attualita

E la libertà dei lavoratori diventò legge

Guido Crainz Ansa - Paolo Salmoirago

Cinquant'anni fa l'approvazione dello Statuto che sancì i diritti degli operai

«La Costituzione entra in fabbrica»: nel maggio di cinquant'anni fa l'Avanti! commentò così, con molte ragioni, l'entrata in vigore dello Statuto dei diritti dei lavoratori. Era stato approvato in prima istanza al Senato nel dicembre del 1969, negli stessi giorni in cui si concludeva positivamente la grande e tesa ventata dell'"autunno caldo" (e contro di essa si profilava cupamente, a Piazza Fontana, la stagione delle stragi neofasciste e della "strategia della tensione").

L'approvazione dello Statuto annunciava il decennio più intensamente riformatore della storia della Repubblica: in quello stesso 1970 vi sono la legge sul divorzio e l' istituzione sia delle Regioni che dello strumento referendario, previsti dalla Costituzione ma rimasti sin lì inattuati; vi saranno poi il diritto di voto a 18 anni, il nuovo diritto di famiglia, la riforma penitenziaria, e infine la riforma sanitaria, la regolamentazione dell' aborto e la "legge Basaglia" sugli ospedali psichiatrici. Il "padre" dello Statuto dei lavoratori, il socialista Giacomo Brodolini era scomparso nel luglio del 1969 ma il suo lavoro fu continuato con convinzione da Carlo Donat Cattin, che lo sostituì al Ministero del Lavoro, e da Gino Giugni, cui Brodolini aveva affidato la guida del progetto. Quarantun articoli «a tutela della libertà e dignità dei lavoratori e della libertà sindacale»: volti cioè a tutelare l' organizzazione sindacale all' interno delle fabbriche e a limitare interventi e controlli padronali lesivi, appunto, dei diritti costituzionali.

Articoli scarni, ma ci riportano a quel tempo: è proibita ogni selezione o discriminazione dei dipendenti in base alle loro opinioni politiche, la costituzione o il sostegno a sindacati "padrona-li", l'uso di guardie giurate in funzione repressiva e di «impianti audiovisivi per finalità di controllo», e così via. Ebbe un significato potente la conquista dell' assemblea e di altri diritti di organizzazione all' interno delle fabbriche, nel vivo di un rinnovamento sindacale caratterizzato anche dall' elezione diretta dei delegati di reparto. E da un progetto di unità sindacale che per un attimo sembrò realizzarsi.

Fu una fondamentale affermazione dei diritti costituzionali, soprattutto, quell'articolo 18 che vietava i licenziamenti «intimati senza giusta causa o giustificato motivo»: vietava cioè i licenziamenti di rappresaglia, volti a colpire attivisti sindacali e politici. E poneva fine a quei diffusi e vergognosi arbitrii padronali contro i lavoratori socialisti e comunisti che avevano segnato gli anni della guerra fredda: massicci licenziamenti "politici", reparti "confino", schedature sistematiche e così via.

Non erano infondate le parole con cui Pietro Nenni apriva così la sua relazione al congresso del Psi nella Torino del 1955, all' indomani del crollo della Cgil nelle elezioni per le Commissioni interne alla Fiat: «l'intimidazione, il ricatto, la rappresaglia sono armi quotidiane () gli operai sono spiati, costretti alle loro macchine come automi (), si è introdotto il sistema delle perquisizioni all' ingresso delle fabbriche» per impedire la diffusione di materiale di propaganda, e i lavoratori «sono posti davanti all' alternativa di votare come vuole l' azienda o di perdere il posto di lavoro».

In quello stesso 1955 quella realtà era documentata anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni nelle fabbriche ma la gran parte della stampa taceva, ha annotato Scalfari ne L'autunno della Repubblica: «il pubblico colto non ha mai saputo in che modo, per tutto l'arco degli anni Cinquanta, la classe operaia sia stata sistematicamente disarmata, umiliata, quali drammi individuali e collettivi si siano verificati». Nel corso degli anni Sessanta questa realtà iniziò ad incrinarsi, nel prender corpo di un sindacalismo rinnovato e nella fase di maggior espansione del lavoro industriale (il 42% degli attivi nel 1970): gli scioperanti nelle fabbriche, poco più di un milione nel 1966 e nel 1967, sono quasi cinque milioni nel 1969, nel clima colto allora da un intenso documentario di Ugo Gregoretti, Contratto.

È approvato in quel clima lo Statuto dei diritti dei lavoratori, e si ricordi che introduceva la "giusta causa" nei licenziamenti solo per le aziende con più di 15 dipendenti (anche per questo il Pci si astenne dal voto, una scelta miope): affiorava anche qui la potenziale tensione fra i diritti dei lavoratori e le logiche delle imprese. Una tensione "governabile" nelle fasi economiche espansive ma destinata a riproporsi in modo acuto nei momenti di crisi... (Repubblica)

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