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Paola Caridi, Terra Santa una guerra asimmetrica

Andrea Cova Ansa - ALAA BADARNEH

Dio in una città come Gerusalemme

Invisible Arabs è un blog che, dal 2008, cerca di dare voce ad una parte di mondo che quasi non ne ha. A farlo è Paola Caridi, saggista e giornalista che si occupa di Medio Oriente e Nord Africa, in particolare di islam politico in Palestina ed Egitto. Paola Caridi ci ha parlato di palestinesi che rivendicano il proprio diritto a vivere, lavorare, pregare, essere curati, rispettati, non aggrediti nella loro città, Gerusalemme; di una guerra asimmetrica in cui è impossibile separare gli obiettivi militari da quelli civili, causando la morte di innocenti; delle difficoltà di una città che conosce molto bene. Un quadro complesso in cui il bianco e il nero non sono gli unici colori.

In poche settimane, gli scontri a Gerusalemme hanno riportato l’attenzione su un conflitto mai risolto. Quale è stata la scintilla di questa nuova ondata di violenza?
Potrei entrare nei dettagli della protesta che, da aprile, ha fatto rialzare una tensione mai del tutto sopita a Gerusalemme. A partire dalla decisione, da parte della polizia israeliana, di transennare il cuore palestinese della città, la Porta di Damasco. Là dove c’è il mercato, e anche – da anni e anni – là dove molti palestinesi pregano, visto che viene loro impedito dalle autorità israeliane di andare a pregare sulla Spianata delle Moschee. Io preferisco, per riassumere quello che è successo nelle ultime settimane e che ancora succede lontano dai riflettori, spiegarla con un concetto che solo a prima vista è lontano dalla questione israelo-palestinese. Il diritto alla città. Un concetto che si applica a qualsiasi realtà urbana e, perché no?, anche a Gerusalemme. I palestinesi rivendicano il proprio diritto a vivere, lavorare, pregare, essere curati, rispettati, non aggrediti nella loro città, Gerusalemme. E a non essere trattati in maniera diversa rispetto agli abitanti israeliani. Peraltro, la loro città, la Gerusalemme a oriente della Linea Verde, è occupata, secondo la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu.

Possiamo parlare di una nuova intifada?
Difficile comprendere se la situazione evolverà in una intifada. Questa volta la situazione è diversa da vent’anni fa, quando scoppiò la seconda rivolta. La Palestina è sempre più frammentata in realtà che spesso non si conoscono e non si toccano l’una con l’altra, a causa della strategia degli insediamenti israeliani in territorio palestinese e di un sistema che, ormai, anche le associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani definiscono di apartheid. Lo ha scritto, molto recentemente, Human Rights Watch. La Palestina, in queste ultime settimane, ha espresso la protesta di Gerusalemme, le manifestazioni e gli scioperi in Cisgiordania, una nuova operazione militare israeliana su Gaza e la dinamica armata delle fazioni della Striscia. Tre pezzi di Palestina si sono mossi in modi molti diversi. E in questo quadro non può mancare un’altra tessera del mosaico palestinese, quel 20% della popolazione di Israele che è composto da palestinesi con cittadinanza israeliana e che sta subendo violenze pesanti nelle città in cui è presente. Haifa, Nazareth, Lod/Lydd, Akka. A me, però, pensare ai palestinesi in termini così binari, o bianco o nero, pensare ai palestinesi come quelli della intifada, appare riduttivo. È un modo per evitare di conoscere nei dettagli e nelle differenze una società complessa. I palestinesi esprimono anche altro.

Lei conosce bene questa città e ne ha scritto molto, Gerusalemme senza Dio e Gerusalemme. La storia dell’altro, per citare alcuni dei suoi lavori. Che importanza ha il quartiere Sheikh Jarrah, centro delle rivolte?
Sheikh Jarrah è il quartiere più conosciuto di una lista di quartieri palestinesi che fanno da cintura attorno alla Città Vecchia di Gerusalemme. È come se fosse il simbolo di sé stesso e degli altri quartieri in cui coloni usano le stesse pratiche. Sono israeliani, spesso sostenuti da associazioni estremiste ebraiche americane, che acquistano o si appropriano di case, edifici all’interno dei quartieri palestinesi con l’obiettivo, strategico, a lungo termine, di cacciare i palestinesi dai quartieri e dunque da Gerusalemme. È una strategia che hanno usato, per esempio, a Hebron, la città palestinese di Al Khalil. In aperto disprezzo di quanto previsto dalle convenzioni internazionali sui doveri della potenza occupante, i coloni israeliani costruiscono colonie, insediamenti, vere e proprie cittadine nel Territorio Palestinese Occupato, tra la Cisgiordania e Gerusalemme est. Sheikh Jarrah è il simbolo perché è il più visibile alla comunità internazionale. Lì ci sono consolati, uffici dell’Onu, alberghi. E tante telecamere.

