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Ravasi: Francesco d’Assisi, santo ad «oltranza»

Gianfranco Ravasi Benozzo Gozzoli
Questa scena così come l’ha immaginata Giotto nella Basilica San Francesco di Assisi

La comparazione è molto azzardata ma rende l’idea. Si dice che Thomas Mann quando doveva progettare un romanzo, costruisse in una stanza della sua residenza una raccolta di libri sul tema: ad esempio, per la saga sul biblico Giuseppe e i suoi fratelli, che lo impegnò per un decennio, allestì una vera e propria biblioteca di egittologia, di ebraistica e di esegesi, destinata ad essere traslocata a conclusione dell’impresa.

Su scala molto più modesta, è ciò che ho sperimentato in questi ultimi giorni trasferendo altrove il cumulo di libri su san Francesco che avevo ricevuto o acquistato lo scorso anno. La giustificazione di questa bulimia editoriale era legata agli otto secoli trascorsi da quel giugno 1219 quando il santo s’imbarcò per Damietta, assediata dai Crociati, e incontrò - secondo la tradizione - il sultano d’Egitto Melek el-Kamel.

Questa scena così come l’ha immaginata Giotto nella Basilica Superiore del Convento di Assisi, in una copia ad affresco, sarà al centro del padiglione della Santa Sede all’Expo Internazionale di Dubai, a partire dal prossimo ottobre. Scorrendo la sequenza dei volumi a cui sopra accennavo - scandita proprio dalla suggestiva libera ricreazione di quel misterioso dialogo tra il giullare di Dio e il sovrano saraceno così come l’ha concepita Ernesto Ferrero sotto il titolo lapidario Francesco e il sultano - mi accorgo che sono vari i testi che potevano intrigare i lettori, testi spogli dalla pur incessante letteratura agiografica patinata di retorica.

Penso, ad esempio, all’originale raccolta di 23 saggi curata da Marina Benedetti e Tomaso Subini, orientata a ricostruire la genealogia culturale discesa da Francesco. Certo, ci sono i vari anelli della teologia, della filosofia, dell’iconografia, della devozione, ma si presenta anche la psichiatria a causa delle stimmate e delle visioni del santo e persino la numismatica. C’è la musica che dai laudari approda fino al Dolce è sentire di Riz Ortolani, cantata da Claudio Baglioni, ma anche la nazionalizzazione «fascista» del «più santo dei santi».

C’è il teatro che vede in azione persino Grotowski e Dario Fo e la lunga serie dei film, a partire dal Poverello di Assisi di Enrico Guazzoni del 1911 per scendere fino alle reiterate proposte della Cavani, allo zuccheroso Fratello Sole sorella Luna di Zeffirelli, al Francesco giullare di Dio di Rossellini e a un inatteso e quasi ignoto Frate Francesco di Antonioni. Ma soprattutto c’è la letteratura che si appassiona al santo di Assisi secondo tante iridescenze, come nel Frère François di Julien Green, nell’appassionata devozione del grecoortodosso Kazantzakis, per approdare a Tutta la luce del mondo, il romanzo di Aldo Nove del 2014. E naturalmente anche la letteratura per l’infanzia, in una fantasmagoria di «fioretti», non riusciva a staccarsi a una figura così luminosa. Questo e molto altro c’era nella raccolta curata dai citati Benedetti e Subini.

Ora, a celebrazioni anniversarie concluse e a bibliografia archiviata, vorremmo riservare uno spazio finale a un tomo speciale, di ardua collocazione in una biblioteca a causa della sua imponenza che aspira a imitare, sia pure su un registro più modesto di impronta moderna, la tradizione degli antichi codici e dei lezionari. Ad allestirlo, sotto la direzione di Carlo Ossola, è un’istituzione classica nella cultura italiana, l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, nota come «Treccani» dal nome del suo fondatore. Nel ventaglio delle sue pubblicazioni uno spazio prezioso è riservato anche ai volumi amati dai bibliofili, un genere editoriale che ha i suoi canoni e i suoi cultori.

Sulla copertina della legatura in pelle di «vacchetta conciata in fossa della Conceria ’800», campeggia un Francesco abbozzato nell’essenzialità di pochi tratti da Mimmo Paladino, mentre la sequenza delle pagine è costellata da una straordinaria e immensa iconografia che ha il suo incipit nella riproduzione di una miniatura del ms. Harley 3229 contenente la Legenda et vita del santo di Assisi redatta da uno dei massimi autori francescani medievali, san Bonaventura da Bagnoregio. Alla fine di questa lunga trama, che è una delizia grafica e visiva, entra in scena persino il bianco e nero del citato film di Rossellini e anche l’istantanea del papa che ha assunto il nome di Francesco, mentre esce dalla Porziuncola di Assisi il 4 agosto 2016.

Questo intarsio iconografico così variegato accompagna i percorsi tematici affidati non solo a figure eminenti nel campo della critica storico-letteraria francescana come, ad esempio, Jacques Dalarun o Chiara Frugoni, ma anche un frate come p. Enzo Fortunato che testimonia la vitalità dell’eredità francescana nella storia e nel mondo. Gli itinerari di ricerca obbediscono a una mappa vincolante e partono dagli scritti e dalle leggende del santo coi due traccia- ti obbligati del Cantico di frate Sole - il cui avvio ha dato il titolo a una famosa enciclica papale, Laudato si’ - e della costellazione dei Fioretti.

Da queste radici si diramano le altre direttrici, nella letteratura, nell’arte, nel culto, nelle missioni, nel cinema, nell’attualità, nella «mitologia» di un santo aureolato di luce trascendente, come cantava Alda Merini: «Sono Francesco / colui che, cullato da Dio, / medica le sue lenzuola sporche / di oscuri diamanti». È la trasparenza, quasi narrativa, dei vari saggi a conquistare il lettore che procede come un pellegrino su un terreno dove sbocciano misteri, ma che è pure cosparso di pietre d’inciampo, perché Francesco rimane una figura provocatoria, persino in forme ingenue e sgangherate, come è accaduto nell’ultimo Festival di Sanremo.

Adottando un termine sorprendente nel suo conio, Ossola ricorda l’«oltranza» di questo personaggio che invade non solo la Commedia dantesca, ma anche un gesuita portoghese secentesco missionario in Brasile come Antonio Vieira, capace di emozionare Pessoa e il regista Manoel Oliveira che gli dedicherà un film, Parola e utopia. L’«oltre» di Francesco lambisce pure il poeta nicaraguense Rubén Darío che s’accosta, ormai senza timore, all’ammansito lupo di Gubbio. Tanto altro si sarebbe tentato di far emergere da questo libro monumentale, impedendogli di essere solo un numero da collezione bibliofila, solennemente accampato su un robusto pianale di biblioteca.

È, però, emozionante lasciare l’ultima voce a Paul Celan, il tragico poeta ebreo, morto suicida nel 1970, quasi a voler finalmente cancellare l’incessante odore dei forni crematori nazisti che aveva accompagnato il suo essere rimasto in vita come superstite. La sua lirica Assisi (1954), immersa in una «notte umbra», si chiude infatti con un raggio di luce che trafigge le tombe: «Splendore, che non sa consolare. Splendore. / I morti. Francesco, implorano ancora». Tra l’altro, il poeta aveva chiamato suo figlio, morto ancora neonato, François. (Il Sole 24 Ore)

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