Le visite dei pontefici
I volontari di Regina Coeli al fianco di chi ha bisogno: senzatetto, ex detenuti e padri con i bambini in ospedale
Proponiamo di seguito l'intervista a padre Vittorio Trani, OFMConv, fondatore del Centro Vo.Re.Co., speciale del numero di giugno 2024 della rivista San Francesco patrono d'Italia. Il Centro è sostenuto da anni con la campagna solidale di Con il Cuore, nel nome di Francesco. Fino al 30 giugno sarà possibile sostenere questo e altri progetti chiamando o inviando un sms al 45515 oppure tramite il sito conilcuore.info
Nel cuore di Roma, c'è un luogo che si distingue per la sua dedizione altruistica verso coloro che si trovano in situazioni di bisogno estremo. Parliamo del "Centro Vo.Re.Co" (Volontari Regina Coeli) della comunità francescana conventuale, una speranza nel tessuto urbano della Capitale. Il Centro è promotore del progetto "Vicini agli ultimi", che verrà sostenuto grazie ai fondi raccolti con l’ormai imperdibile maratona solidale “Con il Cuore, nel nome di Francesco”: serata benefica organizzata dai frati del Sacro Convento di San Francesco in Assisi, che ogni anno riesce a supportare le missioni francescane nel mondo e molte altre attività caritatevoli in Italia.
Aperto nel 2012 come punto di appoggio per i volontari impegnati nel carcere, il Centro Vo.Re.Co. è rapidamente cresciuto fino a diventare un riferimento per chiunque abbia bisogno di sostegno. La sua missione, dunque, si estende oltre i confini del carcere, raggiungendo coloro che trascorrono la notte accampati sotto il colonnato di San Pietro, lungo le rive del Tevere o nelle sale d'attesa di ospedali e stazioni ferroviarie.
L’attività del Centro è portata avanti dal lavoro volontario di persone che credono nell'importanza di dare una mano a chi è meno fortunato.
Fondatore di Vo.Re.Co è padre Vittorio Trani, figura straordinaria e cappellano del carcere di Regina Coeli. Il suo impegno volontario è una testimonianza tangibile del potere della solidarietà umana e della compassione.
Padre Vittorio, di cosa si occupa concretamente Vo.Re.Co.?
Vo.Re.Co. sta per “Volontari Regina Coeli”. È un’associazione nata inizialmente per attività in carcere. Successivamente, si è ampliata col centro di accoglienza, che abbiamo aperto dodici anni fa in zona Trastevere a Roma. L'idea di fondo era quella di creare un sostegno esterno a quello che facevamo in carcere, poi il centro si è strutturato come punto di riferimento per i servizi essenziali per tutti i bisognosi che, magari, dormono lungo il fiume, sotto il colonnato di San Pietro o davanti ai portoni dei palazzi. Essendo l'unica organizzazione a Roma a fornire la colazione ogni mattina, nel tempo un numero elevato di persone si è spostato nel nostro centro, dove questa è sempre garantita. Parliamo di circa 120-130 persone ogni giorno. Inoltre, offriamo la cena ogni sera. Inizialmente, avevamo uno spazio molto limitato, con circa 35 posti a sedere, ma con l'arrivo del Covid-19 abbiamo dovuto interrompere il servizio al tavolo e offrire la cena d’asporto. Durante il periodo della pandemia, il numero di persone assistite è aumentato, e ora siamo intorno alle 100 ogni sera. Per il pranzo, ci sono diverse realtà nei dintorni che offrono la possibilità di mangiare, oppure chi non va in questi centri può prendere della pizza da noi la mattina e mangiarla a pranzo. Durante la settimana, il centro offre varie attività: un paio di volte ci sono medici, un oculista, un avvocato, un CAF per le pratiche amministrative e uno psicologo. Questi professionisti offrono gratuitamente il loro aiuto a chi ne ha bisogno. Ogni quindici giorni distribuiamo biancheria ai poveri e pacchi viveri alle famiglie del quartiere, e sempre ogni quindici giorni un infermiere effettua prelievi in sede per le persone che altrimenti non potrebbero ricevere cure. Infine, abbiamo due dormitori. Uno con diciotto posti, dove ospitiamo persone senza fissa dimora per un massimo di due mesi, e lasciamo alcuni posti letto per i detenuti del Regina Coeli in permesso, così come per quelli che escono dal carcere senza avere un posto dove andare. Li ospitiamo per qualche giorno, finché non trovano una sistemazione. Col tempo abbiamo inaugurato la “Casa del papà”, dove accogliamo gratuitamente i padri delle famiglie povere che hanno i bambini all’ospedale Bambino Gesù, per tutto il tempo del ricovero. In questa maniera il padre può rimanere accanto alla moglie e al figlio. Se vogliono, possono fare colazione al centro o prendere la cena nel pomeriggio, trovando così un modo per andare avanti senza grandi problemi economici.
