societa

Con Abdulrazak Gurnah il Nobel ritorna in Africa

Alessandro Zaccuri Facundo Arrizabalaga - Epa
Pubblicato il 08-10-2021

Il romanziere tanzaniano è cantore dell'epopea dei profughi

Non è un autore prolifico Abdulrazak Gurnah, lo scrittore originario della Tanzania premiato ieri con il Nobel per la Letteratura. La sua opera si compone di una decina di romanzi (il più recente, Afterlives, è del 2020), solo tre dei quali apparsi in Italia negli anni Duemila: Sulla riva del mare nel 2002, Il disertore nel 2006 e Paradiso nel 2007. Non molti, ma abbastanza per apprezzare l'importanza di un autore che ha finito per imporsi in maniera abbastanza sorprendente.

La scelta di premiare Gurnah conferma la volontà - espressa da tempo dall'Accademia di Svezia - di allargare lo spettro geografico del premio e dall'altra torna a insistere sull'ambito della lingua inglese, già ampiamente valorizzato negli ultimi anni con i riconoscimenti a Kazuo Ishiguro, a Louise Glück e, non ultimo, a Bob Dylan. I due elementi non sono necessariamente in contraddizione tra di loro. Basterebbe ricordare un gioco di parole in voga fin dagli anni Ottanta, The Empire Writes Back, che si potrebbe tradurre come "l'Impero contrattacca scrivendo" (sullo sfondo c'era un film della saga di Star Wars, L'Impero colpisce ancora). Il senso era chiaro allora e lo è ancora di più oggi: diffusasi in Africa e in Asia come strumento di dominazione coloniale (l'Impero in questione è evidentemente quello britannico), la lingua inglese si è trasformata in arma letteraria di rivendicazione e di riscatto nelle mani. Pressoché coetaneo di Salman Rushdie, l'eterno escluso dalla competizione per il Nobel, Gurnah appartiene appunto alla generazione che in modo più consapevole si è fatta carico di questo ribaltamento di prospettiva. Il suo romanzo d'esordio, Memory of Departure ("Memoria della partenza") porta la data del 1987, che è l'anno successivo all'assegnazione del Nobel al nigeriano Wole Soyinka, primo scrittore africano in assoluto a ricevere il premio.

Dopo di lui, e prima di Gurnah, sono venuti l'egiziano Nagib Mahfouz nel 1988 e, rispettivamente nel 1991 e nel 2003, i sudafricani bianchi Nadine Gordimer e John Maxwell Coetzee. Da parte sua, Gurnah porta una particolare attenzione alla condizione dei profughi e dei rifugiati, ai quali ha dedicato le prime dichiarazioni dopo l'annuncio della vittoria: «Molte di queste persone - ha detto - fuggono per necessità, e anche francamente perché hanno qualcosa da dare». È anche la sua storia, la storia di un giovane che lascia la Tanzania all'età di vent' anni e si stabilisce in Gran Bretagna. Il Nobel del 2021 non ha rinunciato alla sua implicita funzione politica, pur sottraendosi a tematiche che, alla vigilia, potevano essere considerate più impellenti, come quella dell'emancipazione femminile di cui è portavoce la favorita Annie Ernaux. Certo, a confronto di altri narratori il cui nome era stato speso nella rosa dei candidati (dal rumeno Mircea Cartarescu all'ungherese László Krasznahorkai), Gurnah è portatore di una visione del romanzo tutto sommato tradizionale. Niente affatto convenzionale, ma senza dubbio maggiormente legata un'idea del racconto meno innovativa di altre che si stanno affacciando sulla scena. Per arrivare al Nobel, insomma, gli sperimentatori dovranno pazientare ancora un po'.


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Diamo voce al dramma dei rifugiati

(Dorella Cianci) L'Accademia svedese, leggendo ieri le motivazioni per il premio Nobel per la Letteratura ad Abdulrazak Gurnah, ha detto: «È soprattutto un riconoscimento per l'intransigente e compassionevole indagine degli effetti del colonialismo e del destino dei rifugiati nel divario tra culture e continenti ». Ed è proprio per queste ragioni che ci è capitato di incontrare il professor Gurnah, colto e gentile romanziere, oltre che docente di Letteratura all'Università del Kent. È nato a Zanzibar, dove è rimasto fino a quando è arrivato in Inghilterra come rifugiato. Gurnah appartiene a una minoranza etnica araba, che è stata atrocemente perseguitata sin dal 1963 in Tanzania, da dove lui riuscì ad andar via, spostandosi con una cattedra universitaria prima in Nigeria e poi a Canterbury, dove ad oggi lavora. Il suo impegno per i diritti civili, per le minoranze, per i temi legati agli effetti sociali del post colonialismo, lo rendono una voce autorevole di quei Sud del mondo spesso divorati dalla cultura dello scarto.

