societa

Niente applausi, questo è un funerale  

Lucetta Scaraffia Filippo Venezia - Ansa

La scomparsa di un genitore o di un parente è spesso l' unica occasione per tornare in chiesa

Da molti anni i funerali erano scomparsi dalla nostra vista - relegati per ordinanze comunali in orari impossibili per non disturbare il traffico - e dai nostri discorsi. Ridotti a formalità da sbrigare al più presto, con un' unica innovazione recente, secondo me orribile: quella degli applausi al feretro. Se c' è qualcosa di inappropriato, se non addirittura di sacrilego, è infatti questa manifestazione che vuole apparentare il mistero della morte a uno spettacolo. Il silenzio collettivo e composto, quello sì, sarebbe il comportamento giusto, ma non piace perché ci mette di fronte alla morte: alla morte dell' altro che stiamo salutando, ma anche all' inevitabile nostra morte. L' applauso invece ci illude, come se stessimo partecipando a un evento festoso, in alcuni casi addirittura mondano, e non a un addio.

È stata la pandemia, con la conseguente impossibilità di celebrare i funerali, che ha fatto riscoprire il bisogno di un rito per dare l' addio a un nostro caro che è morto, che ha fatto sentire nostalgia per i funerali e che li ha riproposti come argomento di riflessione. Tutti noi - specie se avanti negli anni - abbiamo una certa esperienza di funerali, sia religiosi sia laici, e anche se non ne parliamo sappiamo che una delle carenze culturali più gravi della società è proprio il silenzio e il vuoto che li circonda. Al punto che, in Paesi più secolarizzati dell' Italia come la Gran Bretagna, si sta cercando di riempire quel vuoto con nuovi riti. Scrive David Randall su Internazionale che oggi si può venire invitati all' estremo saluto a un defunto in uno zoo oppure a un rito laico a tema, come i supereroi, con cadavere travestito, e con improbabili accompagnamenti musicali, che vanno dalla classica My way di Sinatra fino al Ballo del qua qua.

Naturalmente il rito religioso salva da queste follie e costituisce un punto di riferimento dignitoso e riconosciuto. Per questo viene scelto anche da persone che hanno abbandonato la fede religiosa a cui appartengono per nascita. Succede così che in Italia i funerali cattolici siano per molte persone l' unica occasione di frequentare una chiesa, dal momento che il matrimonio religioso e il battesimo sono sempre meno frequenti. I sacerdoti officianti lo sanno bene e quindi durante la liturgia non si peritano di ordinare ai presenti di mettersi seduti o in ginocchio o in piedi, cioè d' impartire le indicazioni necessarie, e quasi da tutti dimenticate, per partecipare alla liturgia, accettando ormai come normale, o in alcuni casi addirittura suggerendo, il rito dell' applauso. Naturalmente l' officiante si deve misurare con una difficoltà non secondaria: deve dire qualcosa sul defunto, ma non l' ha mai visto, non sa niente di lui, se non che non frequentava la chiesa. Ho ascoltato omelie spavalde, nelle quali un sacerdote che non aveva mai visto lo scomparso ne parlava - naturalmente molto bene - chiamandolo familiarmente per nome, altre in cui la buttava sul generale. Cioè prescindeva del tutto dal defunto, ma invece di affrontare il tema della morte - quella presente e quella futura dei partecipanti - svicolava e puntava con decisione sull' argomento sempreverde dell' amore. Stando così le cose, anche l' ultima occasione, per molti, di frequentare una chiesa si risolve in un' occasione mancata.

Forse per questo motivo sta riscuotendo un grande successo - non solo presso il pubblico ebraico - il libro della rabbina francese Delphine Horvilleur Vivre avec nos morts, che nasce dalla sua riflessione di celebrante di funerali, durante i quali cerca di non aggiungere alla sofferenza dei presenti il vuoto di parole inutili e l' incapacità di chi le pronuncia: vuoto e incapacità di cui tutti abbiamo fatto esperienza. E sa bene che parlare del morto non vuol dire tesserne una finta agiografia, bensì cercare di trasformare la sua vita in un destino, ma senza tradirlo. Anche a Horvilleur succede sempre più spesso di celebrare esequie di persone che non hanno praticato la religione ebraica, persone che si definiscono «cattivi ebrei», tanto che accetta senza imbarazzo di essere definita dal parente di un defunto una «rabbina laica», come se questo ossimoro fosse possibile. Ma comprende bene l' importanza del rito, di quella liturgia antica che aiuta l' officiante a non mettersi in perfetta empatia con i dolenti, perché «non deve fare suo il dolore di coloro che accompagna, ma essere la base di una colonna verticale che li ha abbandonati». 

Perché è proprio dalla bocca del celebrante (a qualsiasi religione appartenga), dal suo modo di stare in piedi e di cantare le parole di un' antichissima liturgia che lo ha preceduto e gli sopravviverà, è da tutto questo che l' officiante stesso «domanda all' addolorato di credere in un avvenire». Solo il rito, infatti, ci ricollega al nostro destino comune di esseri umani, anzi - come si diceva un tempo - di mortali, e ci riannoda al tessuto delle generazioni, un futuro anche nostro. Siamo sicuri che i funerali stile Superman o la rinuncia alle parole terribili e tradizionali del De profundis sostituite dalla voce, sia pure meravigliosa, di Sinatra siano un vero aiuto ad affrontare la morte? Prima di aprire le mani per un applauso alla bara ripensiamo alle parole della rabbina Horvilleur. E auguriamoci che un celebrante cristiano, magari un prete, sappia seguirla in una simile riflessione. (La Stampa)

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