fede

Chiamati a riparare le relazioni e la società, come san Francesco 

Fra Giulio Cesareo
Pubblicato il 29-06-2026

Intervista al cardinale Francois-Xavier Bustillo, OFMConv, vescovo di Ajaccio

 

Abbiamo intervistato il cardinale fra François-Xavier Bustillo, OFMConv, vescovo di Ajaccio, in occasione dell'uscita in italiano del suo ultimo volume: La necessità di riparare. Oltre la violenza nelle relazioni (San Paolo, 2026) su la società, i giovani e la vita francescana oggi, al tempo dei social media.

Eminenza, caro fra François, grazie mille del tempo che mi concedi. Vorrei parlare un po' con te del tuo ultimo libro, La necessità di riparare. Oltre la violenza nelle relazioni (San Paolo, 2026, link al libro) e poi condividere qualcosa anche del tuo servizio alla Chiesa, che viene un po' da lontano. Il Signore ti ha chiamato anni fa, quando eri ancora bambino, nei Paesi Baschi. È un cammino fatto insieme a Lui: prima come frate, poi come vescovo, poi come cardinale. In fondo, lo scopo dell'esistenza è dare la vita, no?

Proprio così. Lo scopo della mia vita, come della tua, è questo: quando sei frate, non lo sei per entrare in un sistema ecclesiastico. Sei frate per vivere un ideale, per dare la vita, per amare le persone che il Signore ci ha affidato. Francesco ci ha lasciato proprio questo. È il Vangelo di oggi (domenica 28 giugno 2026: Mt 10,39: "chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà", NdR): chi trattiene la sua vita la perde.

Se non sbaglio, questo è il quarto libro che pubblichi.

Sì. C'è stato quello sulla vita sacerdotale, poi quello sulla vita consacrata, e poi anche quello sull'esperienza vissuta come vescovo. E ora c'è questa riflessione sulla riparazione della società.

Ed è un tema davvero interessante, questo della riparazione. Ho visto che l'hai accostato anche al "Francesco, va' e ripara la mia casa". Ti va di spiegare perché hai scelto questa parola? "Riparazione" è un termine abbastanza inusuale quando si parla di azione sociale: anche il mondo francese parla volentieri di rivoluzione, di cambiamento. Tu, invece, parli di riparazione. Perché?

Il punto di partenza è una lettura, la mia, soggettiva, della società. Ho constatato che c'è molta violenza, molta durezza, molta intransigenza. E alla fine, se fai un'analisi, ti chiedi: perché questa durezza, perché questa aggressività? È perché abbiamo una società che soffre, una società che ha paura. Quando c'è sofferenza, quando c'è paura, non siamo lucidi, e affiorano comportamenti un po' primari, elementari.

Allora ho voluto fare una lettura della società. Poi mi sono detto: non posso limitarmi a constatare o a fare la lista dei problemi, perché questo lo fanno in tanti, lo fanno tutti i mezzi di comunicazione. Ma io, come uomo di Chiesa, come credente e come uomo di speranza, non posso fermarmi a denunciare ciò che non funziona; devo fare delle proposte.

La parola "riparazione", per me, parte evidentemente dall'esperienza di Francesco. Il Signore non gli chiede di costruire una Chiesa nuova, pura e perfetta: gli chiede di riparare la sua Chiesa. E, secondo me, anche la società ha bisogno di essere riparata. Abbiamo un ideale bello — quello di vivere insieme in pace e di amarci gli uni gli altri — ma non lo viviamo più. Oggi bisogna riparare questo ideale. E si ripara qualcosa che è stato danneggiato: se un oggetto è danneggiato e non si può fare nulla, lo si butta via; se invece può essere riparato, vuol dire che c'è speranza, che c'è la possibilità di restituirgli la bellezza delle origini. Così, anche se nella società vedo punti che non sono belli, che sono duri e oscuri, dico che in essa c'è gente che desidera una vita migliore, un mondo migliore.

