Le visite dei pontefici
Il regista silenzioso del viaggio di Francesco a Roma?
Quando si racconta il viaggio di Francesco d'Assisi a Roma per ottenere l'approvazione della sua prima forma di vita (1209), l'attenzione si concentra quasi esclusivamente su due protagonisti: Francesco e papa Innocenzo III. Eppure, come spesso accade nella storia, gli eventi decisivi sono preparati anche da figure che rimangono sullo sfondo. Tra queste merita di essere annoverato il vescovo di Assisi: Guido I.
Le Fonti Francescane e la documentazione archivistica ne delineano un profilo coerente: pastore prudente, equilibrato e capace di cogliere la profondità della conversione di Francesco. Non un uomo sospettoso verso ogni novità, ma un vescovo consapevole che ciò che nasce autenticamente dal Vangelo va accompagnato con discernimento. Sebbene non possediamo documenti che attestino con certezza la sua presenza nel viaggio romano, l'insieme degli indizi rende questa ipotesi tutt'altro che improbabile.
Del resto, Francesco era allora un perfetto sconosciuto. Non apparteneva a un Ordine religioso, non disponeva di relazioni influenti e difficilmente avrebbe potuto ottenere udienza da Innocenzo III semplicemente presentandosi al Laterano. Pensare che bastasse bussare alla porta del Papa equivale ad attribuire alla Curia medievale l'efficienza di uno sportello pubblico senza appuntamento: un'immagine suggestiva, ma poco credibile.
È plausibile che qualcuno lo abbia introdotto negli ambienti curiali, e quel qualcuno potrebbe essere stato proprio Guido. Questa ipotesi appare ancora più convincente se si considera il rapporto tra il vescovo e Francesco.
Le biografie mostrano che Guido seguì da vicino le principali tappe della sua vicenda, probabilmente fin dagli anni precedenti la conversione, dopo il giovane penitente manifestò un atteggiamento che il vescovo non poteva non apprezzare: il desiderio di rimanere fedele alla Chiesa di Roma e al proprio pastore percorrendo consapevolmente la strada dell'obbedienza. La nascita della fraternità, con l'ingresso di Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani ed Egidio, rese necessario un ulteriore passo. La semplice esperienza personale del fondatore si era trasformata in una comunità che aveva bisogno di una regola condivisa e, soprattutto, di un riconoscimento ecclesiale. Come ricorda Tommaso da Celano, Francesco raccolse in poche pagine una formula vitae ispirata quasi esclusivamente al Vangelo. Tuttavia quel testo da solo non bastava, era necessaria l'approvazione della Sede apostolica. È in questo contesto che il ruolo di Guido acquista particolare rilievo.
Il vescovo aveva solide ragioni per sostenere Francesco: da un lato conosceva personalmente lui e i suoi compagni e ne aveva sperimentato la sincerità; dall'altro comprendeva che un pronunciamento favorevole di Roma avrebbe tutelato la nascente fraternità e la stessa diocesi di Assisi, evitando future controversie disciplinari.
Accompagnare Francesco significava quindi sostenere una promettente esperienza evangelica e, nello stesso tempo, esercitare con responsabilità il proprio ministero pastorale. Una volta giunti a Roma, Francesco e i suoi compagni non furono ricevuti immediatamente dal Papa. Le fonti ricordano anzitutto il loro incontro con il cardinale Giovanni di San Paolo, benedettino autorevole e figura di primo piano della Curia. Il lungo colloquio con Francesco non fu una semplice conversazione, ma una verifica della sua ortodossia e della solidità del progetto che intendeva presentare. Solo dopo essersi convinto della genuinità di quell'esperienza il cardinale decise di sostenerne la causa presso Innocenzo III.
Anche questo passaggio lascia intuire quanto fosse importante una mediazione autorevole: è difficile immaginare che un gruppo di penitenti sconosciuti potesse accedere spontaneamente a uno dei cardinali più influenti del tempo. Anche l'atteggiamento del pontefice appare meno immediato di quanto suggerisca la tradizione agiografica. Innocenzo III non era ostile alle nuove forme di vita evangelica, ma era consapevole dei rischi rappresentati dai numerosi movimenti eterodossi che attraversavano l'Europa. La prudenza era quindi un dovere prima ancora che una scelta. Francesco, tuttavia, offriva una garanzia decisiva: non si presentava come un contestatore della Chiesa, ma come un figlio che chiedeva di servirla. Per questo il Papa approvò oralmente la formula vitae e autorizzò la predicazione della penitenza, rinviando un riconoscimento definitivo a una fase successiva. Una decisione prudente, ma destinata ad aprire la strada allo sviluppo dell'Ordine dei Frati Minori.
Rileggendo criticamente le fonti, resta l'impressione che il viaggio di Francesco a Roma sarebbe stato molto più difficile senza il sostegno, il discernimento e l'autorevolezza del vescovo di Assisi. Guido I probabilmente non fu il protagonista dell'approvazione della formula vitae, ma potrebbe esserne stato il regista silenzioso: una di quelle figure che non occupano il centro della scena e che, proprio per questo, finiscono talvolta per essere dimenticate, pur avendo contribuito in modo decisivo a scrivere la storia
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