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Feste e distanziamento: che tristezza il non Natale!

Pierluigi Battista Pixabay

Ogni luogo sociale rischia di dissolversi

Per arrendersi a un'espressione banale e corriva, si può dire che il Natale è come la salute, ti accorgi che ti manca quando non c'è. Nel senso del Natale disancorato dal suo significato originario e prettamente religioso, ovvio, ma festa di una comunità, compresa la fetta dei non credenti, rito imprescindibile che anima e scalda il cuore delle relazioni sociali, cemento sociale, celebrazione di una vicinanza affettiva, di uno stare insieme. E infatti il Natale è da sempre la bestia nera dei solitari, dei misantropi, dei drop-out esistenziali, di chi sente il focolare familiare («parenti serpenti») come una prigione, i depressi, i senza posto.

«Come in un libro scritto male, lui si era ucciso per Natale», cantava Francesco Guccini in «Incontro», perché la leggenda (non la realtà statisticamente accertata) dice che a Natale c'è il picco dei suicidi, perché diventa devastante il contrasto tra il dolore della solitudine e l'esibizione di felicità sociale messa in scena sotto l'albero addobbato. Ma al tempo del Covid la vicinanza è una minaccia, la distanza una salvezza, la riunione familiare un tabù, la lontananza una misura di profilassi sanitaria. L'ultimo avamposto della vita sociale crolla. Dicono: cosa volete che sia un Natale in solitudine. È molto, troppa solitudine di massa fa male. È necessaria, nella pandemia, ma fa male. Bisogna essere disciplinati, ma la libertà di lamento è meglio lasciarla.

Le città desertificate, le scuole semivuote, i ristoranti sbarrati, i cinema e i teatri sigillati. Ogni luogo sociale rischia di dissolversi. Tutto diventa più vuoto e il rito natalizio, ossessionante, costrittivo, talvolta opprimente e claustrofobico della normalità, serviva a riempirlo, quel vuoto. Le montagne di pacchetti, le tavolate pantagrueliche, la festa dei consumi tanto deplorata dai sacerdoti dell' austerità, rappresentavano una sospensione dell' incredulità: non ci crediamo che possiamo essere felici tutti insieme e assembrati, ma facciamo finta di crederci, stiamo dietro a questa parvenza di spirito comunitario, al calore della domesticità. Raccontano che negli ultimi anni si fosse segnato il record di messaggi con «non ne posso più, non vedo l' ora che finisca». Oggi nessuno potrebbe confessare di non vedere l' ora che inizi, perché esigenze superiori e inderogabili dicono che non potrà mai iniziare, e si pensi piuttosto a distanziare i (radi) posti in tavola.

Il Covid, seppellendo il Natale, ha solo reso macroscopico ciò che stava accadendo da tempo: l' irrompere della solitudine di massa, il prevalere di quella che David Riesman considerava un contrassegno della modernità: la «folla solitaria». Non ci sono più i partiti, i sindacati, le associazioni, le parrocchie, i circoli, i luoghi dove ci si incontrava fisicamente (quando ci si poteva incontrare senza le restrizioni imperative del distanziamento). Le ore scolastiche a distanza cancellano tutto ciò che nella scuola non è essenzialità dell' apprendimento, mortificano amicizie, complicità, sodalizi, ricordi sociali che solo nel futuro faranno conoscere il loro immenso valore esistenziale. Lo smart working massimizza forse l' efficienza professionale, ma elimina tutto l'intorno sociale, il sentirsi parte di un insieme, la chiacchiera informale, il gioco delle relazioni, l' appuntamento quotidiano con le persone concrete, fisicamente presenti, la prossemica degli sguardi, delle battute sdrammatizzanti, delle divagazioni emotive. Andare al cinema, al teatro, al concerto era il pretesto per discutere, scambiare idee e opinioni, litigare anche: sul divano di casa tutto questo si dissolve.

Negli stadi le curve, una delle ultime trincee della socialità, le curve silenziose emanano qualcosa di funereo e solo chi non ha mai messo piede in uno stadio, in un palazzetto dello sport, in un' arena, può ignorare quanta socialità si formi sugli spalti, espressione di un'identità comune. All'inizio dell' estate molti di noi si stupirono di quella forsennata corsa all'aperitivo e alla cosiddetta «movida» che stava elettrizzando senza nessuna prudenza le persone più giovani: ma forse con quei bicchieri in mano, o le birrette portate da casa, stavano celebrando una delle ultime occasioni di vita sociale rimaste in piedi. Ecco perché la mancanza del Natale «normale» può rappresentare per tanti di noi un lutto, con le insegne spente, la corsa al regalo cancellata, la spesa dell' ultimo momento consegnata nel cassetto dei ricordi. Una triste necessità, una barriera contro il contagio. Ma anche la tristezza sociale è contagiosa, a suo modo. Anche non andare al cinema dopo il pranzo di Natale è un rito perduto. E non si sentirà più quel liberatorio «è finita, finalmente» che veniva pronunciato al termine di un rito spossante, ipercalorico, pieno di falso entusiasmo. Ma che dava il senso di una comunità ancora esistente, e resistente. Arrivederci a Natale 2021. Si spera. (Corriere della Sera)

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