E poi abbiamo il Vangelo: non possiamo vivere come se non lo avessimo. Il Vangelo — prendi Luca 6, oppure il discorso della montagna — ti dice: "amatevi gli uni gli altri, non giudicate, non condannate, date, perdonate, amate il vostro nemico". Per me, francescano e cristiano, queste parole non sono poesia: sono un ideale potente, una proposta di vita diversa. E nel Vangelo di Matteo, nel discorso della montagna, Gesù pronuncia parole luminose: "Avete inteso che fu detto… ma io vi dico". In quell'"io vi dico" c'è un cambiamento di vita, soprattutto della vita relazionale: prima c'erano la violenza e la vendetta, e con quell'"io vi dico" Gesù cambia tutto. Una vita nuova, dove non c'è violenza, dove non c'è vendetta, dove c'è perdono. Questo, secondo me, è eccezionale.

In Francia tutto questo non si conosce. Si conosce un po' la Chiesa come istituzione, la politica, l'organizzazione, la logistica, le pagine oscure; ma non si conosce Gesù, non si conosce il Vangelo. Per me, quindi, il libro era l'opportunità di presentare il Vangelo in una maniera non moralistica, non per colpevolizzare, ma per riproporre un ideale che è stato dimenticato.

Mentre parlavi di riparare una cosa che non è distrutta definitivamente, che non è da buttare via, ma che può tornare a essere bella, mi tornava in mente l'arte giapponese del kintsugi, il riparare con l'oro.

È un po' la logica pasquale. Superare le difficoltà nel perdono e nella riconciliazione ci porta a un livello superiore: non ci riporta indietro, ci porta avanti. Infatti, ciò che ho constatato nella nostra società è che siamo diventati molto primari. Appena qualcuno ci dice qualcosa, appena ci guardano, scatta una reazione emotiva, non serena, non legata alla ragione e alla riflessione. È questo, secondo me, l'aspetto problematico.

Oggi, davanti a certe situazioni di sofferenza o di violenza, si potrebbe dire che abbiamo adottato la logica dei social, lo stile di Facebook: mi piace o non mi piace, sono a favore o contro. Ci manca la riflessione, ci manca una dimensione, direi, un po' filosofica. Siamo diventati quasi tutti giudici: giudichiamo, condanniamo, critichiamo senza avere gli elementi e gli argomenti. Ci manca una mentalità da filosofi, in cui si pratica la riflessione, si cerca una soluzione, si dialoga anche con gli altri e poi si arriva a una sintesi. Noi, invece, arriviamo alle sintesi senza fare le analisi. C'è una forma di precipitazione che non è né bella né sana.

Questo cammino di riparazione si ispira al Vangelo, a questa novità di vita che Gesù ha portato e non solo annunciato; ma si nutre anche di tutti quegli elementi della nostra umanità che sono la riflessione, l'ascolto, il dialogo.

Certo. La nostra umanità ha un potenziale, legato anche alla ragione, alla volontà, alla responsabilità. Alcuni hanno la fede, altri no. Quando ci sono periodi di crisi, di violenza, di aggressività, è importante che tutte le realtà — politiche, economiche, culturali, spirituali, sportive, associative — possano ritrovarsi. E la Chiesa, secondo me, ha questa forza e questa responsabilità: unire, federare tutte quelle realtà che, anche per vie diverse, si ritrovano nell'obiettivo di edificare una vita comune e felice.

Se siamo violenti e aggressivi, vuol dire che non siamo felici, e non trasmettiamo felicità agli altri: trasmettiamo incertezza, violenza, male. Quello che dico anche nel mio libro è che, in certe situazioni, soprattutto sui social e in certi canali di comunicazione, usiamo purtroppo sempre parole di maledizione. Dobbiamo criticare, toccare la dignità degli altri, entrare persino nella loro intimità per fare del male: parole dure, parole di maledizione.

