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Civiltà Cattolica, quando diversità si uniscono per costruire ponti accoglienza

Riccardo Cristiano Articolo21

Incontro nel nome del rispetto, dell’interesse e dell’attenzione per l’altro

Non c’è stato un momento più importante degli altri momenti nella festa di ieri. La libertà non è una scala, ma movimento, una capacità di uscire dai confini del proprio io per andare oltre quel che ci delimita. Per questo non penso che abbia senso parlare di “momento più alto di altri”.

Caso Assange, Medio Oriente, giornalismo d’inchiesta, Santa Maria Capua Venere, Bielorussia, Report, Ucraina, intimidazioni e altro che ora non ricordo: si può fare una scala? Per questo mi ha fatto piacere partecipare a un momento che è andato oltre un contesto geografico, tematico, di appartenenza. Ho infatti potuto partecipare, per un sottile esercizio di amicizia degli organizzatori, alla premiazione del direttore de La Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro. Perché? Perché sono diventato improvvisamente cattolico? No. Forse perché ho fondato la piccola Associazione dei Giornalisti Amici di padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato in Siria, a Raqqa, otto anni fa.

E cosa avrebbe a che fare Dall’Oglio con La Civiltà Cattolica? Il fatto di essere un prete, un gesuita, un cattolico? Certamente sì, ma non solo. Paolo è sempre stato in prima fila contro il pensiero rigido, contro ogni pensiero rigido. E questo lo rende un parete, un gesuita, un cattolico che ha molto in comune con La Civiltà Cattolica di padre Bartolomeo Sorge, di padre GianPaolo Salvini e oggi di padre Antonio Spadaro.

Essere contro il pensiero rigido vuol dire essere convinti dell’incompletezza del nostro pensiero, della necessità di restare inquieti e di immaginare. Per altri l’ ecumenismo possibile, cioè l’ incontro tra pensieri affini ma diversi, è nel nome di un odio comune, un odio che sa unire le diversità. Il pensiero critico è escluso. Invece nell’ecumenismo de La Civiltà Cattolica si vede l’incontro nel nome del rispetto, dell’interesse, dell’attenzione per l’altro.

Padre Spadaro, nel suo intervento, ha detto una cosa molto importante. Ha detto che i corrispondenti della sua rivista, rivista che ha voluto pubblicata in nove lingue, originano nei Paesi di cui scrivono. E’ stupefacente. Nella Chiesa che fu centralista la rivista degli scrittori del Papa non spiega con un romano o un curiale la Birmania a un birmano, la Cina a un cinese, il Brasile a un brasiliano.

Questo vuol dire che una Chiesa che a me è apparsa a lungo occidentale può diventare tutt’altra cosa, cioè Chiesa globale. Allora, volendolo, questo è un messaggio che ci riguarda tutti: si costruisce il giornale immaginando la società che vogliamo. Guardando a questo esempio possiamo contribuire a costruire la globalizzazione poliedrica, l’unità dei diversi in un mondo di culture, persone, fedi diverse. Il mondo è uno, noi siamo tanti.

Per questo vorrei ringraziare le sorelle di padre Paolo Dall’Oglio e Asmae Dachan per essere state sul palco, mentre si premiava padre Antonio Spadaro. Quel premio così lo hanno consegnato anche loro, con il loro impegno perché la trasandatezza con cui si dimentica da otto anni un uomo che ha scelto di andare a dire a milioni di siriani che non li abbiamo rimossi e che per questo è finito rimosso anche da noi, cittadini italiani come lui, si riconosce nella scelta di sfidare ogni giorno il pensiero rigido, i muri ideologici. E’ tanto!

Ma per andare avanti ancora più avanti io spero che presto La Civiltà Cattolica possa avere anche un’edizione araba: lo spirito del Concilio Vaticano II è poco conosciuto tra gli arabi, anche cristiani. Se l’incontro di ieri avesse contribuito a far avvicinare il momento in cui questo potrà accadere sarebbe importante per chi pensa ai ponti, non ai muri. (Articolo21)

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