cronaca

Pignatone: la mafia non vince sempre

Giuseppe Pignatone Ansa - Riccardo Antimiani

Il rischio è che la criminalità organizzata approfitti della crisi da pandemia per espandersi

In queste settimane molti osservatori hanno segnalato il rischio che le mafie approfittino della crisi determinata dalla pandemia per espandere non solo le attività criminali, ma anche la presenza nell'economia legale, al fine di riciclare denaro e di sviluppare le loro "relazioni esterne", ovvero quella rete di rapporti con imprenditori, politici, amministratori, funzionari e altre categorie che definiamo di solito "area grigia". Una rete che costituisce la vera forza delle mafie e che è basata su precisi calcoli di reciproca e inaccettabile convenienza.

È chiaro che per contrastare questi rischi sarà decisiva innanzitutto l'entità, l'efficacia e la rapidità delle azioni di sostegno ad aziende e famiglie, già adottate o preannunziate anche a livello europeo.

Non si può però condividere l'idea che la mafia sia invincibile e che i mafiosi siano i più capaci nell'elaborare raffinate strategie, tali da anticipare e piegare a proprio vantaggio i cambiamenti. Come ha scritto di recente lo storico Isaia Sales, «non c'è un cervello criminale unico che indirizza i mafiosi ad aggiornare le strategie quando "cambiano i tempi". I cambiamenti delle mafie sono invece necessitati o dalle risposte repressive o dalle nuove opportunità che a esse si presentano». E infatti tutte le mafie hanno vissuto, nella loro lunga storia, anche periodi di profonda crisi.

Sappiamo cosa occorre fare sul piano repressivo: nel rispetto assoluto delle leggi, devono continuare senza cedimenti le indagini, i processi, le confische. Ma lo Stato e la società civile hanno altri strumenti preziosi per impedire alle mafie di trarre profitto "dalle nuove opportunità" determinate dagli effetti disastrosi che la pandemia sta avendo e avrà sulla situazione economica.

A questo fine è utile prefigurare le linee lungo le quali si potrà sviluppare l'azione delle cosche.

Innanzitutto, specie nelle regioni meridionali, le cosche sfrutteranno le difficoltà dello Stato per proporsi con una sorta di welfare alternativo a sostegno alle famiglie in difficoltà. Le cronache hanno già registrato, nelle borgate palermitane e napoletane, episodi di distribuzione di cibo e di piccole somme di denaro per far fronte alle necessità più urgenti. È così che le cosche consolidano consenso sociale e acquisiscono la disponibilità di nuova manodopera per le loro attività criminali. Un altro fenomeno, che interessa tutta Italia, è costituito dall'usura, un settore in cui la presenza delle mafie è cresciuta sensibilmente negli ultimi anni.

Con riferimento a queste prime due aree di rischio, va detto che in Italia esiste una vasta e capillare rete di assistenza e solidarietà formata da parrocchie, associazioni confessionali e non, gruppi spontanei e altri riconducibili ai sindacati. È il cosiddetto Terzo settore, una risorsa preziosissima, formata da milioni di persone che conoscono capillarmente il territorio e i bisogni di chi lo abita e che perciò lo Stato può e deve valorizzare e sostenere.

Un'ulteriore linea d'azione delle mafie si basa sulla loro enorme riserva di liquidità, combinata con strategie più moderne e complesse.

Una strada già imboccata con la crisi del 2008 per finanziare, associarsi e infine impadronirsi con scalate apparentemente regolari, di imprese operanti anche in settori non tradizionali come la sanità e il marketing.

Per evitare questo pericolo, gli imprenditori devono comprendere che interagire con le cosche non è un normale costo aziendale né una risorsa aggiuntiva e che, sia pure nella drammatica situazione attuale, non devono accettare questi anomali "finanziatori" nella speranza - infondata, come dimostrano le sentenze - di potersene liberare una volta migliorata la situazione dell'azienda. L'esperienza ci dice che, in casi come questi, è fondamentale per persone e aziende in difficoltà non essere lasciate sole a fronteggiare le avances dei mafiosi e che in più occasioni si è rivelato decisivo il ruolo di formazione, di supporto e di denuncia assunto dalle associazioni di categoria, molte delle quali hanno sottoscritto protocolli di legalità, e - per altro verso - dai sindacati, che pure conoscono la realtà in cui operano e hanno lo stesso interesse a non avere un mafioso come interlocutore.