E poi si va in chiesa: quando finisce una celebrazione — un battesimo, un matrimonio, un funerale, una messa — c'è sempre una benedizione. La benedizione, secondo me, è da recuperare nella nostra vita sociale e relazionale, perché benedire significa "dire bene". Oggi diciamo male gli uni degli altri: perché non dire bene gli uni degli altri? È chiaro che oggi, se dici bene, ti rispondono che sei ingenuo, un po' angelista, che non conosci la realtà. Eppure è giusto poter dire bene. Abbiamo sempre parole di maledizione, parole che distruggono; forse bisogna recuperare un po' quelle parole creatrici dell'inizio della Bibbia, della Genesi, le parole capaci di creare, di dire: "ed era cosa buona". Le nostre parole, oggi, sono spesso oscure, dure — non voglio generalizzare. Abbiamo bisogno di parole creatrici, di parole di benedizione. Il nostro linguaggio deve cambiare.

Come dicevi all'inizio, stai cercando di presentare un Vangelo non moralistico né giudicante, ma in qualche modo ispirante. Parlavi di mostrare dei valori. In fondo è il senso di queste parole di benedizione: non giudicano, non feriscono, ma aiutano ad alzare lo sguardo. In san Francesco vediamo che, quando una persona si lascia toccare dallo Spirito, dalle relazioni, dagli ultimi, fiorisce e diventa un tesoro di bene. Forse, allora, Francesco può essere in qualche modo una prova credibile — soprattutto in questo ottavo centenario — che questi ideali di cui parli non sono solo astratti, ma possibilità concrete per noi?

Francesco è l'ideale, secondo me. Non solo perché è il nostro patrono, ma perché Francesco vive in un'epoca difficile per la Chiesa e per la società. Non bisogna dimenticare che c'erano tensioni nella vita sociale, tra una città e l'altra: violenza, guerre, divisioni. E c'erano tensioni e divisioni anche nella Chiesa, tra l'alto clero e il basso clero. Francesco cosa dice? Viviamo il Vangelo. La nostra vita, dice la Regola, è il Vangelo: è un ritorno al Vangelo. Non un ritorno nostalgico, ma radicale, che riconosce nel Vangelo gli antidoti a tutti i mali della nostra società. Non occorre inventare terapie o cose nuove: quando viviamo il Vangelo lo riscopriamo, e soprattutto riscopriamo l'originalità di Francesco nell'incarnarlo.

Per lui il Vangelo non è solo qualcosa di poetico, di intellettuale, o una mistica un po' lontana. Francesco lo incarna con il lupo — "frate lupo" — e con i briganti, che chiama "fratelli briganti": tra sé e i suoi possibili nemici mette questa parola, stavo per dire magica, ma direi piuttosto eccezionale, di "fratello". I briganti sono fratelli: sono briganti, ma viene prima il termine fratello. Anche il lupo è fratello. C'è dunque una fraternità che Francesco incarna con persone che magari fanno il male, che sono diverse, ma senza mai dimenticare che il Padre del cielo è il padre di tutti e che siamo tutti fratelli. È bello celebrare questo Francesco che, nel XIII secolo, ha saputo portare la sua risposta alle tensioni della società e della Chiesa: non con teorie o discorsi accademici, ma con la vita — una vita semplice, fatta di riconciliazione, di perdono, di amore.

Quindi riconciliazione e amore sono un po' gli ingredienti di questo cammino di riparazione che ci attende?

Sono gli ingredienti che abbiamo un po' dimenticato. Guardo alla Francia: molti problemi si vogliono risolvere con la disciplina, con la legge, a colpi di legge. Certo, servono disciplina e legge, ma forse ci manca qualcosa: la formazione. Forse ci manca il modo di evangelizzare anche le famiglie, di chiederci come la Chiesa possa portare qualcosa di buono alla società. In Francia la Chiesa è rimasta un po' in periferia, conta poco; ma dimentichiamo che la Chiesa porta i valori del Vangelo.

