure tanti tra coloro che possono usufruire del vaccino AstraZeneca si chiedono perché non possono avere lo Pfizer. Effetto di una sorta di predisposizione innata a vedere sempre più verde l' erba del vicino? O si pensi ad alcune varianti di Sars-CoV-2, che preoccupano perché rendono il virus più contagioso e forse anche più letale, o alla stessa irruzione nelle nostre vite del Coronavirus. Più che al caso (il genoma dei virus muta continuamente indipendentemente dall' ambiente e i virus circolano su l Pianeta da miliardi di anni) sembra sia più rassicurante trovare una causa concreta e sinistra. Da thriller. E allora si ipotizza una deliberata creazione in laboratorio. «In effetti - spiega Garofalo -, di fronte a eventi catastrofici come la pandemia, trovare una causa esterna, come i laboratori cinesi creatori di virus o immaginari effetti nefasti della tecnologia 5G, può essere rassicurante. O perlomeno più tollerabile. Per quanto improbabili, infatti, le idee complottiste hanno il vantaggio di offrire senso e ordine a quelli che sono avvenimenti straordinari e difficili da accettare». Entra dunque in azione la cosiddetta dissonanza cognitiva: in pratica, quando siamo colpiti da eventi complessi e apparentemente inspiegabili, ci sforziamo comunque di trovare una giustificazione, perché tendiamo ad aspettarci che nel mondo le cose vadano in un certo modo, che seguano una certa logica, e non accadano mai secondo un' incontrollabile concatenazione di cause ed effetti .

«La mente è alla ricerca continua di ordine e connessione tra ciò che ci circonda». Proprio per questo «le emergenze sanitarie vanno da sempre a braccetto con le teorie della cospirazione: l' epidemia di febbre di fine Ottocento, per esempio, si riteneva fosse causata dalla corrente elettrica, mentre la responsabilità della peste nera che colpì l' Europa intorno al 1350 fu attribuita agli ebrei, accusati di contaminare le acque. Non c' è niente di più rassicurante di una risposta certa, soprattutto quando siamo preoccupati. E complotti, cospirazioni e bufale riescono a parlare alla parte emotiva del nostro cervello». Non c' è perciò da stupirsi se chi è convinto che il 5G sia la vera causa del Coronavirus cerchi (e trovi) proprio le informazioni che confermano le sue convinzioni: entra in azione, infatti, quell' errore cognitivo che porta ad attribuire più credibilità a ciò che conferma la propria idea, facendo ignorare ciò che la contraddice. È il bias di conferma. Così come non c' è alcuna razionalità nel considerarsi a un passo dalla vittoria e quindi tentare ancora e ancora la fortuna con il Gratta e Vinci o il Lotto. «La sensazione del "c' ero quasi", che proviamo quando otteniamo un numero vicino a quello vincente, ci illude di essere stati a un passo dalla vittoria, quando invece le probabilità restano invariate: l' idea che "mancava poco", però, si insinua nella mente e spinge a ripetere il gioco». D' altro canto, se ci reputiamo sfortunati perché giocando a carte o a qualche gioco da tavolo ci convinciamo di non azzeccare mai le carte migliori o i tiri di dado più favorevoli, più che di destino avverso dovremmo parlare di avversione alla perdita: la tendenza a ricordare meglio gli eventi negativi che ci riguardano, tanto le nostre sfortune, quanto le fortune degli altri. Ed è proprio questa naturale avversione alla sconfitta che può portarci a fare scelte del tutto irrazionali.

Quando, invece, non riusciamo a liberarci di una relazione o di un lavoro insoddisfacente, entra in azione il bias che psicologi ed economisti chiamano dei costi sommersi e che ci tiene ancorati al passato: «Quando abbiamo investito dei soldi o del tempo in un' attività o in una relazione, tendiamo a portarla avanti, pur di non avere la sensazione di aver sprecato risorse. Eppure mollare tutto significherebbe darsi una opportunità di felicità nel futuro». Insomma, come ci indicano gli studi nel campo della psicologia delle decisioni e dell' economia cognitiva, i bias cognitivi sono in agguato ogni volta che prendiamo una decisione. «Sapere che possono influenzare le nostre scelte non è sufficiente a non subirne l' effetto. Ma comprenderne l' impatto è un punto di partenza, per non sbagliare più, o almeno per farlo consapevolmente. Non fraintendetemi - conclude Garofalo -: la nostra mente non è stupida. In tanti casi queste scorciatoie sono efficaci e ci conducono alla soluzione migliore in tempi rapidi, ma con la stessa facilità possono portarci sulla strada errata. E per imparare dagli errori dobbiamo innanzitutto saperli riconoscere». (La Stampa)

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