religione

Zagare

Andrea Gatto
Pubblicato il 03-04-2026

Francesco insegna che non rimane un cosa ma un chi

Venerdì 20 marzo: equinozio di primavera.

Nella Chiesa di S. Maria Maggiore, ad Assisi, abbiamo meditato le stazioni della via crucis così: abbiamo immaginato che ad ogni stazione un seme, un seme di dolore, di non senso, di non-amore, si schiudesse nella vita di Cristo e, quasi come in uno specchio, nella vita di Francesco d’Assisi.

Ogni fratello, ogni persona che si è coinvolta nella scrittura di questo piccolo itinerario spirituale, portava un seme nella mano, e di volta in volta lo consegnava a un bambino - i bambini che sono le nostre primavere. Il bambino, poi, scendendo nella cripta sotto l’altare, lo piantava in un vaso di terra.

Così, sotto la croce, dove era creduta la sepoltura di Adamo, sotto il Golgota, il luogo dei non-volti, dei teschi, il sangue dell’Agnello, dell’Adamo nuovo, feconda le nostre morti anonime, le affratella alla sua morte piena di luce. Da allora siamo riconosciuti figli di Dio, abbiamo di nuovo un volto, da allora siamo ri-volti «a Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37).

Dalla cripta, dove non c’era ripresa televisiva, dove solo il Padre vede, ogni bimbo risaliva con un fiore, ogni volta un fiore diverso. Era il seme di quella ferita scandalosa e insensata che, vissuta con Cristo, fiorisce. «Una luce si è levata per il giusto» (Sal 96,11), anzi, se rispettiamo l’etimo ebraico, è seminata. La ferita non è dimenticata da Dio, ma è ora fecondata di luce, la luce vera, «quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9). Per questa luce, la ferita fiorisce. Il fiore ci è sembrato una creatura adatta a significare il volto di ogni uomo. Infatti, d’accordo con la scienza botanica, la distinzione in generi, famiglie, ordini delle Angiosperme, si basa essenzialmente sui caratteri unici del fiore.

Le zagare. I fiori della terra da cui provengo. «Zagara» è una parola araba, زهرة, ed è usata quando si vuole accentare la bellezza di quel fiore, la sua singolare forma.
All’indomani di questa via crucis così costellata di fiori, nel giorno in cui si (s)chiudeva, ad Assisi, l’ostensione delle ossa rigogliose di Francesco, mi trovavo in Sicilia per esprimere il mio voto nell’ultimo referendum. Avevo trovato un volo a 15 euro e ne ho approfittato per onorare il mio dovere di cittadino democratico.
Ma una volta lì, ho scoperto di avere un altro appuntamento da celebrare.

Erano anni che un desiderio mi tornava nel cuore: trovare la sepoltura di una persona a cui devo molto. Ho pensato: basta rimandare! In questo mese siamo andati a trovare in Francesco non un mucchietto di ossa, ma un amico di cui ci ricordiamo, perché la bellezza unica della sua vita ha toccato la nostra. E anche io volevo ricordarmi di Marco.

Eravamo compagni alla scuola di inglese del paese, avevo 15 anni, lui 19. Tornavamo a casa a piedi dopo lezione, e io non mi vergogno di dire che aspettavo con impazienza gioiosa di fare quel tratto di strada insieme con lui. Non avevo amici, non perché non facessi preferenze di persone, ma proprio perché non preferivo le persone! Eppure, Marco sapeva vincere la cortina della mia ritrosia, mi parlava come si parla agli amici, e per me era un miracolo, perché nessuno si allacciava volentieri al mio zaino. Marco camminava accanto a me senza fretta, mi sorrideva senza scherno, mi guardava senza i filtri di Instagram, e mi parlava delle sue partite a calcetto senza costringermi a giocare nella sua squadra.

Ho tenuto per diversi anni, nel cassetto dove si sigillano i sogni, il trafiletto del giornale del paese in cui si annunciava la sua morte. Non come un necrologio, ma come una pagina della vita. Come oggi tengo sulla mensola dei miei libri “eccellenti” le Fonti Francescane.
In quest’ultimo mese, ogni volta che ho avuto la gioia di pregare con i fratelli del Sacro Convento accanto alle spoglie di Francesco, benedicevo che quelle ossa fossero nel giardino della mia vita.

Allora ecco: ho chiesto a mio padre se si ricordava di Marco. Siamo riusciti a trovare sua madre. Mi ha guidato lei verso la tomba del figlio, nel camposanto di un comune confinante. Ci sono andato la V domenica di Quaresima, quando abbiamo ascoltato il vangelo della risurrezione di Lazzaro.
In fondo al vialetto, c’era una donna che sistemava alcuni vasi di crisantemi. Io avevo solo un papavero, rubato a un’aiuola incolta.
Che cosa rimaneva di Marco? Durante l’ostensione, nel vedere tanti fratelli venire alla Basilica, capivo che, in un senso molto largo, Francesco insegna che non rimane un cosa ma un chi. Georges Florovsky si chiedeva: «Che cosa passerà dalla storia all’eternità? La persona umana con tutte le sue relazioni, come l’amicizia e l’amore». In questo senso è vero che Marco è passato all’eternità, come è vero che anche le sue relazioni sono passate all’eternità.

Vent’anni fa Marco non permise che io tornassi a casa da solo. E questo è diventato eternità. Marco non ha dovuto “fare” un ragionamento per decidere di camminare con me verso casa. Non si chiedeva, come forse mi chiedevo io, perché doveva camminare con me. E oggi io credo che questo sia accaduto perché Marco viveva già la vita eterna, quella in cui le persone si riconoscono compagni di viaggio nei loro unici cammini verso casa. Fuori dell’amore, la persona perde la sua unicità, diventa quasi una cosa senza nome. Nell’amore, invece, la persona sa di avere un nome non dimenticato. Senza che potessi capirlo, forse è stato proprio in quel tratto di strada verso casa, che il Signore iniziava a darmi dei fratelli.

Cari amici la rivista San Francesco e il sito sanfrancesco.org sono da sempre il megafono dei messaggi di Francesco, la voce della grande famiglia francescana di cui fate parte.

Solo grazie al vostro sostegno e alla vostra vicinanza riusciremo ad essere il vostro punto di riferimento. Un piccolo gesto che per noi vale tanto, basta anche 1 solo euro. DONA