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Il legame 'segreto' tra Dante e Francesco negli affreschi di Assisi

Padre Enzo Fortunato, Corriere della Sera Archivio fotografico Sacro Convento

Il Sommo Poeta era anche un francescano

Chi varca la maestosa e mistica Basilica di San Francesco, rimane affascinato dalla Bibbia dei poveri, Biblia pauperum, così vengono chiamati gli affreschi di Giotto, perché rendevano un messaggio sublime alla portata degli umili, di chi non sapeva né leggere né scrivere. In essi, un particolare e un “segreto” ignoto a molti: Dante affrescato nelle vele giottesche che sovrastano l’altare della Basilica Inferiore, cuore della spiritualità francescana. La domanda sorge spontanea: che ci fa Dante accanto a un frate e una clarissa? San Francesco dà inizio con la sua vita, con le sue continue esortazioni alla conversione a quel movimento che porterà alla costituzione di quello che poi è passato alla storia come Terzo Ordine Francescano. Già Giuliano da Spira, nel suo Ufficio Ritmico (che i frati hanno cantato per secoli) , afferma che Francesco “tres Ordines hic ordinat”, istituisce tre Ordini: il primo, quello maschile, il secondo, quello femminile-clariano, il terzo, quello laicale.  Molti sanno di Giovanni XIII, terziario francescano e di Oscar Luigi Scalfaro, per citare alcuni protagonisti della storia recente. Andando a ritroso, ritroviamo il Sommo Poeta, Dante, che dedicherà a San Francesco alcuni versi in uno dei canti più belli della Divina Commedia, il cui inizio è il 25 marzo, giorno dedicato all’Annunciazione a Maria.  Lo sfondo dell’immagine di Dante in Basilica inferiore nel transetto destro, è l’Allegoria della castità; proseguendo con lo sguardo l’attenzione viene catturata dalla controfacciata della Cappella di San Nicola, dove campeggia l’Annunciazione a Maria, in un mirabile gioco di colori, personaggi e date. 

Nell’angolo della vela si nota San Francesco che, da sopra una roccia, tende la mano verso una clarissa, un frate minore e un terziario. San Francesco è qui emblema che accoglie tutti i membri della grande famiglia francescana: i laici che partecipano della spiritualità, le donne e gli uomini ad essa consacrati. Francesco è insomma raffigurato come chi chiede che la spiritualità più ardente – «frate focu» che tende sempre solo verso l’alto – incontri il mondo e chi lavora perché il dolore degli uomini venga mitigato. L’Incarnazione per Francesco significa che la storia non è senza senso e proprio per questo bisogna lottare perché si possa, nella fraternità, avviarsi «a l’etterno dal temporale» (Paradiso, XXXI). 

L’eterno, per Francesco, non è il regno delle astrazioni e dunque è necessario fare i conti con la storia che, seppure segnata dall’Incarnazione, è attraversata dal dolore che sembra negare la «buona novella». Se esiste una cifra che definisce il San Francesco di Dante è proprio questa: «l’etterno» non è simbolo né allegoria, non è proiezione oltremondana che dimentica il reale e il concreto. Lo spirito profetico francescano, come «frate focu», accende il mondo di una speranza, non lo trafigge con l’ideale. Nei versi dell’XI canto del Paradiso dedicati al patrono d’Italia, Dante dice che ad Assisi, ad Ascesi, «nacque al mondo un sole».  È significativo che in alcuni codici antichi della Commedia invece di Ascesi, che era la forma usuale per chiamare Assisi, si trovi Scesi. È come se il Francesco di Dante, il suo nascere come un sole, illuminasse tanto l’ascendere (Ascesi) quanto lo scendere (Scesi).  Dante afferma questa minorità francescana come parte essenziale della gloria divina ed è per questo motivo che nel XXXII canto del Paradiso San Francesco è collocato nell’Empireo.  Le nozze mistiche con la povertà sono la congiunzione fra lo spirito evangelico e dunque profetico del Francescanesimo e la fragilità delle creature e del creato. E proprio rispetto all’«altissima povertà» del creato ci viene in soccorso il Francesco di Giotto nella Basilica superiore. 

Il realismo di Giotto è francescano; sono le singole e irripetibili creature ad essere belle, a soffrire, a chiedere salvezza o a disperare che esista. È come se persino gli animali attendessero da Francesco la realizzazione della profezia di Isaia: «Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso» (11,6-8).  Possiamo immaginare che la mano tesa del Santo alla famiglia francescana e a tutti gli uomini nell’Allegoria della castità, raffigurata nell’affresco, sia anche la mano raffigurata da Giotto che sostiene la Chiesa e che, nella predica agli uccelli, difende il creato.  Dante è uno dei primi e più illustri terziari francescani: un segreto ora non più noto a pochi. Forse è per questo che conduce man mano l’uomo dall’inferno al paradiso, nelle strade della vita di ogni giorno. Quelle strade ciottolose o infernali, percorse dai piedi nudi del Poverello. 

Nella Lettera Apostolica di papa Francesco, Candor Lucis aeternae, per il VII centenario della morte di Dante Alighieri non poteva mancare il Santo di Assisi: Francesco, sposo di Madonna Povertà. Siamo nell’XI Canto del Paradiso, nel Cielo degli Spiriti Sapienti dove si trovano tutte quelle figure che “nella concretezza della loro esistenza e anche attraverso le numerose prove, hanno raggiunto il fine della loro vita e della loro vocazione.” La sintonia tra Dante e Francesco è subito evidente: la stessa lingua. L’Assisiate esce dai conventi per incontrare la gente nelle piazze, parlando l’idioma del popolo; il poeta sceglie il linguaggio popolare per raccontare l’aldilà.  Entrambi, evidenzia il Pontefice, sono sensibili alla bellezza e al mondo delle creature: “Come non riconoscere in quel «laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore / da ogne creatura» della dantesca parafrasi al Padre Nostro (Purg. XI, 4-5) un riferimento al Cantico delle creature di San Francesco?”. Dante mette in grande evidenza la santità e la sapienza del Poverello e il “suo rapporto privilegiato con Madonna Povertà”: «Ma perch’io non proceda troppo chiuso, / Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso» (73-75).

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