religione

Papa Francesco: Preghiera e azione orientano il corso della storia

Redazione Giuseppe Lami - Ansa
Pubblicato il 08-10-2021

Nell'incontro Popoli fratelli, terra futura il Pontefice cita anche il Poverello

Ieri pomeriggio, al Colosseo in Roma, ha avuto luogo l’Incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio: Religioni e Culture in dialogo “Popoli fratelli, terra futura”, in corso dal 6 al 7 ottobre. Alle ore 16.20 il Santo Padre Francesco ha presieduto la preghiera dei cristiani insieme ai rappresentanti delle altre religioni. Al termine, il Papa si è recato sul palco insieme ai vari rappresentanti dove ha avuto luogo l’Incontro internazionale e l’inizio della cerimonia. Nel corso della cerimonia è stato letto l’Appello di Pace.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre Francesco ha rivolto ai partecipanti all’Incontro:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle! Saluto e ringrazio tutti voi, Capi di Chiese, Autorità politiche e Rappresentanti delle grandi religioni mondiali. È bello essere qui insieme, portando nel cuore e nel cuore di Roma i volti delle persone di cui ci prendiamo cura. Ed è importante soprattutto pregare e condividere, in modo limpido e accorato, le preoccupazioni per il presente e l’avvenire del nostro mondo. In questi giorni tanti credenti sono convenuti, manifestando come la preghiera sia quella forza umile che dona pace e disarma i cuori dall’odio. In vari incontri, è stata espressa anche la convinzione che occorre cambiare i rapporti tra i popoli e dei popoli con la terra. Perché qui oggi, insieme, sogniamo popoli fratelli e una terra futura. Popoli fratelli. Lo diciamo avendo alle spalle il Colosseo. Questo anfiteatro, in un lontano passato, fu luogo di brutali divertimenti di massa: combattimenti tra uomini o tra uomini e bestie. Uno spettacolo fratricida, un gioco mortale fatto con la vita di molti. Ma anche oggi si assiste alla violenza e alla guerra, al fratello che uccide il fratello quasi fosse un gioco guardato a distanza, indifferenti e convinti che mai ci toccherà.

Il dolore degli altri non mette fretta. E nemmeno quello dei caduti, dei migranti, dei bambini intrappolati nelle guerre, privati della spensieratezza di un’infanzia di giochi. Ma con la vita dei popoli e dei bambini non si può giocare. Non si può restare indifferenti. Occorre, al contrario, entrare in empatia e riconoscere la comune umanità a cui apparteniamo, con le sue fatiche, le sue lotte e le sue fragilità. Pensare: “Tutto questo mi tocca, sarebbe potuto accadere anche qui, anche a me”. Oggi, nella società globalizzata che spettacolarizza il dolore ma non lo compatisce, abbiamo bisogno di “costruire compassione”. Di sentire l’altro, di fare proprie le sue sofferenze, di riconoscerne il volto. Questo è il vero coraggio, il coraggio della compassione, che fa andare oltre il quieto vivere, oltre il non mi riguarda e il non mi appartiene. Per non lasciare che la vita dei popoli si riduca a un gioco tra potenti. No, la vita dei popoli non è un gioco, è cosa seria e riguarda tutti; non si può lasciare in balia degli interessi di pochi o in preda a passioni settarie e nazionaliste. È la guerra a prendersi gioco della vita umana. È la violenza, è il tragico e sempre prolifico commercio delle armi, che si muove spesso nell’ombra, alimentato da fiumi di denaro sotterranei. Voglio ribadire che «la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (Lett. enc. Fratelli tutti, 261). Dobbiamo smettere di accettarla con lo sguardo distaccato della cronaca e sforzarci di vederla con gli occhi dei popoli.

Due anni fa, ad Abu Dhabi, con il caro fratello qui presente, il Grande Imam di Al Azhar, abbiamo invocato la fratellanza umana per la pace, parlando «in nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre» (Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, 4 febbraio 2019). Siamo chiamati, come rappresentanti delle religioni, a non cedere alle lusinghe del potere mondano, ma a farci voce di chi non ha voce, sostegno dei sofferenti, avvocati degli oppressi, delle vittime dell’odio, scartate dagli uomini in terra ma preziose davanti a Colui che abita i cieli. Oggi hanno timore, perché in troppe parti del mondo, anziché prevalere il dialogo e la cooperazione, riprende forza il confronto militare come strumento decisivo per imporsi. Vorrei dunque esprimere nuovamente l’esortazione che feci ad Abu Dhabi sul compito non più rimandabile che spetta alle religioni «in questo delicato frangente storico: smilitarizzare il cuore dell’uomo» (Discorso nell’Incontro Interreligioso, 4 febbraio 2019). È nostra responsabilità, cari fratelli e sorelle credenti, aiutare a estirpare dai cuori l’odio e condannare ogni forma di violenza.