Che tipo di struttura è la “Casa del papà”?
La “Casa del papà” è nata così: siamo a due passi dall’ospedale Bambino Gesù, e spesso la sera incontravamo papà stranieri o italiani, con la valigia in mano, che cercavano un posto dove passare la notte, avendo speso tutto per il ricovero del bambino. Nella parrocchia si era liberato un piano che necessitava di alcune sistemazioni. Lo abbiamo ristrutturato e, nel 2017, abbiamo inaugurato ospitando il primo papà, proveniente dall’Afghanistan, arrivato con la moglie e il bambino grazie a un biglietto fornito dalla Caritas di Kabul. Avevano solo quello. Lo abbiamo accolto ed è rimasto qui fino a quando il figlio non ha completato l’operazione, poi sono ripartiti. Il secondo è stato un papà bulgaro, il terzo un greco, poi sono arrivati papà dalla Sicilia, dalla Puglia, dalla Campania, e via via anche da altre regioni italiane. Tra il 2022 e il 2023, abbiamo accolto, per un anno e due mesi, un signore libico la cui bambina aveva bisogno di diversi interventi chirurgici. Purtroppo però la piccola non ce l’ha fatta. È molto importante poter accompagnare questi genitori nel loro dramma quotidiano, facendo la nostra piccola parte.
Come riuscite a sostenere tutte queste attività?
Tutto quello che facciamo, sia all'interno del carcere che, soprattutto, nel centro, è realizzato grazie al volontariato. Anche per quanto riguarda gli alimenti, quasi tutto ci viene fornito da un circuito di solidarietà che si è creato nel corso degli anni. Riceviamo pane, dolci, pizza e caffè da vari donatori. Quando manca qualcosa, siamo pronti a intervenire direttamente, ma la maggior parte delle risorse proviene dalla solidarietà. Per esempio, questa mattina uno dei collaboratori dell’elemosiniere di Sua Santità, il cardinale Konrad Krajewski, è venuto a scaricare il furgoncino due volte, perché anche loro fanno parte di questa dinamica. Quando hanno qualcosa di utile per noi, ce lo portano, e a volte è lo stesso Cardinale a farlo. C’è anche una ditta che, a livello cittadino, ritira ciò che rimane delle grandi manifestazioni e gran parte di questi alimenti arriva da noi. Inoltre, ci sono privati che ci aiutano: abbiamo raggiunto un accordo con un’impresa che si occupa dei pasti al Parlamento, e quindi un paio di volte a settimana riusciamo a ricevere qualcosa anche da lì. Ho trascorso molti anni a Regina Coeli come cappellano, ma quando ho iniziato a prestare attenzione al territorio, mi sono reso conto dei numerosi bisogni esistenti. Abbiamo iniziato a fare un passo alla volta, senza chiedere nulla a nessuno, ma essendo presenti e attivi. Questo ha creato una rete di solidarietà che ci permette di affrontare tutte le sfide. È un’esperienza molto interessante.
Chi sono le persone che vengono aiutate nel centro e com’è cambiato il trend negli anni in termini di età, nazionalità, numeri?
