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Novena Immacolata Seconda Meditazione - Dolce come il Natale

Aveva dedicato a Immacolata un preesistente altare nel transetto settentrionale della chiesa inferiore, dove Cimabue dipinse alla parete una grandiosa Madonna col Bambino e angeli

di Elvio Lunghi
Novena Immacolata Seconda Meditazione - Dolce come il Natale
Credit Foto - Cimabue

Otto dicembre, festa dell'Immacolata Concezione. Che Maria fosse stata concepita senza peccato originale lo sostenevano già nel XII secolo i maestri della Scolastica, ma fu soltanto con il francescano Duns Scoto († 1308) che si arrivò a descrivere questa tesi con le caratteristiche di un dogma. 

La disputa tra macolisti e immacolisti, in particolare tra teologi domenicani e teologi francescani, continuò imperterrita nei due secoli seguenti, fin quando Sisto IV - un pontefice francescano! - si fece interprete di una posizione ufficiale da parte della Chiesa romana, pubblicando quattro bolle, tra il 1477 e il 1483, che promovevano il culto dell'Immacolata fissandone la festa per l'8 dicembre, data già dedicata nel calendario liturgico alla Concezione della Vergine. L’8 dicembre 1479 Sisto IV consacrò sotto il titolo dell’Immacolata una cappella nel coro della basilica vaticana, ma non si fece carico di diffonderne una iconografia ufficiale e lasciò liberi gli artisti di seguire il proprio estro. 

Un secolo più tardi, il 24 aprile 1585 ascese al trono pontificio il francescano Felice Peretti, sotto il nome di Sisto V. Volendo rilanciare il culto per l'Immacolata, nell'ottobre 1586 Sisto V pubblicò una indulgenza plenaria che cadeva il giorno della festa. Non ci fu chiesa nei paesi cattolici in cui non fosse costruito un altare dedicato all'Immacolata, spesso collegato a una confraternita di laici che ne manteneva la devozione. In particolare, numerose chiese francescane dedicarono l'altare maggiore all'Immacolata e lo decorarono con immagini che ritraevano Maria mentre ascendeva al cielo sopra una falce di luna, circondata da emblemi allusivi alla sua natura divina, ripresi dalle figure simboliche evocate nelle litanie approvate da Sisto V nel 1587: la torre, la rosa, l'albero di cedro, la fonte di acqua viva, etcetera etcetera. 

Non fu così nel San Francesco in Assisi, che aveva dedicato all'Immacolata un preesistente altare nel transetto settentrionale della chiesa inferiore, dove erano le spoglie di cinque beati francescani e dove Cimabue dipinse alla parete una grandiosa Madonna col Bambino e angeli. Naturalmente si pose il problema di adeguare l'aspetto di questo altare alla nuova iconografia della Immacolata, ma il capitolo dei frati, nel 1587, decise che la "pictura altaris Sanctissimae Concetionis non mutetur, ma che se rinfreschino", e lasciò immutata la Maestà di Cimabue. Non fu così qualche anno più tardi, quando fu presa la decisione di rinnovare la decorazione del catino absidale accanto alla tomba di san Francesco, dove Giotto aveva dipinto una lambiccata iconografia delle Stimmate del santo. Il compito fu affidato a Cesare Sermei, che grattò la decorazione trecentesca e vi dipinse un magniloquente Giudizio Universale. 

Nella Vita prima di Tommaso da Celano si dice di Francesco che "era uomo facondissimo, di volto gioviale, di aspetto benigno, mai indolente e mai altezzoso. Di statura mediocre piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, il viso un po' ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e pieni di semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglie diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rara, collo sottile, spalle dritte, braccia corte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima. 

Nella sua incomparabile umiltà mostrava tutta la mitezza possibile con tutti, adattandosi opportunamente ai costumi di ognuno". È una descrizione aggraziata e piena di fascino, che ricorda singolarmente l'aspetto del san Francesco dipinto da Cimabue nel transetto settentrionale, a sinistra del trono occupato dalla Vergine, a ridosso di un costolone che ne nasconde le sembianze. Se non fosse che il restauro eseguito nel 1587 - la rinfrescatura! - ne cambiò in parte la fisionomia, donandogli due vistose orecchie a sventola, laddove Francesco aveva "orecchie dritte, ma piccole". Quel che soprattutto ricorda la descrizione di Tommaso - sempre che la Vita prima fosse ancora in circolazione ai tempi di Cimabue - è la notizia della sua"incomparabile umiltà" e del mostrare "tutta la mitezza possibile con tutti". 

Come non definire umile il suo stare a sinistra del trono, lasciando il posto più importante a un ignoto convitato. Come non dire mite il suo sguardo di agnello, accennato dalla vistosa gobba del naso che gli dipinse Cimabue, forse accentuata nel restauro del 1587. Nella notte di Natale del 1223, a Greccio, Francesco chiamava Gesù il "Bambino di Betlemme, e quel nome «Betlemme» lo pronunciava come il belato di una pecora, riempiendosi la bocca di voce e ancor più di tenero affetto. E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e deglutire tutta la dolcezza di quella parola". Buono come il pane, dolce come il Natale.


Elvio Lunghi

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