cronaca

Ashley, Princesse e Juniò quando nel Mediterraneo incontri una famiglia

Andrea Cova

La storia di Caterina Bonvicini e la richiesta di adozione dei migranti

Caterina Bonvicini è una scrittrice. Ma stavolta non è lei a scrivere la trama, è protagonista insieme ad Ashley, Princesse e Juniò. Ci ha raccontato di quella volta in mezzo al Mediterraneo quando, insieme ai soccorritori della Ocean Viking e Medici Senza Frontiere, ha salvato delle vite. Quelle vite sono diventate la sua, di chi sceglie di trasformare la provocazione “prendeteveli a casa vostra” in concretezza, ma le difficoltà sono tante, la burocrazia lunga e ingarbugliata. In un messaggio ci scrive che il ricollocamento è cieco e si tratta di numeri e non persone. Speriamo che il suo appello non cada nel vuoto e che la burocrazia, almeno stavolta, riconosca il cuore delle persone.

Chi è Juniò, il bambino che abbiamo iniziato a conoscere dalle pagine di Avvenire?
È una persona di sei anni, compiuti il 25 aprile, per cui soffro da mesi. Anche se non l’ho mai conosciuto. Ero sempre al telefono con Unhcr per lui, perché era rimasto solo in Libia, mi stavano aiutando loro. Ho scoperto la sua esistenza attraverso una foto: la mamma e la sorella me l’hanno comunicata così. Con una immagine. Parole non c’erano. Si vedevano due gemelli, e non capivo. Una è Princesse, d’accordo, la riconosco. Ma l’altro chi è? E ho scoperto la loro tragedia.

Ci racconti la sua storia e quella della sua famiglia?
Ho conosciuto la mamma, Ashley, e la bambina, Princesse, a bordo della Ocean Viking a gennaio. Anzi, un po’ prima. Perché quando le ho incontrate non erano ancora a bordo. Erano su un gommone in avaria in mezzo al Mediterraneo e io ero sul rhib. Ashley era svenuta e io le aprivo la bocca e le tenevo alto il mento, come mi avevano insegnato i dottori di Medici Senza Frontiere, per controllare che respirasse. Sulla nave è nato l’amore. Parlo con loro in videochiamata tutti i giorni. Piano piano, mi hanno raccontato tutto. Il papà è morto in Libia e Ashley è rimasta sola con i due gemelli. Non le restava altro che tentare la traversata. E poi la decisione più terribile di tutte le decisioni. La mamma ha pensato: “Non voglio che muoiano in mare tutti e due i miei figli, devo metterli su due gommoni diversi”. Il Mediterraneo è una roulette russa. La capisco e oggi ancora di più perché ho vissuto tutto con lei. E così Juniò è rimasto in Libia con una vicina di casa. Naturalmente non volevo che tentasse il mare e ho chiesto l’aiuto di Unchr per evitare la tragedia. Un aiuto che Unhcr mi ha dato, e per cui li ringrazierò sempre. Purtroppo, però la vicina di casa a cui il bambino era affidato a un certo punto si è resa irraggiungibile, diceva di avere rotto il telefono. A ogni naufragio e a ogni respingimento pensavo: “Oddio il nostro Juniò è uno di quei bambini morti, oddio la Guardia Costiera Libica l’ha portato in una prigione.” Io e la sua mamma ne parlavamo di nascosto da Princesse, la gemella di sei anni, che non doveva sentire la nostra angoscia bestiale. Non dormivo più. Poi una mattina Ashley mi ha chiamata. Piangeva e rideva, non si capiva niente. Voleva dirmi che era vivo. Che lo aveva salvato Sea Watch. Incredibile. Un miracolo.

Cosa può significare per un bambino di sette anni crescere in un campo (lager) in Libia?
Per fortuna non è mai finito in prigione. La vicina di casa ivoriana lo ha protetto, lo ha trattato come un figlio. È stata eroica. Ma in mare hanno rischiato molto. Se li avesse intercettati la guardia costiera libica, il nostro Juniò sarebbe finito in quei lager terribili.

