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Malgesini, Puglisi, Diana: in ricordo dei sacerdoti uccisi

Antonio Tarallo ANSA/ UFFICIO STAMPA DIOCESI DI COMO

I sacerdoti uccisi per aver vissuto la propria vocazione fino in fondo

Proprio nel giorno del ricordo di un altro sacerdote morto per aver vissuto la propria vocazione vicino agli ultimi, l’episodio dell’uccisione di don Roberto Malgesini, apre nella memoria una triste sequela di tanti sacerdoti che hanno dato la propria vita per seguire Cristo sulla Croce. Purtroppo don Malgesini non è l’unico, negli ultimi cinquant’anni ad aver pagato con la propria vita il “prezzo” del vivere il suo ministero fino in fondo. Due figure, in particolar modo, si ricordano. Le loro vite, le loro biografie li hanno visti nell’impegno contro la mafia, contro la camorra. Sacerdoti che hanno avuto il coraggio di parlare, anzi di gridare il Vangelo: vivere in fratellanza con il prossimo, e non uccidere. Semplici comandamenti di Dio. Loro, don Pino Puglisi e don Beppe Diana, rappresentano assieme - ora - a don Roberto il duro scotto che la Chiesa paga per essere “semplicemente” Chiesa: vivere vicino agli indifesi, cercando di far divenire il Vangelo un’esperienza, un’espressione di vita, nel quotidiano.

Don Pino Puglisi

“Non sono un biblista, non sono un teologo, né un sociologo, sono soltanto uno che ha cercato di lavorare per il Regno di Dio”, diceva di sé don Pino Puglisi, sacerdote di frontiera nel difficile quartiere Brancaccio di Palermo, segnato da degrado, mancanza di lavoro e illegalità. Don Pino era parroco della chiesa di San Gaetano. Fondatore nel 1991 il Centro "Padre Nostro", punto di riferimento per le famiglie. Al suo assassino disse: “Me lo aspettavo”. Padre Puglisi sapeva di essere ormai nel mirino della mafia per la sua opera contro la criminalità organizzata, parlando ai giovani, togliendo la bassa manovalanza alla delinquenza. Ventisette anni dopo, l’amore di don Pino per i suoi parrocchiani, per Palermo, è cresciuto, si è moltiplicato: una scuola media intitolata a padre Puglisi, un campo di calcetto, l’attesa per la realizzazione dell’asilo “I piccoli di Padre Puglisi, il sogno di don Pino, e al più presto il santuario dedicato al Beato. Tutto nel quartiere Brancaccio, nella periferia di Palermo. In quella periferia dove lui ha agito, ha vissuto il proprio martirio. Per gli ultimi, con gli ultimi.

Don Beppe Diana

19 marzo 1994. ore 7, 25. Primo mattino. Al citofono della chiesa di San Nicola a Casal di Principe, una voce chiede: "Chi è don Peppe?". "Sono io". E allora il suono, il rumore, il frastuono di cinque colpi di pistola risuonano nella sacrestia. Così muore don Peppe Diana. Aveva appena 36 anni. Parroco, capo scout Agesci, impegnatissimo coi giovani, vicino concretamente alle persone più fragili, ai disabili, agli immigrati. Sacerdote fin nel più profondo, parlava chiaro, diretto. Non aveva paura di esporsi e di pronunciare il nome “camorra” e di accusare. Non aveva paura. Il coraggio, il segno della sua vocazione di prete in un quartiere “malfamato” come quello di Casal di Principe. I killer della camorra lo uccisero il giorno del suo onomastico, mentre coi paramenti sacri stava uscendo dalla sacrestia per celebrare la messa. Gli amici lo aspettavano per festeggiarlo, ma non li raggiunse mai. Nel 1988, all’indomani dell’assalto alla caserma dei carabinieri a San Cipriano d’Aversa, partecipa alla costituzione di un coordinamento anticamorra dell’agro aversano che produce un documento dal titolo "Liberiamo il futuro", sottoscritto da parroci, partiti politici e associazioni. E’ il primo di una serie di iniziative contro la camorra. Il suo impegno contro la malavita si condensa in diverse iniziative che lo trovano protagonista. Come non ricordare il suo giro per le scuole e associazioni a Caserta e a Napoli? Nel 1991 elabora con gli altri parroci della Forania di Casal di Principe il documento "Per amore del mio popolo": un documento ispirato a quello dei Vescovi campani del 1982, che viene distribuito nella notte di Natale. E’ composto solo di quattro pagine, un "avviso sacro", ma denso e forte: "La camorra, oggi, è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella nostra società campana. (...) Contro questo tentativo, noi, Pastori delle Chiese della Campania, unitamente alle nostre Comunità cristiane, dobbiamo levare alta la voce della denuncia, e riproporre con forza e con nuove iniziative pastorali il progetto dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella verità".

Volti di sacerdoti che s’intrecciano nel ricordo: parole di missione, biografie sante che evidenziano, a distanza di anni, che la lotta contro la malavita è una battaglia ancora aperta. E la Chiesa non si tira indietro. Don Roberto Malgesini, un altro nome da aggiungere ai “caduti in missione”

Antonio Tarallo

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