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Ama il prossimo tuo, come te stesso

Antonio Tarallo Pixabay

Ama il prossimo tuo come te stesso, il prossimo come la nostra immagine allo specchio

Com’è difficile amare. Non si finisce mai di imparare. Potrebbe essere alquanto scontata questa frase, ma - forse - non è così. Chi si ferma, realmente, a comprendere cosa voglia dire questo verbo tanto celebrato da poeti, musicisti, scrittori di ogni tempo, di ogni paese? Eppure, dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, nella sua semplicità. E così, per non andare alla sue essenza, riusciamo ad ammantarlo di riflessioni, meditazioni, parole. Soprattutto parole, una inutile “fuffa” (mi sia passato il termine così gergale, povero): “Cosa state leggendo, Amleto?”, domanda Pollonio; e il principe di Danimarca, risponde con il suo emblematico - e così vero - “Parole, parole, parole!”. Ecco, noi oggi le amiamo tanto. Le parole, molto meno i fatti. E’ proprio così. L’oggi ci sta abituando a sviluppare riflessioni che però non tengono più conto della vita reale, quella di tutti i giorni. E il verbo “amare”, più che mai, è così utilizzato ogni giorno che - quasi per ossimoro - non riesce realmente a trovare la sua collocazione giusta. O meglio, naturale.

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Ama il prossimo. Prossimo, è vicino. Non fa distinzione alcuna. Non menziona colore, razza, cultura. Si dice solo, “il prossimo”. Quanto importante quel “pro” (dal greco antico che vuol dire “avanti”)! Se lo consideriamo come aggettivo ci sta ad indicare un’imminenza. Si dice, infatti: “è prossimo alla laurea”, quindi “vicino”. Se lo consideriamo, invece, come sostantivo, subito ci si palesa un volto “sconosciuto”, una mano “sconosciuta”, un “corpo” sconosciuto. Subito, pensiamo a un vero e proprio contatto con questo “prossimo”, con questa persona vicina. Insomma, il prossimo è qualcuno con cui - volenti o nolenti - si condivide un qualcosa. “Amare il prossimo”: anche in questo caso, non si finisce mai di imparare. E’ una scuola continua, ed è la Vita che ci pone di fronte a questo, ogni giorno. Anche quando potremmo non accorgercene.

Non bisogna andare tanto lontano per rifletterci: basterebbe cominciare già dal proprio condominio. Chi di noi non ha a che fare, specialmente in quelle occasioni che hanno del comico - quasi grottesco, a volte - con la famigerata “scena dell’ascensore”, definiamola pure così. E in questo caso - è proprio il caso di dirlo - quanto si è prossimi al prossimo, no? E scusate, il calembour di parole, necessario per rafforzare il concetto. Nel “frangente” dell’ascensore - degno di un dialogo alla Beckett, o per rimanere in Italia, Achille Campanile - regna un silenzio fra i “malcapitati” che mette quasi paura: ognuno con le proprie preoccupazioni, con il cellulare in mano, strumento indispensabile per mandare l’ultimo whatsapp prima di cena. E, invece, se solo per un istante si “amasse quel prossimo”? Surreale, è vero, il tutto. Amare il prossimo in ascensore? E’ una follia degna del miglior manicomio. Ma...cerchiamo di ragionare con una illogica sana ragione: magari, il vicino, potrebbe aver bisogno - dopo una giornata di problemi, di discussioni, di complicazioni - semplicemente di un sorriso. Un sorriso che manca in giro, da tanto tempo, troppo tempo. Ecco, in questo caso, con un piccolo gesto si potrebbe riuscire ad “amare” il prossimo. Come avviene la “magia”? Semplicemente uscendo fuori da sé stessi, che è l’unica strada percorribile per amare. Amare realmente. Ma c’è dell’altro, nella famosa frase, lo sappiamo: è il famigerato “come te stesso”. Per questa frase, le difficoltà sembrano minori. Quanto riusciamo ad amarci, a compiacerci, a incentrare la nostra propria vita su noi stessi! No? In questo siamo bravi, davvero. Il passaggio difficile, dunque, è uno solo: “amare il prossimo come sé stessi”. Ed è in quel “come” che si gioca la partita finale.

Magari potremmo essere proprio noi, una sera, di ritorno dalla nostra giornata di lavoro (densa di preoccupazioni, di problemi) ad avere bisogno di quel sorriso. Dunque, meglio, uscire da sé e donare quel sorriso. In fondo, si sa, appena uscito il “prossimo” rimaniamo soli. E davanti a noi - di solito, negli ascensori è così - troviamo uno specchio. Specchiamoci negli altri, nel “prossimo”, perchè riusciremo a specchiare noi stessi. E perchè no, magari sorridendo.