Se dovessimo fare un’analisi, nel nostro Centro la componente straniera è più numerosa di quella italiana, ma ci sono anche molti connazionali che, in una città come Roma e soprattutto dopo il Covid-19, hanno perso il lavoro. Per le persone di una certa età rientrare nel mondo del lavoro è molto difficile, spesso si sono ritrovate con niente, senza poter pagare l’affitto e costrette a dormire sotto i ponti. Qui trovano supporto per tutto, sia per il cibo che per la salute. Abbiamo anche una piccola farmacia di strada dove giornalmente possono prendere medicine da banco, mentre per i farmaci che richiedono una prescrizione medica, possono essere ritirati quando ci sono i dottori disponibili per le ricette. C'è anche una buona parte di persone che, a causa di droghe, carcerazione o altri problemi familiari, vivono allo sbando. La loro situazione non si risolve con un centro, ma gli garantiamo almeno l’indispensabile per la sopravvivenza. Con l'esperienza posso dire una cosa: chi davvero vuole e si impegna per risalire la china trova sempre la possibilità di riprendere in mano la propria vita e andare avanti, se non oggi, domani; se non domani, dopodomani. Quando incontriamo ragazzi che hanno trovato un lavoretto o una ditta che li assume, ma vivono comunque in strada e non possono presentarsi al lavoro in condizioni adeguate, li ospitiamo per uno o due mesi, finché non cominciano a prendere uno stipendio adeguato e possono organizzarsi autonomamente.
Dopo tanto tempo, cos’è che le dà la forza di andare avanti?
È molto gratificante poter dare ogni giorno qualcosa a qualcuno: come un albero che sperimenta quotidianamente lo scambio tra anidride carbonica e ossigeno. Credo che questo sia il segreto, a cui si somma l'insieme di tante piccole cose positive, sia dentro che fuori dal carcere. Se ci si chiede “qual è il senso per me di continuare?”, la risposta è che stiamo coltivando la vita di queste persone. Senza questa opportunità, potrebbero trovarsi a vagare per Roma chiedendo elemosina, ma invece hanno la possibilità di prendere ciò di cui hanno bisogno e nutrirsi in modo dignitoso. Offrire la cena, incontrare un medico o un avvocato sono aiuti fondamentali. La parabola del buon samaritano non è solo una storia, è una guida per la vita che il Signore ci ha dato. È importante saperla ravvivare ogni giorno. Noi nello specifico dobbiamo farlo per dare speranza agli altri. Finché siamo qui dobbiamo continuare a offrire questa testimonianza positiva.
Cosa farete con i fondi di Con il Cuore, nel nome di Francesco?
È fondamentale ampliare il nostro contesto, per dare più ossigeno a tutte le attività. Vogliamo migliorare la qualità dei servizi che offriamo, così saremo in grado di aiutare più persone. Oggi abbiamo un piccolo spazio in cui nell’arco della settimana si articolano tutti gli interventi; con i miglioramenti che abbiamo in progetto andremo ad avere una organizzazione pratica più funzionale, organizzata e adatta a dare delle risposte adeguate a chi vive in mezzo alla strada. Faccio degli esempi: il settore sanitario verrà strutturato nel modo migliore. Per quello che riguarda l’accoglienza faremo degli spazi affinché chi viene ospitato possa trovare un ambiente ancora più confortevole, magari anche con una televisione. Sono progetti per perfezionare la vicinanza. Tutto quello che arriverà da Con il Cuore ci aiuterà a coprire anche delle difficoltà che spesso si presentano. Anche se abbiamo la fortuna di godere di una solidarietà molto diffusa, siamo comunque pronti ad intervenire se nel corso della giornata ci rendiamo conto che le scorte alimentari non sono sufficienti a garantire i pasti.
Che appello si sente di lanciare a chi sta leggendo questa intervista?
Facciamoci “scomodare” dalle persone che sono in difficoltà. Superiamo la diffidenza e l’indifferenza, perché laddove si muove un passo verso questa realtà umana – seguendo lo spirito cristiano – ci si accorge che è fondamentale per tutti noi per essere vivi. «Chi nun arde nun vive» scrive Trilussa in riferimento ad una candela che, senza preoccuparsi della fiamma che la logora e la consuma, «se strugge da l'amore e da la fede», illuminando il Crocifisso in una chiesa. La persona che non si spende per gli altri è come se conducesse una vita spenta, perché non riesce ad alimentarla nell’esperienza di chi ha bisogno. Per concludere con le parole del poeta romano: «Com'è bella la fiamma d'un amore che consuma, purché la fede resti sempre quella! Io guardo e penso. Trema la fiammella, la cera cola e lo stoppino fuma…»
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