… e per la mamma prendere una decisione del genere?
Ashley è una donna meravigliosa, ha solo 22 anni e per me è come una figlia, abbiamo un dialogo profondo. È così intelligente e umana, vado molto fiera di lei. Sinceramente non ho fatto nessuna fatica a capire la sua decisione perché ho visto con i miei occhi tanti gommoni e tanti barchini e sono partita tre volte per il Mediterraneo con Mare Jonio e Ocean Viking. Il rischio di perdere i suoi figli lo ha corso davvero.

Sembra che tu ci stia raccontando una favola a lieto fine…
Speriamo. Ancora non c’è stato il ricongiungimento familiare e loro sono in attesa di documenti. Il vero lieto fine è in mano alla questura. Per fortuna la Croce Rossa Italiana si è presa a cuore il caso e ci sta aiutando molto. Ma sapere che Juniò è vivo è già una favola.


Papa Francesco, ad aprile, ha scritto una lettera a Casarini di “Mediterranea”. Uno dei suoi tanti gesti che sostituiscono le parole vuote che spesso in troppi, invece, pronunciano. Cosa ne pensi?
Io amo papa Francesco. Ma proprio tanto. C’è un verbo greco, che mi ha insegnato il mio amico Mattia Ferrari, che spiega bene perché lo amo così tanto: splagchnizomai. La compassione viscerale, l’empatia di pancia. Ecco, papa Francesco è lo splagchnizomai all’ennesima potenza. E questo è lo stesso sentimento che porta tutti noi a partire per il Mediterraneo a bordo delle navi umanitarie, a cominciare da Luca, che per me è un fratello. Io, che mi credevo non credente, quando ho visto il mio primo rescue a bordo della Mare Jonio, ho sentito il bisogno di pregare. Lo confesso. Dopo venticinque anni non mi ricordavo nemmeno l’Ave Maria, allora ho pregato con Dante, perché me lo ricordavo meglio (Vergine madre figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura). E ho pregato di nuovo quando ho saputo che Juniò era vivo. Ho scritto alle mie amiche di Sea Watch: “Avete salvato mio figlio! È sulla vostra nave!” Un ribaltamento incredibile. Finalmente ho capito quello che provano loro. Sono arrivata al cuore della splagchnizomai così.

Perché, secondo te, ancora non riusciamo a far comprendere l’importanza dell’accoglienza?
Lo slogan “prendeteveli a casa vostra” mi fa ridere. Magari. Ho scoperto che è difficilissimo farlo. Io ho già preparato la camera per i bambini, per lei lenzuola con gli unicorni e per lui con i dinosauri (scelte da Princesse). Ho già iscritto tutti e due in prima elementare. Ashley, che io considero la figlia maggiore, studia già italiano in una scuola privata, attraverso zoom. E Princesse prende lezioni ogni giorno da Daniela Galiè, un’amica insegnate, soccorritrice di Mediterranea, che era con me sulla Mare Jonio. Ma siamo ancora sospesi. Senza i documenti non possono ancora venire tutti e tre a casa mia.

Quali sono i progetti per il futuro? Sia tuoi che loro?
Avrò tre figli, se la questura e il Viminale me lo permettono. Non vedo perché no. Mandarli in un altro paese europeo sarebbe crudele e insensato. Non sarebbero nemmeno a carico dell’Italia, ci penso io a loro. Che male faccio?

Che messaggio ti senti di lanciare a chi ci (e ti) sta leggendo?
Vorrei lanciare un messaggio a papa Francesco, da confusa non credente che cerca di ricordarsi una preghiera quando qualcuno nel Mediterraneo è vivo invece di essere morto. Perché gli voglio «molto molto tanto bene», come dice Princesse. Vorrei chiedergli un regalo: se per favore può dire una preghiera per Juniò, Princesse e Ashley. Una preghiera perché possano avere i documenti necessari per il ricongiungimento familiare, possano finalmente venire da me a Roma e diventare tutti e tre i miei figli. Se li avrò, se ce la farò, mi piacerebbe tanto portarli tutti e tre per mano da lui, anche solo per un minuto, anche se sono musulmani. Perché si è sempre battuto per loro, per il Mediterraneo, e queste tre creature vive e sorridenti fanno davvero pensare a un miracolo in carne e ossa. E lo sono, effettivamente.

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