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Frojo: Rifondare una società della solidarietà

Andrea Cova

Per una rivoluzione dei sentimenti senza restarne vittima

La storia delle donne è segnata da continue “lotte”, che continuano ancora. Il riconoscimento dei diritti è cronologia abbastanza recente, basta pensare che il diritto di voto è stato conquistato dalle donne solo nel 1946. Nel 1975 è stata persa la potestà maritale e l’adulterio femminile era reato. Nel suo ultimo libro, “Il tempo del cuore. Il galateo delle donne imperfette”, Elvira Frojo propone un galateo per le donne imperfette capace di fare della fragilità un punto di forza.

Chi sono le donne imperfette?

Sono tutte le donne, persone vere che vivono, che sbagliano. Semplicemente molto umane ma anche donne che vanno oltre: il miglioramento comporta la necessità di guardare ai propri disagi, errori e sofferenze; ma anche guardare i limiti degli altri con tenerezza, umanità. Questo è il momento dell’umanità, dell’accoglienza, di vivere legami e valori forti per colmare le distanze.

La donna imperfetta che descrivo nel mio libro è la donna con la sua fragilità, ma letta in chiave positiva come condizione di apertura per un sentire pieno e profondo, che si affida al cuore e va oltre la razionalità vedendo altro. In questo modo è in continuo contatto con la sensibilità altrui, senza differenze, distanze e ipocrisie. 

Si tratta di una donna felice anche della felicità degli altri, che mantiene il proprio sorriso con generosità, tenerezza e anche ironia: sono le donne dell’impegno quotidiano che abbiamo visto nel pieno della pandemia, colonne della società, spesso eroine inconsapevoli, carismatiche, tanto in ruoli di rilevanza sociale che nella vita di ogni giorno. Sono donne che attraversano tarumi e si rafforzano, rinascono, amano incondizionatamente e sono aperte al cambiamento. 

 

L’imperfezione offre una possibilità di “rivoluzione”? Nel libro forza e imperfezione vanno di pari passo...

Esattamente. La donna imperfetta non segue modelli stereotipati di una  società dell’apparenza. Abbiamo visto in questo momento cadere tutti i modelli apparentemente vincenti. La donna imperfetta ha la capacità di rinascere, di trovare la solidarietà nella fragilità, l’apertura verso verso gli altri, di uscire dalla cultura dello scontro per avviare un dialogo, un incontro come dice papa Francesco. La condizione umana globale è la fragilità che richiede la coscienza di una fraternità universale. In questo momento di grande solitudine, ammettere la propria debolezza vuol dire opportunità, superamento di limiti e possibilità di ritrovare l’ottimismo e la fiducia che nascono dai sentimenti, dalle emozioni tipiche dell’essere umano.   

Quanto abbiamo bisogno di vivere, affrontare e farci forza della nostra fragilità?

In questo momento particolarmente, perché la sensibilità che accoglie e prende la mano è la stessa che accetta la delicatezza e va alla ricerca di un umanesimo, sia laico che cristiano, che ci dice: abbiamo tutti lo stesso destino, connesso e in relazione. Spero che si sia superato l’individualismo che nasceva dal narcisismo del pre pandemia.  Il richiamo di Bergoglio che “siamo tutti sulla stessa barca, nessuno si salva da solo”, vuol dire tessere qualità umane - tenerezza, accoglienza, cura - virtù tipiche della donna. Ecco perché un galateo dei sentimenti è necessario, per trovare un linguaggio del cuore comune, per il coraggio di superare la paura e il disorientamento che oggi abbiamo, l’incertezza del futuro al quale guardiamo con ansia. Il “galateo delle donne imperfette” è una ricerca di autenticità del sentire.

La mia scrittura è per le donne, con cui ho un linguaggio diretto, ma mi rivolgo a tutti, perché è la ricerca di un galateo lontano da definizioni precostituite, pensato da donne vere che vivono tra difficoltà, ma anche sogni, spesso vittime di comportamenti, abusate, mortificate. Ecco perché ritengo che un galateo del sentire sia il punto di partenza per costruire una società in cui possiamo essere veramente uniti e rimuovere quella disaffezione, intolleranza   e indifferenza che troppe volte abbiamo visto. Speriamo che almeno questo momento drammatico del nostro vivere possa avere messo a fuoco quali priorità siano insostituibili per l’essere umano.

Spesso viene utilizzato un modo di dire che tende a mettere la donna in ombra: “dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”...

Quella della donna è, purtroppo, una storia spesso sottaciuta. Donne di talento non sono state riportate dalla memoria della storia per stereotipi culturali radicati nella società; talvolta anche nella stessa donna.