In occasione anche del gruppo di lavoro "Refuge in a moving world" in collaborazione con Ucl-African Studies, pose l'accento, in particolare, sulla condizione delle varie aree del-l'Africa, invitando a non parlare genericamente di continente africano, ma cercando di prestare occhio, orecchio e cuore ai vari territori e alle diversissime popolazioni. Da oggi, certamente, i lettori italiani impareranno a conoscere un po' meglio questo scrittore, grazie in particolare a Garzanti, che certamente si attiverà per ripubblicarlo. Professor Gurnah, a che cosa lei presta occhio, orecchio e cuore? "Ai rifugiati, ai migranti, a coloro che vanno e a coloro che restano. Gran parte dei miei romanzi coprono un lungo periodo precedente alla mia nascita, ma queste narrazioni riguardano ancora me, mentre crescevo a Zanzibar, riguardano la mia storia, la mia famiglia, coloro che sono ancora lì o che sono stati perseguitati; ma riguardano anche i tanti fenomeni migratori che sono in corso nel nostro pianeta, dettati ora dalle guerre, ora dalle pestilenze, ora dalla siccità o dalla deforestazione (penso ad esempio ai cosiddetti migranti a causa del clima)".

I suoi romanzi raccontano le molteplici forme di esclusione e inclusione, espropriazione e inclusioni difficili, che caratterizzano le migrazioni delle genti, oggi e in epoche passate. Lei si basa su una critica letteraria postcoloniale, restando vigile sui diversi processi migratori, che riguardano le persone attraverso il tempo e, soprattutto, lo spazio. Che può dirci della storia coloniale delle sue zone? Gran parte della storia coloniale africana è stata messa in un cassetto, dimenticata nell'immaginario popolare britannico, anche un po' colorito. In mezzo alle diverse pubblicazioni romanzate e fin troppo stereotipate, segnalo solo una di buona qualità, La mia Africa di Karen Blixen, un romanzo autobiografico conosciutissimo, pubblicato in tutto il mondo. La storia, come vede, non è dimenticata da tutti davvero. Gli storici del colonialismo, ben più dei romanzieri, studiano questo periodo e questi eventi, così come indagano le vite delle persone, nostri avi, che sono state immerse in questo complesso tempo della storia. Quel periodo è stato un'ostinata guerriglia, fatta di pause e violente riprese, su cui le truppe a guida tedesca probabilmente ebbero la meglio. Quelle britanniche non furono molte. La maggior parte dei soldati erano africani. La maggior parte delle vittime erano africane.

Leggendo i suoi romanzi vien naturale chiedersi quali siano il ruolo della critica letteraria e il ruolo della storia, aspetti che lei unisce.
Beh, ben prima della critica letteraria, io citerei "Refugee tales", un gruppo in autentica solidarietà con rifugiati e richiedenti asilo. Lavorando direttamente in collaborazione con coloro, che avevano sperimentato il sistema di asilo nel Regno Unito, e prendendo come modello la grande poesia di viaggio di Chaucer, scrittori, fra cui io, hanno e abbiamo raccontato una serie di storie. Credo che sia anche molto importante citare i Quaderni del '900, dove si indaga la letteratura postcoloniale italiana (Pasolini, Moravia, Flaiano). Nel 2002, inoltre, mi sono occupato di Derek Walcott e del suo senso della storia per il mio corso. Per avere una visione storica e letteraria di un mondo nuovo, bisogna avere piena consapevolezza della storia, come Whitman, Neruda, Borges e, in un senso lato, come il poema di Cesaire Cahier d'un retour au pays natal. Il suo saggio ha per epigrafe un bellissimo verso di Joyce: «La storia è l'incubo da cui sto cercando di svegliarmi ». Questo vuol dire avere un senso critico della storia.

Dunque, per lei, la vita vera che si fa narrazione...
C'è sempre fiction e realtà. Prenda Il disertore: è una meditazione sulla perdita e sull'abbandono. Inizia alla fine dell'Ottocento in un piccolo paese lungo la costa di Mombasa. Una mattina, sulla strada per la moschea, un negoziante timoroso, è terrorizzato da quello che pensa debba essere un ghul, che si staglia nella luce dell'alba, cioè un'entità sovrannaturale per i musulmani, un mito spesso dedito all'aggressione dei viaggiatori. Ecco perché il negoziante ha paura. A un esame più attento, risulta essere «un uomo dalla carnagione cinerea», Pearce, cioè un coloniale disilluso, che è stato derubato e lasciato quasi morire nel deserto dalle sue guide somale. Hassanali lo porta a casa sua, gli dà da mangiare e da bere e chiama il guaritore. Il tema dell'accoglienza non è mai da sottovalutare. Il secondo capitolo parte dal punto di vista doveroso e senza pretese di Hassanali al mondo imperialista del funzionario britannico locale, Turner. Il resto è noto, ma è chiaro che è un romanzo che, sotto diverse prospettive, parla degli effetti del colonialismo.

Memory of Departuree The Last Gift sono due capolavori, ma quest' ultimo, in particolare... Spero che anche qui, insieme al punto di vista solito, riguardante le genti in movimento, si comprenda l'ironia del protagonista, residente a Londra, che etichetta i suoi vicini di casa come «questi stranieri europei». Spesso ci sentiamo migranti appena mettiamo un piede fuori casa. Spesso lo siamo per tutta la vita sia oggettivamente che soggettivamente. Non so se le persone si abitueranno a essere immigrate, ma di certo, in particolare per noi che abbiamo vissuto quest' esperienza, sarebbe auspicabile mantenere sempre un'anima accogliente e una mente ricca di memoria, per non tradire i luoghi da dove si è partiti.(Avvenire)

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