Oggi vediamo giovani, giovanissimi, aggressivi, violenti, duri tra loro su internet e sui social, capaci di colpire, persino di uccidere. Ma dove siamo? Com'è che siamo arrivati a questo punto? Non è normale che siamo giunti a una violenza così banalizzata. È importante, allora, che ci sia una reazione, che qualcuno dica: io credo in un'umanità diversa, migliore. La fraternità non può essere una reliquia del passato: la fraternità bisogna incarnarla. La nostra umanità è capace di fraternità, ma occorre che delle persone si alzino in questa società per dire: Ecco ciò che vogliamo — una società diversa, dove siamo capaci di riconciliarci, di amarci, di perdonarci, di andare avanti insieme nella nostra diversità.

Tutti parlano di diversità e di tolleranza, ma non siamo tolleranti: siamo duri, molto duri gli uni con gli altri. Gesù ha detto "amatevi gli uni gli altri", e oggi sembra che alcuni pensino abbia detto: "odiatevi gli uni gli altri". Così sviluppiamo, purtroppo, meccanismi di difesa primitivi. Nella nostra società occidentale abbiamo sviluppato una forma di tribalismo, una politica di conservazione: proteggiamo quelli che sono come noi, che pensano come noi, che appartengono alla nostra tribù, e attacchiamo tutti gli altri. È una logica primaria: difendere i propri e attaccare gli estranei.

Noi, però, siamo cattolici, e Francesco canta la cattolicità. La cattolicità non è l'appartenenza a un gruppo: è una visione universale che non ha frontiere. L'amore di Gesù, l'amore del Vangelo, non ha frontiere. Bisogna recuperare e riparare anche questa dimensione, conservarla aperta, affinché il nostro amore e la nostra visione non abbiano confini. Certo, ognuno ha un'identità, ma un'identità che non è chiusa, non è ermetica, non è violenta: è un'identità capace di costruire ponti, capace di riconciliare un mondo pesante, un mondo a cui sembra manchi un'anima. C'è la gestione della geopolitica, dell'economia, dei conflitti internazionali; alla fine, però, ci accorgiamo che manca l'anima. Il Vangelo, Francesco e la Chiesa ricordano che in questo mondo pesante e a volte oscuro un'anima c'è. "La luce splende nelle tenebre", dice san Giovanni (Gv 1,5): per questo il cristiano vive sempre nella speranza.

Proprio all'inizio ricordavi che il Signore non aveva chiesto a Francesco di fondare una Chiesa perfetta, ma di riparare la Chiesa che esisteva. In Occidente abbiamo vissuto decenni di Chiesa sotto accusa per gli scandali, per gli abusi, da tanti punti di vista. E, paradossalmente, questa situazione — il fatto che la Chiesa abbia fatto i conti con la debolezza dei propri membri in modo così plateale, persino umiliante — sta diventando un itinerario attraverso cui può tornare a essere credibile in questo cammino di riconciliazione, di amore, di non giudizio insieme alla società? Recentemente ti ho sentito dire che "lo Spirito Santo continua a soffiare", e che ci sono, infatti, tante adesioni alla Chiesa, tanti battesimi di adulti in Francia.

Sì. Ciò che è davvero impressionante da un punto di vista spirituale è che la Chiesa è fatta per fare il bene: non è fatta per fare il male, per abusare, per ferire persone fragili, per manipolare, dominare o sedurre. Non è la nostra missione, non è la nostra vocazione. La Chiesa ha accolto e assunto questi dolori, ed è doloroso anche per noi, perché ci diciamo: ecco l'ideale che volevamo vivere, e poi ecco i risultati. Non si può generalizzare, ma ci sono stati comportamenti di persone che hanno fatto del male a persone fragili, che hanno sofferto e che soffriranno per tutta la vita.

In questa situazione, se la Chiesa con umiltà e secondo il principio di responsabilità accetta che alcuni dei suoi membri hanno fatto il male, questo ci purifica da una visione troppo purista, quasi catara, secondo cui saremmo i più forti, i migliori, capaci di dare lezioni a tutti. Quando invece accettiamo, allora il Signore agisce. La Chiesa non è un'istituzione che può vivere sempre di tattiche politiche o di strategie. Se il Maestro della Chiesa è lo Spirito Santo, è il Signore, allora possiamo accettare la nostra povertà.

