societa

Sulle tracce di Barabba 

Redazione Pubblico dominio / Wikipedia

Una ricerca di Roberto Finzi a partire dai passi evangelici

Ci sono delle persone accanto alle quali, per il loro modo di essere, ci si sente in allegra e forte armonia con la vita, pur essendo consapevoli di tutto ciò che essa ci fa piovere addosso e della necessità di risponderle come merita. Così era - anzi è e rimane - Roberto Finzi, grande studioso di economia e di storia economica, morto un anno fa, poco dopo avermi inviato un messaggio - la malattia gli impediva di parlare - in cui diceva che viene il momento in cui si può e si deve essere semplicemente uomini. La varietà dei suoi interessi, sempre unita a una ricerca rigorosa e ad un'inesorabile precisione filologica, è incredibile - dalla storia dell'agricoltura agli studi dei classici e del pensiero economico, da Diderot e Voltaire a Majorana e al meccanismo generale del pregiudizio ad altri temi - ad esempio i due ampi volumi sull'Emilia-Romagna e sul Friuli-Venezia Giulia. Straordinariamente ricco di simpatia e di empatia per gli altri e in generale per la vita - si vedano le pagine gustose, sanguigne e piene di pietas dell'Onesto porco o di Asino caro - Finzi sapeva anche prendere cappello dinanzi a tante cose ingiuste, stupide e pretenziose che facevano arrabbiare il suo temperamento bolognese-romagnolo, allergico a molti dominanti luoghi comuni, specie se atteggiati in pose falsamente progressiste che offendevano la sua milizia di una vita in una Sinistra concreta, attenta alla realtà e alle difficoltà dei lavoratori. Finzi era laico ma non riduttivamente laicista, si legge nell'Introduzione al recentissimo, postumo saggio Liberaci Barabba! Un sottile progetto politico , un testo che contiene tante cose di grande peso specifico e di grande leggerezza, anche stilistica e in cui Finzi ribadisce il suo grande insegnamento che ha formato tanti allievi, diretti e indiretti. 

Finzi sostiene la necessità di una lettura diretta e di un'analisi testuale dei grandi pensatori e maestri della scienza economica del passato. Esperienza concreta, necessaria per vaccinarsi contro quelle faziose e subdole letture che vogliono strumentalizzare i testi classici a fini ideologici, con una «volontà aprioristica» di creare un apparato scientifico estensibile a tutte le epoche e a tutti i luoghi. Tutto ciò per giustificare l'esistente e proclamare una presunta armonia, quasi insita nelle leggi stesse della natura, tra interessi particolari e interesse collettivo, fra la realtà e la concezione economica oggi dominante, considerata o sbandierata come una verità definitiva. Libero da ogni apriori ideologico, Finzi dice pane al pane e Smith a Smith, respingendo ogni pretesa di una conoscenza economica definitiva, valida sempre e dovunque; magica e quasi metafisica ricetta, alibi per le carenze e i mali del presente che pretende di essere l'unica realtà possibile. I suoi allievi gli sono grati anche per aver imparato da lui questa libertà dall'Ordine del Giorno. Un interesse centrale, per Finzi, è costituito dalla questione ebraica, che egli ha studiato sotto vari aspetti, da Marx a Croce alle rappresentazioni dell'ebreo e dell'ebraismo nelle più diverse culture e situazioni storiche. In questo affascinante libretto - che unisce la precisione della ricerca con l'analisi linguistica ed espressiva di tante raffigurazioni, autoraffigurazioni o denigrazioni dell'ebreo - Finzi si sofferma su Barabba, ladrone o bandito. Quando Pilato, dopo il processo a Gesù, chiede alla folla chi, tra Barabba e Gesù, condannati a morte, possa essere graziato, la folla risponde «Barabba!» e Gesù viene messo a morte. Barabba ha un ruolo speciale nella storia dell'antisemitismo, nella definizione del popolo ebraico quale «deicida». 

Con il rigore dello studioso e la freschezza del narratore, Finzi sviscera a fondo la matassa in cui, nei secoli, si è avvolta questa storia, nelle versioni e interpretazioni più diverse e contraddittorie. È andato a leggere tutti i testi possibili, a cercare le interpretazioni di Pilato e di altre figure fondamentali nelle letterature e nelle interpretazioni più diverse; ha letto e riletto vari commenti ai Vangeli, editti imperiali, parole di San Paolo o di Marco Aurelio, testimonianze di persecutori ebrei dei cristiani e di più numerosi persecutori cristiani di ebrei, si è tuffato in dotti commenti e in aneddoti popolari. Fra le tante cose, Finzi si sofferma su chi e perché nel mondo ebraico voleva la morte di Gesù piuttosto che di Barabba o viceversa, a seconda si ritenesse che a minare il dominio romano fosse più Gesù con il suo insegnamento sovvertitore o Barabba con le sue gesta brigantesche o forse guerrigliere e quindi, sia pure illegalmente, utili nella difesa dal potere romano. Personaggi maggiori e minori, grandi sacerdoti e teologi, commentatori di testi sacri per gli uni o per gli altri, narratori dei più vari Paesi, che nei secoli reinventano questa storia, si intrecciano con la precisione di una partitura e la leggerezza di un arabesco. Ma il più vero Barabba, il più caro all'autore, è quello che - in tanti vocabolari e in tanti dialetti - è divenuto sinonimo di ladro, furfante e ribelle. Anche gli insorti di Milano nell'insurrezione popolare del 1853 sono stati definiti Barabba. Forse quasi tutte le parole sono anfibie, ma lo sono forse in particolare quelle che nascono con una connotazione negativa, anche come insulto, che tuttavia può pure diventare un affettuoso vezzeggiativo. In ogni caso, anche in questo libro, così rigoroso e insieme amabile, Finzi aiuta ad essere meno gregari. (Corriere della Sera)

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