societa

Alinari, il ritratto di una nazione

Michele Smargiassi Archivio Alinari

Il più grande archivio fotografico italiano, ora fondazione pubblica, sarà presto visibile a tutti

II 25 febbraio del 1894 gli Alinari, con oltre un secolo d' anticipo, fotografarono il loro futuro. In verità quel giorno l' anonimo operatore della ditta fiorentina fu mandato a montare il treppiede davanti ai cancelli di villa Fabbricotti per documentare un evento molto più imminente, la visita della regina Vittoria, che a Firenze avrebbe soggiornato là dove era vissuta e morta Paolina Bonaparte. Non poteva sapere che, nel terzo millennio, quella residenza aristocratica sarebbe diventata la nuova casa del più illustre patrimonio fotografico italiano, tra i più antichi al mondo. Anzi, molto più di questo: dal 1852 e senza interruzioni gli scaffali della Fratelli Alinari sono il caleidoscopio dell' identità italiana, l' album di famiglia di un popolo, il catalogo visuale dell' Italia che ha formato e informato generazioni di studenti, l' abecedario per oculos che ci insegnò come guardare il nostro stesso paese, la sua arte, i suoi paesaggi, i suoi monumenti, le sue città, i suoi personaggi. Dopo centocinquant' anni di gestioni private, quel patrimonio nel dicembre del 2019 è stato acquistato, con notevole e generoso investimento finanziario, dalla Regione Toscana.

Bene, ora che l' immaginario storico della nazione è anche giuridicamente pubblico, che cosa ce ne facciamo? «Lo facciamo vivere», sorride Giorgio Van Straten, scrittore e organizzatore culturale che dall' ottobre scorso è presidente della neonata pubblica Fondazione Alinari per la Fotografia. Fra pochi giorni a Firenze presenterà ufficialmente il progetto di salvaguardia e valorizzazione. Ha idee chiare sui passi urgenti da compiere: primo, mettere in sicurezza quell' enorme quantità di materiale storico (cinque milioni fra lastre, stampe, album, libri e altri oggetti) chiuso in un deposito da quando l' ultimo proprietario privato della Alinari, l' imprenditore triestino Claudio De Polo, vendette la storica sede dell' azienda, nell' eponimo Largo Alinari.

Il trasloco nella villa, che ospiterà archivi e uffici, dovrebbe avvenire entro un anno. Nel frattempo partirà, in collaborazione con l' Opificio delle Pietre Dure e grazie a un bando ministeriale appena vinto, il restauro dei reperti più delicati, le «immagini uniche», nate per non essere riproducibili, ossia dagherrotipi, ambrotipi e ferrotipi, «la più grande collezione italiana». Secondo passo, aprire la caverna delle immagini per rendere il tesoro Alinari accessibile a tutti: agli studiosi ma anche agli studenti, ai cittadini, agli interessati, ai curiosi. Ci sarà un museo, una esposizione permanente, probabilmente nell' ex convento, poi caserma dei carabinieri, che sta giusto di fronte alla stazione di Santa Maria Novella: questo richiederà più tempo, «spero di riuscirci entro tre anni, comunque prima della fine del mio mandato che è di cinque ».

Nel frattempo, sfruttare gli spazi virtuali: dopo una lunga trattativa la Fondazione ha acquisito anche la piena titolarità di tutte le scansioni digitali finora realizzate, in verità non tante, circa 259 mila su quei cinque milioni, ma abbastanza per attrezzare un sito web che non sia solo una vetrina: appena restilizzato, ancora molto spoglio, ospiterà presto le prime "storie Alinari", pacchetti narrativi di immagini e racconti, esempi di un uso digitale non imbalsamato di un patrimonio analogico. Da pochi giorni è stata nominata una direttrice con solida esperienza di management culturale, Claudia Baroncini: «L' urgenza, ora, è avviare la macchina, aprire gli uffici, creare la struttura». Ci sarà bisogno di un comitato scientifico, che però ancora non c' è. Tutto sommato uno schema che sembra semplice, per un oggetto culturale che in realtà è complicatissimo da maneggiare. Due tentazioni opposte, la museificazione e la spettacolarizzazione, potrebbero distruggere l' originalità storica della creatura dei fratelli fiorentini, Leopoldo, Giuseppe e Romualdo: che furono imprenditori pionieri del mercato visuale, inventori di un forno che saziò la fame della nascente civiltà dell' immagine riprodotta. E seguitò a farlo accumulando altri archivi, benché in modo non sempre organico, continuando a commissionare campagne a singoli fotografi.

Questo è un punto chiave, se non si vuole che l' artificazione soffochi la storia: fin dall' inizio le fotografie degli Alinari (e dei colleghi-rivali che vennero via via inglobati nel trust, a partire da Brogi, Anderson, Chauffourier) non furono opere d' arte da contemplare, ma oggetti visuali da riutilizzare, materia prima riproducibile per gli scopi più diversi: libri, certo, ma anche cartoline illustrate, calendari, pubblicità, oggetti d' arredamento, gadget «Per quanto avessero gusto e solidi criteri estetici, gli Alinari non vendevano semplicemente opere fotografiche d' autore, ma contenuti visuali », spiega Luigi Tomassini, studioso che conosce i recessi di quegli archivi fin da quando se ne occupò per la grande mostra del 1977 che fece riscoprire gli Alinari agli italiani. Trattare quelle immagini «come preziosi incunaboli » da chiudere in cassaforte, come fu proposto al momento dell' acquisizione, sarebbe un' eutanasia per soffocamento museale del medium che ha costruito la nostra cultura diffusa. Del resto, benché messa in crisi nell' era digitale dalla concorrenza dei grandi archivi internazionali (Getty, Corbis) che in fondo sono stati l' incarnazione moderna di quel modello, la commercializzazione del catalogo Alinari non si è mai interrotta.

Neanche ora lo sarà: uno staff di cinque persone ha ripreso da dicembre il servizio di licensing , cioè di vendita dei diritti di utilizzo per chiunque chieda immagini Alinari per usi commerciali. E, tuttavia, che adesso Alinari sia un patrimonio pubblico e non un' agenzia di stock images che fa profitti non può restare senza conseguenze. «Apriremo gli archivi a chiunque ne vorrà fare un uso culturale», promette Van Straten. C' è un esempio illustre: la Library of Congress di Washington consente a chiunque l' uso libero di tutto il proprio sterminato patrimonio di immagini storiche, scaricabili anche dal sito in alta definizione. C' è chi trova troppo generoso e rischioso questo modello. Alinari infatti sta pensando a una strada intermedia tra stock e Loc : cessione gratuita del diritto di riproduzione per utilizzi culturali, ma con pagamento di una quota di servizio (che potrà scendere a pochi euro per uno studente alle prese con la tesi), e una sorveglianza sugli usi commerciali, per evitare il rischio della banalizzazione. Insomma, non un self-service, ma una gestione culturale. «Se queste immagini», insiste il presidente, «e non lo dico per deformazione professionale, sono la narrazione di una storia, quella dell' arte, delle città, della società italiane, allora questa storia ha una dignità che va tutelata e raccontata con grande rispetto». (La Repubblica)

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