francescanesimo

Perdono di Assisi: l'invito a varcare la soglia

FIlippo Sedda Flickr

Solo chi ha un 'cuore di povero' e chi ha fatto esperienza del perdono riesce a solcare la soglia del proprio egotismo

«E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè : che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede; e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia». (FF 235)

La festa del Perdono di Assisi del 2 agosto affonda le sue radici in uno dei cardini dell’esperienza di Francesco d’Assisi : l’incontro con la Misericordia che invita alla misericordia. Solo chi ha un “cuore di povero” (miser – cor ) e chi ha fatto esperienza del perdono riesce a solcare la soglia del proprio egotismo.
La tradizione narra come Francesco, in una imprecisata notte del luglio 1216, a seguito di una visione decise di chiedere a papa Onorio III una grazia speciale per la chiesetta della Porziuncola: tutti coloro che varcheranno pentiti le soglie di questo luogo devono avere il perdono delle colpe commesse dal Signore che vede i loro tormenti.
Nel diploma di frate Teobaldo, vescovo di Assisi, datato 1310 (FF 2706/10-11), si narra come il Poverello, prendendo con sé solo frate Masseo, si diresse verso Perugia, dove allora si trovava il Papa. Onorio III chiese per quanti anni domandasse quest’indulgenza e Francesco gli rispose «non anni, ma anime»: desiderava che chiunque venisse in quella chiesetta pentito, fosse assolto da tutti i suoi peccati, da colpa e da pena, in cielo e in terra, dal giorno del battesimo fino al giorno e all’ora che vi entrerà. Si trattava di una richiesta mai sentita, poiché una tale indulgenza si concedeva soltanto per i crociati che partivano per la liberazione del Santo Sepolcro.

Uno degli aspetti tipici di qualsiasi indulgenza è legata ad una ritualità precisa: il varcare una soglia, ossia la presenza fisica e il contatto materiale con un determinato luogo e talvolta in un determinato tempo. Solo quella prossimità, che assume una connotazione quasi affettiva con il luogo, garantisce il perdono chiesto da Francesco al Papa.
In questo tempo e in quest’anno particolare, in cui siamo stati spettatori di una ritualità lontana, distaccata, solitaria e perciò anaffettiva, mediata da strumenti che ci proiettano in una dimensione non materiale ma virtuale, ciò che resta da chiedersi è se tutto ciò possa bastare. A volte la sensazione è che si perda di vista il senso profondo del rito, che è un insieme inscindibile di parole e gesti, di intelletto e sentimento, di presenza e assenza, di solitudine e socialità – o come direbbe Francesco ‘familiarità’ (Regola bollata VI: FF 91) –, che rende irripetibile quel momento pur nel legame con la memoria che lo nutre e lo alimenta. Le chiese si svuotano e molti cristiani pensano di sostituire quella presenza materiale con una semplice “proiezione” del reale, con una ritualità lontana e che non ci coinvolge. L’umanità stessa sembra vacillare dietro l’evanescenza di rapporti sociali mancanti del sapore del contatto e dello scambio empatico. Così si svuotano anche i nostri cuori e le nostre relazioni sono proiettate in una dimensione surreale. Credo che la festa del Perdono inviti ciascuno di noi a superare quella soglia, a rimetterci in gioco per assaporare nuovamente il calore della prossimità, di una ritualità fatta di fratelli e sorelle e non di solipsistici autocompiacimenti.

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