Hamas da Gaza sta cavalcando e indirizzando la protesta, come fece già nel corso della Seconda intifada. Perché?
Non sarei così certa della capacità di Hamas di indirizzare la protesta da un luogo sigillato come Gaza, né che gli esponenti di Hamas in Cisgiordania abbiano la forza di sequestrare, per esempio, la protesta di Gerusalemme. Hamas vuole capitalizzare dal punto di vista politico per due ragioni. Perché Gerusalemme e la Moschea di Al Aqsa rappresentano la linea rossa che per nessun palestinese, laico o islamista che sia, può essere attraversata dagli israeliani. E poi perché è la reazione al fallimento di un difficile accordo che dopo quindici anni era stato raggiunto: le elezioni palestinesi, a quindici anni, appunto, dalle ultime consultazioni del 2006.

Rinviare le elezioni, da parte dell’Autorità Nazionale di Mahmoud Abbas, ha confermato quello che i palestinesi già sanno: che l’impianto democratico è fortemente problematico, per usare un eufemismo. Agli occhi dei palestinesi, l’ANP ha sacrificato il diritto di voto dei palestinesi di Gerusalemme – vietato dagli israeliani - per rinviare elezioni che sapeva avrebbe perso con il suo partito storico, Fatah. Non solo a favore di Hamas, ma soprattutto a favore di una lista indipendente, con Marwan Barghouti candidato dal carcere israeliano in cui è detenuto. Una lista che esprime tutta la disaffezione dei palestinesi per come viene governato il territorio amministrato dall’ANP, con tutte le limitazioni comunque imposte dall’occupazione israeliana.

Buona parte del mondo sembra accorgersi poco di ciò che sta succedendo. Ormai possiamo, senza timore di esagerare, parlare di guerra.
Una guerra asimmetrica, in cui da una parte c’è uno Stato che esercita da oltre 15 anni un controllo totale su una striscia di terra di 40 km per 10, sigillata, da cui non si esce e non si entra, in cui si nasce si vive si muore senza sapere cosa c’è fuori. È una striscia che si chiama Gaza e che per noi è una sorta di buco nero, di cui nulla sappiamo e nulla vogliamo sapere. Come un calice da allontanare dai nostri occhi. Poi, ogni tanto, scoppia il confronto. Da una parte lo Stato con il monopolio della forza, Israele, che bombarda una striscia di terra che è una teoria di palazzi, palazzi, palazzi, vita, negozi, scuole, ospedali. Impossibile pensare che si possano distinguere obiettivi militari da obiettivi civili, come le cronache amare di questi giorni ci raccontano. Dall’altra le fazioni palestinesi armate che lanciano razzi verso Israele, colpendo, ancora una volta, i civili. I civili dentro Israele, compresi quei palestinesi ai quali accennavo prima, i palestinesi con cittadinanza israeliana. La lista del confronto armato è lunga: 2008, 2012, 2012 e ora 2021.

Il suo blog, in cui scrive di Medio Oriente, si chiama Invisible Arabs. Chi sono gli “arabi invisibili”?
Quelli che non vediamo perché li copriamo sotto un grande stereotipo, un enorme ombrello sotto il quale ci sono persone in carne e ossa, che hanno i nostri stessi desideri. Nascere, vivere, essere felici, avere un lavoro dignitoso, una famiglia, la felicità, la dignità.

Che città è Gerusalemme?
Una città, tanto per continuare a usare un termine a me caro, invisibile ai più. Lo si è visto in queste settimane. In pochi riescono a comprendere il difficile codice politico e sociale di Gerusalemme: chi ha diritti e chi no, chi ne ha di meno, chi è cittadino, chi è considerato solo residente, e via elencando tutte le sottocategorie in cui il milione di abitanti della città è suddiviso e catalogato. Certe volte ricorda una dimensione kafkiana. Di certo, Dio in una città come Gerusalemme ha molto meno spazio di quanto si pensi. Perché Dio viene abusato da molti, in città.

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