Esempi di collaborazione tra istituzioni e soggetti economici, finalizzata a concordare le linee di condotta per minimizzare il rischio di contagio del virus sui luoghi di lavoro, si registrano già a livello territoriale. Sono iniziative ispirate alla trasparenza delle regole e al loro rigoroso rispetto, un metodo partecipativo che è uno strumento prezioso anche contro il contagio mafioso. Il Prefetto di una grande città del Nord ha indicato la «legalità a tutto tondo» come l'obiettivo di questa collaborazione, spiegando che «la responsabilità degli individui, nelle formazioni sociali, nelle organizzazioni del lavoro, nelle amministrazioni è determinante, ma è ugualmente vero che nessuno può pensare di farcela da solo». Ecco perché è necessario «trovare il coraggio di chiedere e offrire aiuto».

In questa prospettiva, sarebbe importante che le vittime dell'usura o quanti ricevano offerte sospette, denunciassero finalmente gli episodi che li riguardano, anche con l'appoggio delle associazioni antiracket e antiusura, specie in quelle aree del Paese, come il Centronord, libere dal controllo mafioso del territorio e dove, quindi, non si tratta tanto di vincere la paura, quanto di non abbassarsi a calcoli di convenienza. Forze di polizia e Procure hanno dimostrato di saper trattare con efficacia questi casi, secondo moduli idonei anche a tutelare il denunciante.

In questi contesti, è decisiva - come si è detto all'inizio - l'efficacia dell'intervento di sostegno. Il che porta a considerare gli ostacoli burocratici e il rifiuto di assumersi responsabilità da parte dei soggetti e degli enti preposti. Anche su questi temi giungono dalle cronache segnali contraddittori, spesso fuori dagli schemi usuali (Nord/Sud, pubblico/privato) e in genere tanto più positivi quanto più prevale il senso di un'azione comunitaria, che coinvolga il maggior numero dei protagonisti di una certa realtà sociale.

Su questo stesso terreno si colloca il tema dei controlli antimafia e anticorruzione. Bisogna uscire dallo schema - comodo perché deresponsabilizzante - secondo cui ogni erogazione di denaro pubblico debba essere preceduta e condizionata dall'espletamento di tali verifiche. Le drammatiche condizioni attuali chiariscono quanto sarebbe deleterio ritardare gli interventi, spesso d'importanza vitale per una famiglia o una impresa. I controlli previsti dalla legge dovranno però essere rigorosi e rapidi, così da consentire tempestivamente l'eventuale revoca degli aiuti e l'accertamento dei possibili risvolti penali.

Non meno importante sarà la semplificazione di adempimenti e procedure nella realizzazione delle opere pubbliche cui certo non si deve rinunziare per il rischio (concreto) di infiltrazioni mafiose. Vigilare per sbarrare la strada alle cosche, alle imprese da esse controllate o a esse vicine, spetta alla Pubblica Amministrazione, ma lo devono fare anche le grandi imprese aggiudicatarie degli appalti, che poi decidono subappalti e forniture. Si tratta di realtà economiche spesso di levatura mondiale, cui non dovrebbe essere consentito invocare la paura per giustificare cedimenti a mafiosi o a richieste tangentizie e che hanno strumenti normativi (codice antimafia, Modello 231) e operativi (collaborazione con lo Stato, indicatori di rischio, protocolli di legalità) per agire in totale correttezza. Naturalmente la legalità richiede investimenti, così come la sicurezza sul lavoro e la prevenzione sanitaria.

Come ogni crisi, la pandemia offre anche nuove occasioni. Lo Stato potrà coglierle per migliorare, o addirittura eliminare, leggi e prassi che ingessano il Paese e danno spazio a mafie e corruzione. I criminali, invece, tenteranno di aumentare ricchezze e potere sfruttando a loro vantaggio la crisi. Ma non è detto che debba andare così: dipende da noi. (Repubblica)

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