In Francia lo vediamo molto concretamente. Dopo cinque anni di dolori per gli abusi — durante i quali abbiamo cercato di mettere ordine nella Chiesa, di organizzare istituzioni di protezione e di comunicazione, perché nessuno debba più soffrire e perché, se qualcuno soffre, ci sia subito un contatto con la Chiesa — dopo questi anni di dolore non abbiamo fatto nulla di particolare per promuovere i battesimi degli adulti. Eppure oggi, da due o tre anni, tantissimi giovani bussano alla porta della Chiesa: chiedono il battesimo, la comunione, la cresima; cercano un'identità, una spiritualità, una famiglia. Questo insegna anche a noi a vivere la fede, perché non tutto dipende dalle nostre strategie: lo Spirito agisce.

Mi piace molto quella parola di Giovanni 5,17: "Il Padre mio opera sempre". C'è l'azione di Dio, ci siamo noi, ma la Chiesa non è nostra: non ne siamo i padroni, è del Signore. Noi facciamo e cerchiamo di fare del nostro meglio, ma queste situazioni nuove ci aiutano a crescere nella fede, perché vediamo che il Signore non dimentica i suoi, non dimentica la sua famiglia, anzi se ne prende cura. Per questo viviamo nella fede e nella speranza: perché il Signore agisce.

Cosa pensi che resterà di questi anni così intensamente vissuti, nella formazione, nella riscoperta di Francesco, nelle celebrazioni per questo grande centenario? Dal tuo punto di vista privilegiato, cosa ti sembra che il Signore abbia seminato nella Chiesa con questo cammino francescano?

Il centenario francescano è davvero un momento di benedizione per tutta la Chiesa, e anche per noi, la famiglia di Francesco. Otto secoli dopo possiamo dire che quest'uomo, il suo carisma, non è morto né è anacronistico: c'è una forza che parla anche al nostro ventunesimo secolo, un secolo che vive le sue tensioni e i suoi dolori. L'esperienza di Francesco, la sua vita, il suo coraggio, la sua semplicità ci parlano oggi. Questa memoria, dunque, è una benedizione.

Per me, oggi cardinale francescano, è l'opportunità di dire con semplicità — non che siamo i più forti, i più belli, i migliori — ma che la riparazione della Chiesa iniziata da Francesco non è finita: la riparazione continua, perché la conversione è permanente. Siamo tutti in stato di conversione, e la conversione è una grazia, un'opportunità. A volte, quando ne parliamo, ne cogliamo solo la dimensione volontaristica o dolorosa, un po' triste — "bisogna, bisogna". Ma no: la conversione è la possibilità di cambiare, di diventare migliori, di evolvere. E questo è bello.

Francesco si è convertito, ha abbracciato il lebbroso, ha fatto i suoi passi, si è liberato. Oggi la nostra società e la nostra Chiesa hanno bisogno di liberazione. Abbiamo una mentalità legata al calcolo: devo stare attento se dico questo, attento se non lo dico, se faccio quest'altro o se non lo faccio. E così non siamo liberi. Tutti predichiamo la libertà, ma a volte mi dico: insomma, non siamo liberi. Abbiamo bisogno di ritrovare la libertà. Francesco è stato un uomo libero: ha sofferto, ha restituito le vesti a suo padre, si è spogliato di tutte le sue sicurezze, e così è diventato libero. La spiritualità e il carisma di Francesco ci insegnano la libertà in un mondo carico di paure, in una società molto violenta, ma anche in una società dove tantissime persone sognano un cambiamento, una vita diversa — sociale e spirituale.

Il cardinale Bustillo era già stato in dialogo con noi alcuni anni fa e ci aveva condiviso la sua visione del ruolo e della missione dei francescani nel mondo oggi https://youtu.be/tXOVl3KG8L0?si=PJTWiACAkULk9SfJ

 

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