Le visite dei pontefici
Oltre il mio l'ombelico: la carità che raddrizza la schiena
Concretezza, ritualità comune e speranza.
Ecco le tre cose fondamentali per una fraternità crudamente e divinamente umana.
Passare dalle “belle idee” alla carità operosa.
Reggere insieme le barelle della vita.
Condividere la fragilità nel cammino verso Dio.
Amare a fondo perduto non è qualcosa che esula dalla vita francescana.
Non è un sapore buono con cui riempirsi la bocca.
Non è una speranza vana. Non deve esserlo.
Amare senza un utile rappresenta l’essenza della fraternità francescana in tutta la sua onestà – a volte spietata. È un dono di sé senza calcoli, è un modo di amare che ti apre la carne ad una fragilità pura. Perché? Semplice, perché non guarda a te, perché ti fa distogliere dai tuoi problemi da quattro soldi che in fondo ti chiudono sul tuo ombelico. Amare così ti fa alzare la testa. E allora riesci a camminare mentre aiuti l’altro – spesso senza saperlo.
Prova a camminare guardandoti l’ombelico. Provaci.
Amare a fondo perduto richiede di farti dare tutto di te affinché l’altro possa riprendere in mano la propria vita, accettando di “perdere” il tuo tempo e le tue energie senza esigere nulla in cambio. Questo amore non è un ideale romantico (come anche dicevo negli articoli precedenti) o astratto, ma una radicale scelta consapevole di confrontarsi con la realtà, anche quando questa è spiacevole o faticosa – proprio lì dove tutto ti dice di scappare. Chi ama in questo modo non trattiene nulla per sé e non si appropria del bene che compie, ma restituisce ogni bene al Signore, riconoscendo che tutto viene da Lui e non nascondendo i suoi doni.
L’amore a fondo perduto è veramente l’unica forza capace di raddrizzare la nostra schiena. Finché restiamo piantati sui nostri piccoli problemi, la barella del fratello ci sembrerà sempre un intralcio da togliere. Questi anni in convento, seppure pochi, mi hanno dato la grazia di capire sulla pelle che quando accettiamo di reggere solo un angolo della barella senza calcolare la nostra immane fatica (spesso sembra tale), scopriamo che è proprio quel peso a sostenerci e a darci una direzione. È proprio qui, camminando adiacenti alle fragilità altrui, che la fraternità smette di essere una fragile idea e diventa carne e vita: quando impariamo a perdere noi stessi nel silenzio per permettere all’altro di ritrovarsi, quando non tratteniamo più nulla di noi stessi (cfr Lord 26-29: FF 221) e per noi stessi, restituendo al Signore la gioia di aver camminato, finalmente insieme, verso di Lui.
Ma questo, grazie a Dio, è il cammino di tutta una vita.
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