Il mondo è costruito a misura d’uomo. La grammatica, i linguaggi sono pensati al maschile come se la femminilità - e la diversità in generale - sia qualcosa di intrinsecamente negativo. Occorre ripensare a un modello femminile di riferimento, fatto di sensibilità, competenza e determinazione.  Molte delle ricerche fatte evidenziano come nel mondo del lavoro le donne, ancora più penalizzate dalla pandemia, sono una risorsa preziosa per l’economia: donne motore di crescita e il PIL aumenterebbe di sette punti con un tasso alto di occupazione femminile. Resta però, nonostante tutto, una ambiguità di fondo che va combattuta soprattutto nelle case, perché, pur essendoci delle norme specifiche, resta un gap culturale difficile che va colmato. 

La parità è ancora un cammino incompiuto. I diritti delle donne, che hanno una storia relativamente recente, sono diritti umani, strumenti per valutare l’effettiva democraticità delle istituzioni. Pur essendo sanciti da norme, dalla Costituzione, in maniera precisa, hanno sempre avuto un percorso ad ostacoli. Da un lato abbiamo la necessità di recuperare sul piano culturale, dall’altro il bisogno di politiche che vadano verso una parità di genere, ma soprattutto a sostegno anche della famiglia. I dati sulla natalità in Italia sono drammatici e spesso determinati  dalla difficoltà enorme di conciliare, nelle famiglie, la vita professionale con quella familiare. Non è un problema solo della donna, ma si tratta di una questione sociale. Tutto ciò che appartiene al mondo femminile riguarda la società nel suo complesso.  

Sono abbastanza fiduciosa e credo che questo potrebbe essere il momento giusto, abbiamo donne che ricoprono ruoli significativi. Ma credo anche a qualcosa di più: il punto più importante per l’affermazione di una società equa è la solidarietà nei confronti di ciò che è diverso e che, quindi, nella sua diversità ha il valore. 

Non mi reputo una femminista attiva, credo in una solidarietà autentica che attraverso il sentire fa breccia in ogni settore della vita. La collettività è unita dal cuore e il nostro galateo dei sentimenti potrebbe avere una forza dirompente in questo momento, perché vuol dire andare verso gli altri rimuovendo la povertà spirituale della società che porta all’intolleranza, indifferenza, cinismo, prepotenza, violenza...  

Nel libro non parlo di “questioni di cuore”. C’è la storia di donne che con difficoltà riescono a bilanciare ragione e sentimento mosse da un’inquietudine che non ha nome, da un dolore di fondo. Ma anche questo probabilmete è il frutto di una storia millenaria, di soprusi, discriminazione violenze di cui non si riesce a vedre la fine. Nonostante il Codice Rosso del 2019, resta ancora il dato di un femminicidio ogni tre giorni.

C’è una donna della storia che vorrebbe fare uscire dall’ombra? 

Nel libro riporto storie di donne emblematiche. Ci sono attrici, autrici, costrette a firmare col nome del marito. Le donne, a volte anche per amore, hanno fatto dei passi indietro che hanno mortificato i propri talenti.

Mi colpì molto la vita della pittrice Gabriele Münter, nata nel 1877, che fu prima allieva e poi compagna di Kandinskij. Si tratta di una bellissima, apparentemente, storia d’amore che entrambi definivano di coscienza. Nella realtà è finita molto male. Gabriele dipingeva volti con grandi occhi e li firmava col nome del marito… oggi questo sarebbe impensabile? Non lo so.

Mi ha stupita molto che nel mondo dell’arte, che dovrebbe essere la libertà assoluta, ci sia un numero considerevole di donne  che hanno dovuto fare un passo indietro.

In molti gruppi di lavoro, soprattutto negli ultimi anni, si cerca di lavorare sull’autostima. Spesso noi donne cerchiamo conferme continue, abbiamo bisogno del gradimento altrui e questo mina terribilmente la nostra autostima. La prospettiva di dover essere gradite agli altri toglie prospettiva a noi stesse, per cui il lavoro sull’autostima è sicuramente importante. 

C’è bisogno di un percorso di consapevolezza in noi stesse per poter costruire qualcosa che non si eroda; valorizzare le nostre competenze, la qualità professionale, un esempio: i dati ci dicono che le donne si laureano prima degli uomini e con risultati maggiori. Poi però nel privato, nella solitudine, ci può essere qualcosa che ingigantisce paure, incertezze, mancanze che invece non dovrebbero attecchire più nell’animo delle donne, dolori che non hanno motivazione per essere tali. Per questo è importante un galateo dei sentimenti che possa far comprendere il senso delle relazioni, dare un senso agli incontri, senza l’ipocrisia del dover necessariamente ripetere degli schemi, che da troppo tempo hanno penalizzato la donna.

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