Con parole chiare incoraggiamo a questo: a deporre le armi, a ridurre le spese militari per provvedere ai bisogni umanitari, a convertire gli strumenti di morte in strumenti di vita. Non siano parole vuote, ma richieste insistenti che eleviamo per il bene dei nostri fratelli, contro la guerra e la morte, in nome di Colui che è pace e vita. Meno armi e più cibo, meno ipocrisia e più trasparenza, più vaccini distribuiti equamente e meno fucili venduti sprovvedutamente. I tempi ci chiedono di farci voce di tanti credenti, persone semplici, disarmate, stanche della violenza, perché chi detiene responsabilità per il bene comune si impegni non solo a condannare guerre e terrorismo, ma a creare le condizioni perché essi non divampino. Perché i popoli siano fratelli, la preghiera deve salire incessante al Cielo e una parola non può smettere di risuonare in terra: pace. San Giovanni Paolo II sognò un cammino comune dei credenti, che si snodasse da quell’evento verso il futuro. Cari amici, siamo in questo cammino, ciascuno con la propria identità religiosa, per coltivare la pace in nome di Dio, riconoscendoci fratelli. Papa Giovanni Paolo ci indicò questo compito, affermando: «La pace attende i suoi profeti. La pace attende i suoi artefici» (Discorso ai Rappresentanti delle Chiese cristiane, delle Comunità Ecclesiali e delle Religioni Mondiali convenuti in Assisi, 27 ottobre 1986). Ad alcuni parve vuoto ottimismo. Ma negli anni è cresciuta la condivisione e sono maturate storie di dialogo tra mondi religiosi diversi, che hanno ispirato percorsi di pace. È questa la vera via. Se c’è chi vuole dividere e creare scontri, noi crediamo nell’importanza di camminare insieme per la pace: gli uni con gli altri, mai più gli uni contro gli altri. Fratelli, sorelle, il nostro è un cammino che chiede costantemente di purificare il cuore.

Francesco di Assisi, mentre chiedeva ai suoi di vedere negli altri dei «fratelli, perché creati dall’unico Creatore», faceva questa raccomandazione: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori» (Leggenda dei tre compagni, XIV,5: FF 1469). La pace non è anzitutto un accordo da negoziare o un valore di cui parlare, ma principalmente un atteggiamento del cuore. Nasce dalla giustizia, cresce nella fraternità, vive di gratuità. Spinge a «servire la verità e dichiarare senza paure e infingimenti il male quando è male, anche e soprattutto quando viene commesso da chi si professa seguace del nostro stesso credo» (Messaggio ai Partecipanti al G20 Interfaith Forum 2021, 7 settembre 2021). In nome della pace disinneschiamo, vi prego, in ogni tradizione religiosa, la tentazione fondamentalista, ogni insinuazione a fare del fratello un nemico. Mentre tanti sono presi da antagonismi, da fazioni e giochi di parte, noi facciamo risuonare quel detto dell’Imam Ali: “Le persone sono di due tipi: o tuoi fratelli nella fede o tuoi simili nell’umanità”. Non c’è un’altra divisione. Popoli fratelli per sognare la pace. Ma il sogno della pace oggi si coniuga con un altro, il sogno della terra futura. È l’impegno per la cura del creato, per la casa comune che lasceremo ai giovani. Le religioni, coltivando un atteggiamento contemplativo e non predatorio, sono chiamate a porsi in ascolto dei gemiti della madre terra, che subisce violenza. Il caro fratello, il Patriarca Bartolomeo, qui presente, ci ha aiutato a maturare la consapevolezza che «un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio» (Discorso a Santa Barbara, 8 novembre 1997, cit. in Lett. Enc. Laudato si’, 8).

Ribadisco quanto la pandemia ci ha mostrato, ovvero che non possiamo restare sempre sani in un mondo malato. Negli ultimi tempi tanti si sono malati di dimenticanza, dimenticanza di Dio e dei fratelli. Ciò ha portato a una corsa sfrenata all’autosufficienza individuale, deragliata in un’avidità insaziabile, di cui la terra che calpestiamo porta le cicatrici, mentre l’aria che respiriamo è piena di sostanze tossiche e povera di solidarietà. Abbiamo così riversato sul creato l’inquinamento del nostro cuore. In questo clima deteriorato, consola pensare che le medesime preoccupazioni e lo stesso impegno stiano maturando e diventando patrimonio comune di tante religioni. La preghiera e l’azione possono riorientare il corso della storia. Coraggio, fratelli e sorelle! Abbiamo davanti agli occhi una visione, che è la stessa di tanti giovani e uomini di buona volontà: la terra come casa comune, abitata da popoli fratelli. Sì, sogniamo religioni sorelle e popoli fratelli! Religioni sorelle, che aiutino popoli a essere fratelli in pace, custodi riconciliati della casa comune del creato. Grazie.

Cari amici la rivista San Francesco e il sito sanfrancesco.org sono da sempre il megafono dei messaggi di Francesco, la voce della grande famiglia francescana di cui fate parte.

Solo grazie al vostro sostegno e alla vostra vicinanza riusciremo ad essere il vostro punto di riferimento. Un piccolo gesto che per noi vale tanto, basta anche 1 solo euro. DONA