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Libertà stampa: Fammi Parlare, il grido di aiuto di chi non ha voce

Andrea Cova Pixabay

Intervista agli autori Tiziana Ciavardini e Marino D’Amore

In occasione della Giornata Mondiale della libertà di stampa abbiamo intervistato Tiziana Ciavardini e Marino D’Amore autori del saggio "Fammi Parlare" (Primiceri editore)  che nasce dall’incontro professionale tra un’antropologa culturale ed un sociologo della comunicazione. Un testo per giornalisti, comunicatori, “navigatori del web”, “influencer”, per tutta la società contemporanea. “Questo libro, - ha dichiarato il Presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Giuseppe Giulietti - scritto con rigore e grande passione civile, può essere uno stimolo alla riflessione e soprattutto alla doverosa azione. Prima che sia troppo tardi”.

 

"Fammi parlare": il titolo è molto esplicito e diretto...

Fammi Parlare è il grido di aiuto di chi non ha voce. È la rivendicazione di un diritto universale che viene spesso violato. Quel diritto sancito nella nostra costituzione dall’Articolo 21. La comunicazione a nostro avviso è il comune denominatore di ogni società ed è l’elemento che ne permette la sopravvivenza nel tempo. Il titolo è anche un augurio una speranza, affinché ci sia maggior attenzione nei confronti di coloro che non hanno la possibilità di poter esprimere il proprio pensiero. E sappiamo che sono ancora molti i paesi nel mondo in cui vige la censura.

Quanto è difficile riuscire a parlare? E come usare le parole?
Riuscire a parlare oggi paradossalmente può essere facile, ma bisogna capire il senso del sapere e del poter parlare, perché le parole presuppongono una responsabilità. Oggi tutti quanti noi attraverso internet e i social network abbiamo un pubblico ed ogni messaggio emesso deve essere deontologicamente, perché inevitabilmente possiamo influenzare le masse piccole o grandi che siano.

La libertà di stampa è continuamente messa in pericolo con le più disparate azioni. Come cercano di imbavagliarla?
La libertà di stampa cercano di imbavagliarla secondo la strumentalizzazione e la funzionalità dell’informazione. Siamo nell’epoca della ‘post verità’ o meglio della ‘over verità’; ovvero si vuole cercare di creare una verità raccontata funzionale ai propri scopi e che non necessariamente si rispecchi nella realtà vera e propria. Anzi la modifica, la edulcora, la rende faziosa e a volte questo è molto pericoloso.

Analizzando la storia dei mezzi di comunicazione, non possiamo evitare di trattare un tema centrale: ce ne sono che non possono "parlare" e altri, contrariamente, che hanno un potere immenso di "costruire la realtà".
I mezzi di comunicazione oggi hanno tutti una facoltà di costruzione della realtà. Oggi siamo molto legati all’immagine; la televisione ad esempio, ma anche Internet soprattutto attraverso la loro sinergia e la loro commissione riescono ad influenzare la realtà. Proprio attraverso questa collaborazione molto intensa tendono ad amplificarsi a vicenda e di conseguenza a potenziare i propri effetti che possono essere dannosi e al tempo stesso invasivi e diffusivi.

Trump, ex presidente USA, è stato uno tra gli attori più accaniti di una campagna di denigrazione dei media non allineati al potente di turno. Purtroppo non è l'unico. Quanto il populismo rischia di sostituirsi, essere alternativo, al pluralismo?
Nel mondo occidentale il populismo è un vento che soffia in maniera decisa si appella soprattutto a quelli che sono i ‘valori del popolo’, si parla alla pancia della gente e così si ‘mitiga’ la propria sfera razionale vestendosi da ‘verità’ facendo sì che questa diventi assolutamente convincente e credibile. Si tende ad esercitare un grande fascino sulle masse ma al tempo stesso si nega quella che è la verità pluralista ‘polarizzandola’. In questo senso negando dunque parte della veritas stessa.

Lo scenario comunicativo è, da sempre, in continua mutazione e l'avvento dei social ha accelerato questo processo. La distanza tra chi diffonde informazione e chi la riceve, sempre troppo frequentemente in modo del tutto acritico, si è annullata. Cosa si rischia?
Esiste una duplice questione su questo punto: se da una parte esiste un processo di democratizzazione mediale che permette a tutti di poter parlare dall’altra però aumenta in maniera esponenziale le fonti ed in questo senso le leggittima. Se ci sono tante fonti alla fine non si riesce a discernene quale sia la più autorevole e quindi inevitabilmente si assiste a una comunicazione confusa e conflittuale. Una comunicazione che ci porta necessariamente ad abbracciare la posizione più vicina alla nostra.

La disinformazione, attraverso la diffusione di fake news, è un'arma molto potente.
Le fake news costruiscono una realtà diversa, ma assolutamente credibile che ha i caratteri della veridicità per cui viene creduta autorevole ma da una visione distorta del mondo che ci circonda. Quando divulghiamo una fake news su un argomento leggero anche i danni saranno leggeri ma se divulghiamo una notizia non vera su un argomento come la salute i danni saranno sicuramente molto critici come ad esempio abbiamo visto durante il periodo pandemico.

L'hate speech, il linguaggio d'odio, è la naturale conseguenza di tutto questo. Chi sono le vittime principali? Perché?
L’hate speech è una forma di onnipotenza digitale che purtroppo sta dilagando soprattutto negli ultimi anni. Le vittime sono le persone più deboli e più fragili. Sono spesso quelli che vengono definiti i ‘nativi digitali’ ovvero i più giovani che possono venir influenzati e plagiati facilmente da un certo tipo di comunicazione. L’hate speech porta inevitabilmente alla ghettizzazione, alla discriminazione e all’esclusione sociale. Purtroppo quest’ultima può portare anche ad un isolamento in particolare in chi non è capace di reagire. Sono tantissimi i fenomeni di bullismo che avvengono sul web e questo può portare anche a conseguenze drammatiche come purtroppo ultimatamente le cronache ci raccontano.

In Italia abbiamo 22 persone, tra giornaliste e giornalisti, che stanno vivendo sotto scorta. E' un dato impressionante...
Oltre che impressionante è molto preoccupante. Come ricorda la FNSI in Italia nei soli primi cinque mesi del 2020 erano stati contati ottantatré episodi di minacce rivolte contro i giornalisti, la metà dei quali giunti via web e social. Venti, invece, sono i giornalisti costretti a vivere sotto scorta, per tre dei quali è stata disposta una vigilanza “secondo livello”. Per questo è anche necessario garantire quella scorta mediatica di cui trattiamo nel testo. Quell’impegno da parte dei colleghi giornalisti di non lasciare mai solo il giornalista minacciato e di continuare amplificando ancora di più il tema di cui quel cronista si sta occupando o indagando".

Che strumenti stiamo mettendo in campo per contrastare queste tendenze? E l'Europa?
C’è un richiamo alla deontologia che a noi sembra abbastanza tardivo. Le fake news ci sono sempre state, il tema della disinformazione c’è sempre stato ed anche il soffocamento della libertà di stampa, e di espressione ci sono sempre stati. Dovremmo mettere in piedi una sorta di ‘educazione’ che sia primariamente culturale e poi in un secondo tempo tecnica e oggi più che mai digitale. Occorre dunque avvicinarsi alla comunicazione con un sano scetticismo e consapevolezza critica.

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