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Saper restare

Redazione Ansa - Paolo Salmoirago
Nè castigo di Dio, né assenza

Abbiamo chiesto un parere allo psicoanalista Massimo Recalcati su quanto stiamo vivendo in questo difficile periodo di pandemia tra quarantena, incertezza e sofferenza. Con parole francescane ci ha posto la seguente riflessione.

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«Vorrei spendere qualche parola su quello che sta accadendo oggi, o meglio, su quello che ci sta travolgendo a partire da un libro che, ahimè, è diventato nuovamente attuale “La peste” di Albert Camus. Fu pubblicato immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e racconta le vicissitudini di una città travolta dal morbo mortale della peste.

Mi vorrei soffermare solamente su due scene di questo racconto che sono le due prediche che il pastore della città tiene davanti al suo popolo in chiesa. La prima predica è una interpretazione teologica che riporta la violenza del morbo alla vendetta di Dio nei confronti degli uomini che si sono allontanati da lui e si sono persi nel peccato. Il pastore interpreta la violenza della peste come se fosse la frusta di Dio che colpisce i peccatori, come se fosse una manifestazione della provvidenza, come a dire il male ci colpisce perché noi siamo caduti nel male. È una rappresentazione vendicativa e crudele di Dio. Il popolo, in una chiesa gremita, ascolta il pastore per poi uscire portando con sé il timore di Dio.

Dopo questa predica il morbo continua a mietere sempre più vittime, tra cui anche molti bambini. Il pastore vive l’esperienza drammatica della morte di un bambino tra le sue braccia ed è chiaro che la morte di un bambino sconvolge il teorema teologico della prima predica, perché se fosse davvero così, cioè se Dio punisse i malvagi attraverso la peste, non dovrebbe punire i bambini che sono invece innocenti. Dunque il male che colpisce l’innocenza del bambino sconvolge l’impianto teologico della prima predica, dopo questa morte il pastore torna a fare una seconda predica camminando in una chiesa, questa volta deserta.

Il suo popolo è decimato dal male e in questa nuova predica ha un tono totalmente diverso. La inizia sostenendo di essersi sbagliato, la peste non è il castigo e la frusta di Dio, non è la manifestazione della vendetta sadica di Dio nei confronti della perdizione degli uomini. La peste non si può spiegare, il male non si può spiegare, il male non ha senso, il nostro compito è quello di resistere al male.

Ma come si può resistere al male? Qui il pastore evoca un’altra città in un altro tempo, anch’essa devastata dalla peste. In questa città c’era un monastero e i monaci dovettero fronteggiare il dramma dell’epidemia, alcuni di loro erano spaventati e volevano abbandonare la città, temendo il contagio. Il priore prese la parola e disse “non bisogna fuggire dalla peste, l’unico modo per resistergli è saper restare”.

Ecco questa è la parola con cui voglio lasciarvi, con le parole che il priore rivolge ai suoi monaci e che il pastore riprende nella sua predica “i buoni sono quelli che sanno restare vicini a chi soffre”, a chi è travolto dal male.

Ed è lo stesso gesto che compie Francesco all’inizio della sua conversione, i lebbrosi erano situati fuori dalla città e Francesco mostra che il compito di un cristiano è quello di stare vicino a chi è escluso, agli ultimi, a chi soffre. Ecco saper restare è un nome, nome forse più alto della cura.

Tocca anche a noi, anche se non siamo in prima linea, anche se non abbiamo a che fare direttamente con la morte e con la sofferenza, ma nel nostro restare a casa siamo in qualche modo vicini a chi soffre. Saper restare, saper restare uniti anche difronte alla violenza del male questo è ciò che rende umano l’uomo e ciò che ci rende umani oggi».

Di Massimo Recalcati

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