Le visite dei pontefici
Quando la fragilità diventa un banchetto
La cura della fragilità altrui non si esprime semplicemente fuori di noi, nell’incontro con l’altro inteso come ciò che ci imbarazza o ci fa paura. Spesso, la vera sfida si gioca proprio dentro di noi, nelle nostre comunità, dentro ciò che ci è proprio, dentro il cuore della nostra dimora. Esiste un episodio delle Fonti Francescane che incarna perfettamente quella “solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri” descritta da Papa Francesco nella "Fratelli Tutti" (§115), di cui già avevo scritto in precedenza, sempre qui (se vi va, andate a recuperare l’articolo).
Immaginiamo la scena. È notte fonda a Rivotorto e il silenzio del primo convento della storia viene rotto all’improvviso da un grido:
Una notte, una di quelle pecorelle, mentre le altre dormivano, si mise a gridare: «Muoio, fratelli; ecco, muoio di fame!». Il saggio pastore si alzò immediatamente e si affrettò a portare l’aiuto opportuno alla pecorella infermiccia. Ordinò di preparare la mensa, anche se con cibi alla buona, dove l’acqua, come il più delle volte, suppliva alla mancanza di vino. Proprio lui cominciò a mangiare per primo e invitò a quel dovere di carità gli altri frati, perché il poverino non avesse ad arrossire (2Cel 22: FF 606).
L’episodio, dunque è ambientato a Rivotorto, evidentemente in un tempo di digiuno. Uno dei tanti. Una notte, un frate (una pecorella) si mette a gridare per la fame, svegliando tutti: Francesco (il saggio pastore) decide di aiutare quel frate in un modo veramente stupendo. Non solo gli permette di mangiare – spezzando la regola del digiuno – ma obbliga tutti a farlo, e Francesco comincia per primo. Il motivo? Per dovere di carità e perché il poverino non avesse ad arrossire.
È uno spaccato di vita comune che mi fa rabbrividire. E non solo perché mostra la semplicità di una situazione bucolica, ma perché definisce un paradigma di cui io, per primo, mi sento chiamato ad essere portatore.
Francesco, qui, ci mostra l’importanza di mettere al centro la persona, senza sacrificarla sull’altare del si è sempre fatto così o del si deve fare così. Il servizio non serve le idee (cioè il digiuno), direbbe sempre Papa Francesco, ma le persone.
Il santo di Assisi mostra qui di sapersi fare veramente carico della vergogna e della fragilità di chi gli sta accanto, facendosi prossimo di quella friabilità intima di cui spesso abbiamo tutti paura – senza per questo dimenticare l’importanza del digiuno, che resta vera, se non lo si vive come una modalità spietata di regolamentazione.
Non si tratta di baciare lebbrosi, o di curare feriti di guerra. Si tratta di farsi accanto concretamente, con il nostro esempio, con la nostra vita, con il nostro volto – scoprendo che, alla fine, abbiamo guadagnato una relazione. In quel pasto imbandito velocemente di notte, la fragilità e l’imbarazzo della pecorella smarrita diventano la porta di una relazione ben più profonda.
Questa storia ci fa sbattere di fronte al fatto che la solidarietà non deve essere letta come un concetto astratto o intimistico, ma che deve esprimersi in maniera crudelmente personale e concreta. Francesco ci invita a non prestare il fianco alla paura e a fuggire di fronte alla nudità dettata dal bisogno altrui, ma a trasformare quel bisogno in un momento di comunione – frugale, certo, ma profondo. Non siamo chiamati ad essere perfetti (non mi stancherò mai di ripetermelo), ma ad essere prossimi, lasciando passare la luce proprio là dove noi ci stavamo affrettando a mettere un pezzo di nastro adesivo. Già, perché quando la vulnerabilità è condivisa, smette di essere un muro e diventa un banchetto.
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