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Le donne della guerra

Antonio Tarallo Ansa - OLEKSANDR RATUSHNIAK
Pubblicato il 08-03-2022

Con coraggio affrontano la vita, dando la vita

Mani che afferrano fiori; mani che sulla tastiera battono i tasti vorticosamente perché uscite dall’ufficio accoglieranno altre mani, quelle dei loro bambini; mani che sfogliano libri e giornali; mani che impastano il pane per la sera; mani che cucinano e che stringono, forti, quelle dei propri mariti. Sono donne, sorelle, spose, madri e amiche, le donne. Loro, con coraggio affrontano la vita, dando la vita. Il mistero si compie e si rimane folgorati da esso, non capendo come le donne riescano a essere un mondo così complesso e semplice al contempo. Le donne, colonne della società, da sempre e che - ora - in quei paesi turbati dalla guerra affrontano a viso aperto e senza paura le bombe e le mitraglie di uomini che sparano ad altri uomini e donne.

Loro, con coraggio affrontano la vita, dando la vita. Il mistero si compie e si rimane folgorati da esso, non capendo come le donne riescano a essere un mondo così complesso e semplice al contempo. Le donne, colonne della società, da sempre e che - ora - in quei paesi turbati dalla guerra affrontano a viso aperto e senza paura le bombe e le mitraglie di uomini che sparano ad altri uomini e donne.

Le donne e la guerra, le donne della guerra. E così viene in mente un emblema che il teatro di Bertolt Brecht ci ha consegnato: “Madre Coraggio e i suoi figli”, opera scritta nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, considerato uno dei maggiori capolavori del drammaturgo tedesco. Sono pagine che denunciano gli orrori delle guerre, di tutte le guerre del mondo di ieri e di oggi. Scrive Brecht: “La guerra è solo la continuazione degli affari con altri mezzi, ma i grandi affari non li fanno la povera gente e nella guerra le virtù umane diventano mortali”.

Il dramma di Brecht è ambientato tra il 1624 e il 1636, durante la guerra dei trent'anni. Anna Fierling, questo il nome della protagonista, è madre di tre figli che cerca di guadagnarsi da vivere seguendo gli eserciti cattolici e protestanti, vendendo ai soldati merce di tutti i generi. Certo, l’opera può essere letta in diversi modi e fra questi, sicuramente, c’è ne uno che fornisce una chiave di lettura un po’ cinica: questa donna non ha etica, in fondo, visto che la sua unica preoccupazione è quella legata al suo commercio di pane ammuffito. Lettura plausibile, se vogliamo. Il personaggio ci potrebbe indurre in inganno. Ma, se scaviamo dentro, abbiamo ben altro.

Una madre chioccia, donna dall’immenso coraggio che cerca in tutti i modi di preservare la vita dei propri figli. Il commercio può considerarsi solo un mezzo per realizzare ciò. Una donna, una madre affronta il turbinio della guerra solo perché sa che le uniche persone che hanno a disposizione il denaro sono i soldati. Davanti alla guerra, in questo testo, ci troviamo di fronte a una maternità quasi esasperata, perché è la stessa guerra ad esasperare tutto.

La speranza? In fondo è possibile trovarla. Ed è lei stessa a dichiararla, alla fine, anche quando sembra tutto perduto: “Con la sua buona sorte, i suoi rischi,/ la guerra, è tanto tempo che c'è./ Anche durasse cent'anni, la guerra,/la gente come noi non ci guadagna./ Stracci il vestire, schifo il mangiare,/ della paga i comandi ne rubano metà.../ Ma un miracolo può ancora capitare:/ non è finita ancora, la campagna!/ Vien primavera”. E a noi, assieme a lei e a tutte le donne della guerra e di fronte alla guerra, non rimane altro che aspettare la primavera, magari odorosa di mimose al vento.

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